E’più difficile recuperare il figlio che non si è allontanato

domenica 18 marzo 2007 alle 11:32
Per questa IV domenica di quaresima posto una riflessione di Alessandro Pronzato


Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta... Dopo non motti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì) per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Luca 15, 11‑32)


Questa parabola ha subito il torto di vedersi affibbiare un titolo errato. Infatti, viene comunemente indicata come la storia del fi­gliol prodigo. Invece, la figura centrale, il protagonista indiscusso è il padre.


Di questo padre colpisce, prima di tutto, il silenzio.

C'è il figlio minore che parla, pretende.

Il padre non dice una parola.

Il suo è il silenzio dell'amore, rispettoso della libertà del figlio. Accetta il rischio di questa libertà. Senza libertà non c'è amore. Un dottore della Chiesa parla appunto dell'uomo, al momento della creazione, come «rischio di Dio».

Certo addolorato, ma non adirato per la richiesta.

Lui non può sostituirsi alla scelta del figlio.

Noi ci domandiamo, d'istinto: perché non l'ha trattenuto? Per­ché non gli ha rifilato una buona razione di legnate sulla schiena, invece della parte del patrimonio che gli « spetta »?

La vera paternità è discrezione. E’ accettare il rischio della libertà...

La paternità non va confusa col paternalismo. Quest'ultimo ne rappresenta la deformazione. Con l'intento di proteggere, finisce col soffocare la crescita dell'individuo e di bloccarlo in uno stadio infantile.

«Nel contesto del Vangelo, Dio non appare come il padre che spranga la porta perché i figli non escano di notte, ma la luce illu­minante, la misteriosa bussola che orienta l'uomo nelle sue scelte, che non lo abbandona nell'esercizio rischioso della libertà, e che crea nuove prospettive di liberazione, rifacendosi agli epiloghi che parrebbero disastrosi. Il padre può aiutare solo essendo un model­lo... » (Arturo Paoli).

Il padre non ha bisogno di partire, visibilmente, col figlio. Va con lui in una forma nascosta, interiore, che più tardi esploderà nella nostalgia.

E poi l'attesa.

Sembra che il padre sia rimasto in casa ad aspettare il figlio scappato, a scrutare l'orizzonte.

In realtà non esiste più la «casa patema» dal momento che il figlio se n'è andato. La casa patema si trova là dove c'è il cuore del padre. Ora, il cuore del padre è andato lontano...

Ha camminato più il padre che non il figlio, a pensarci bene.

L'amore non si rassegna alle distanze, alla separazione.

L'amore è una realtà dinamica, non statica.

L'amore non si identifica con i muri. Né sta a custodire le pie­tre o «la roba».

L'amore è sempre in movimento, sempre in anticipo, prende co­stantemente l'iniziativa, non si chiude in un'attesa corrucciata e in­dispettita.

I passi del perdono arrivano molto più lontano della distanza scavata dalla rottura.

Dio non si rassegna alla perdita dell'uomo peccatore. Lo spia, lo insegue, lo bracca tenacemente, lo tormenta.

Pascal fa dire a Dio: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Forse sarebbe meglio precisare: «Non mi cercheresti se io non ti avessi già trovato...»

Quando si commenta questa parabola, normalmente si mette in rilievo la lunga strada (partenza e ritorno) percorsa dal figlio pro­digo, una strada che l'ha condotto «in un paese lontano», dove, attanagliato dalla nostalgia della casa patema, ha compiuto il primo passo importante: «Rientrò in se stesso». Dopo di che, ha matu­rato la decisione: «Mi leverò e andrò da mio padre».

Si trascura, invece, il fatto che è essenzialmente il padre ad aver camminato parecchio.

Eccolo, infatti, uscir fuori e «correre incontro» al figlio che e­ alle viste.

E poi andare dai servi a ordinare la festa.

Ma, per un figlio scavezzacollo che ritorna da lontano, c'è l'al­tro, che sta dentro da sempre, «esemplare» nella sua condotta, che non vuoi rientrare. Che non gradisce la festa, non sopporta la gioia del padre, non riconosce il fratello che non possiede i suoi titoli di merito («questo tuo figlio», sottolinea con acredine... E il padre in­siste: «questo tuo fratello»).

E allora il padre deve di nuovo uscir fuori a «pregare» il figlio obbediente. Pregarlo di cambiare cuore, di essere d'accordo con la propria gioia.

Uno ritorna con una mentalità da servo («Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni»).

L'altro rimane ostinatamente fuori perché ha la mentalità dei ragioniere e non è in sintonia col cuore del padre.

Il padre, invece, resta convinto che «bisognava far festa e ral­legrarsi».

Per questo non esita a «uscir fuori». A cercare quello che è rimasto, a recuperare quello che non si è perduto.

Quanto deve camminare questo Padre instancabile per convin­cere il lontano che torna come nella Casa si entri a testa alta in qualità di « graziati » e non nella veste di condannati, si è accolti come figli e non come servi. E l'unica penitenza che si riceve è quella di una festa incredibile con la musica e la danza. Nella Casa si ritrova e non si perde la libertà. C'è la musica, il canto, la festa, non il lamento funebre.

E quanto deve camminare il Padre soprattutto per tentare di convertire il figlio «fedele» che rifiuta di entrare perché è convin­to di essere dentro...

Già. Perché c'è qualcosa di peggio che non essere a posto.

Ed è credersi a posto.

C'è qualcosa di peggio che camminare su una cattiva strada.

Ed è la spavalda sicurezza ‑ mai incrinata dal minimo dubbio ‑di trovarsi sulla strada buona.

Non c'è niente di più «mostruoso» di questo «monumento di inappuntabilitá», di questo insopportabile «avente diritto» quale, appare il figlio maggiore.

Lui ha bisogno di sicurezza. E si sente «assicurato» nel fare, nelle sue prestazioni esatte, senza uno sgarro.

Un calcolatore, uno squallido burocrate della virtù, senza un guizzo di vita, di gioia, di spontaneità, di «gratuità».

La sua è una perfezione esecutiva, senz'anima, senza creatività. Non c'è soltanto un abisso tra lui e il fratello scavezzacollo. Ma, soprattutto, tra la sua mentalità e quella del padre.

In fondo, la conversione più difficile è la sua.

Facile convincersi che il posto, nella casa, non lo si può «con­servare», ma soltanto «ritrovare» giorno per giorno. E che la fedeltà non è semplicemente un «rimanere», ma un accettare, quo­tidianamente, le sorprese e la logica paradossale e le sconvolgenti iniziative del Padre.

Non basta non abbandonare la casa. Bisogna sapere tener dietro al «vecchio» che corre incontro al figlio scapato che ritorna.

E partecipare alla festa, senza produrre la nota stonata.

Nella parabola manca il «lieto fine».

Ci sarà soltanto quando si verificherà l'avvenimento della con­versione del figlio maggiore. Quello rimasto. Quello che si ritiene a posto.

Il padre ha potuto provvedere il vitello grasso, l'anello, il ve­stito più bello, i calzari, per il ragazzo che è tornato pentito.

Ma non ha potuto provvedere l'accoglienza del fratello maggio­re. Questa non era in suo potere.

Eppure, come sarebbe stato bello se avesse potuto offrire anche il cuore colmo di gioia del fratello rimasto. Un cuore dilatato dalla bontà, dal perdono.

Di questo, purtroppo, non poteva disporre...

Sia che ci riconosciamo in quello che se n'è andato, come nel figlio rimasto a lavorare sodo (ma senza gioia e senza amore), la pa­rabola ci presenta l'esigenza della conversione. Conversione come capacità di misurare i nostri passi su quelli del Padre. E di condi­videre la sua «voglia» di festa.

0 commenti/domande

 













Il deserto fiorirà! | Powered by Blogger | Posts (RSS) | Comments (RSS) | Designed by Tangalor | XML Coded By Cahayabiru.com