È lo sguardo che salva

domenica 25 marzo 2007 alle 12:42


Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra (Gv 8,1-11)

Ho un amico pittore che si chiama Antonio Boatto e vive su un argine del Livenza. Il suo valore è almeno eguale alla modestia (che è grandissima).

Una sera abbiamo letto insieme e commentato l'episodio del­l'adultera. Poi l'ho costretto a prendere in mano i pennelli. E’ rima­sto assorto per un paio d'ore. Il quadro lui lo esegue prima « den­tro » ( dopo è soltanto una formalità). Quindi ha cominciato a tirare fregacci decisi sulla tela che aveva davanti.

E’ venuto fuori un quadro che mostro a tutti con orgoglio, quasi l'avessi dipinto io (che sono sempre stato un disastro in fatto di disegno).

Il volto della donna occupa completamente la scena. Tutto é giocato sullo sguardo. Uno sguardo che esprime prima paura, quindi stupore, quasi incredulità.

Quando alza gli occhi, l'adultera vede Uno che la guarda in modo diverso dagli altri. Non aveva mai visto un uomo osservarla in quella maniera.

Finora aveva fatto esperienza di due tipi di sguardo. Quello del desiderio, della cupidigia. E quello della condanna. E, forse, nella scena evangelica, i... titolari dei due tipi di sguardo erano le stesse persone: sì, quelle con le pietre in mano...

Ora i suoi occhi si incrociano con quelli di un Uomo che « vede » in lei né un oggetto di piacere né un bersaglio per le pietre di una sentenza crudele.

L'amico pittore aveva centrato perfettamente il senso della pa­gina evangelica.

Personalmente, non ho mai avuto dubbi: la carità comincia dallo sguardo.

Diceva Simone Weíl: « Una delle verità fondamentali del cri­stianesímo, verità troppo spesso misconosciuta, è questa: ciò che salva è lo sguardo ».

L'adultera, come del resto Zaccheo, deve la propria salvezza a uno sguardo.

Lo sguardo del Cristo è, in un certo senso, creatore. Chiama al­l'esistenza una persona. Risveglia il suo essere autentico, reale. Liquida il farabutto, la canaglia, e chiama il santo.

Lo sguardo del Cristo non si rassegna al « poco di buono ».

Si ostina a cercare, a mettere in luce il molto di buono, il me­glío che c'è in ogni persona.

Dunque, uno sguardo rivelatore. Perché manifesta all'uomo le sue possibilità, la sua vera dimensione.

E sembra molto significativa questa testimonianza che ho letto in un giornale: « Conoscevo una persona accanto alla quale ognuno non solo si sentiva se stesso, ma il più, il meglio di se stesso. Quando chiesi a quella persona quale era il suo segreto, mi rispose in tutta semplicità: «Basta mettere a fuoco la persona che ti sta dinanzi come se al mondo null'altro vi fosse che l'interesse di que­sta persona» ».

Il nostro sguardo dev'essere, prima di tutto, libero.

Soltanto uno sguardo libero rappresenta un appello alla libertà.

Libero perché ha sfondato la prigione del proprio egoismo, delle proprie comodità, della propria indifferenza, dei propri interessi, per aprirsi all'altro in un atteggiamento di accoglienza, simpatia, discrezione, cordialità, delicatezza, benevolenza.

Libero dalle lenti deformanti dei pregiudizi, delle prevenzioni, dei sospetti, della diffidenza.

Libero da ogni istinto di separazione e di discriminazione.

Costui mi serve ‑ Tu no!

Costui mi piace ‑ Tu no!

Costui mi interessa ‑ Tu no!

Costui mi è simpatico ‑ Tu no!

« Questo «tu no!» si rivela come una eco malefica che rimbalza su tutta la terra scavando voragini di solitudini aperte verso di noi come un urlo. «Guardami... perché io sappia se esisto» » (Agnese Baggio).

Le persone che il nostro sguardo rífiuta saranno condannate, forse, a portare per tutta la vita un marchio di rifiuto, di solitudine, di insignificanza.

Anche uno sguardo indifferente può essere « omicida ». Il suo messaggio, infatti, si può tradurre così: « Per me tu non esisti. Negandoti importanza, ti nego il diritto all'esistenza ». Uno sguardo di indifferenza ha la capacità dì cancellare una persona.

Uno sguardo libero è uno sguardo che non si limita a sfiorare le persone che incontra. Non è uno sguardo frettoloso. Non è sfug­gente. Sa fermarsi e accogliere. Accogliere, ma non forzare.

E’ necessario, ogni mattina, purificare il nostro sguardo.

Si tratta, infatti, di:

‑ Svincolarlo da ogni istinto di possesso.

‑ Disarmarlo dai vari elementi di ostilità, aggressività, mali­gnità, durezza.

‑ Ringiovanirlo, restituendogli la capacità di stupore e di me­raviglia che fa nuove le cose, e ridandogli il gusto della scoperta dell'altro. L'altro come « inatteso ».

‑ Renderlo sensibile all'altro. Ossia capace di vedere l'altro come io vorrei essere veduto, in quella situazione concreta.

In tal modo, l'attenzione diventa espressione di rispetto e vei­colo di liberazione.

Soltanto l'attenzione che nasce dall'amore dichiara all'altro: « Io ti riconosco il diritto di essere quello che sei. Desidero che tu sia tutto quello che puoi essere » (Agnese Baggio).

Sì, soltanto se acquistiamo uno sguardo purificato, le pietre co­minceranno a cadere dalle nostre mani.


Alessandro Pronzato


0 commenti/domande

 













Il deserto fiorirà! | Powered by Blogger | Posts (RSS) | Comments (RSS) | Designed by Tangalor | XML Coded By Cahayabiru.com