La messa comincia dalla fine

domenica 10 giugno 2007 alle 02:00

Prese i cinque pani e i due pesci e, levàti gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. (Lc 9, 11‑17)

Di A. Pronzato:


Mi impressiona sempre il dialogo che precede il miracolo della moltiplicazione dei pani.

‑ Congeda la folla ‑ suggeriscono i discepoli.

‑ Dategli voi stessi da mangiare ‑ impone perentoriamente Cristo.

Qui viene espresso il nostro istinto, che affiora regolarmente, di sottrarci agli impegni più gravosi dietro l'alibi dell'impossibilità, della sproporzione (« non abbiamo che cinque pani e due pesci » per cinquemila persone!) e l'imperativo di Cristo che ci fa carico della fame altrui.

Il teologo domenicano padre Congar usa una formula assai ef­ficace: « Ogni cristiano, spirítualmente parlando, ha famiglia a carico ». Una famiglia a dimensione del mondo.

Il cristiano, questo responsabile di tutto e di tutti.

Tale responsabilità trova la sua investitura ufficiale nell'Eu­carestia.

Ricevere l'Eucarestia non significa soltanto ricevere il corpo di Cristo. Si tratta di ricevere il sacramento degli uominí, le loro at­tese, le loro esigenze, i loro problemi, i loro drammi.

Non basta comunicare con Lui Bisogna comunicare con mondo.

Non è sufficiente « fare la comunione ». Occorre « fare comu­nione » con i fratelli, ossia realizzare l'unità, essere operatori di pace e di concordia.

Nella festa di oggi l'Eucarestia cessa per una volta di essere il sacramento del nascondimento, per essere esposta, manifestata. Il corpo di Cristo viene portato in processione. « Esce » per le strade.

La processione ha un duplice significato.

Sta a simboleggiare la nostra condizione di « itineranti », pelle­grini, creature che « non hanno quaggiù una stabile dimora », ma sono in cammino verso la vera patria. In questo cammino l'Euca­restia diventa il pane che sostiene, dà forza. Qualcosa di vitale, in­dispensabile.

Ma la processione si snoda attraverso le vie, in mezzo alle case, alle piazze. Ossia, Cristo passa là dove l'uomo abita, vive, lavora, ama, soffre, spera. E viene in tal modo sottolineato il nesso che esi­ste tra Eucarestia e vita.

I drappi, i fiori, le luci, gli addobbi, i colori, sono simboli di ciò che deve avvenire quando una comunità cristiana si nutre del « pa­ne di vita »: la realtà viene trasformata. Le « solite cose » non sono più le stesse: sono toccate da una forza di amore che le cambia dal­l’interno, le fa splendere, dà loro un significato.

L'Eucarestia, ossia tutto viene cambiato radicalmente.

Eucarestia non è « stare » con Cristo in un rapporto intimisti­co. Significa « uscire » con Lui per le strade, inserirsi nell'avventura degli uomini.

Non basta credere alla « presenza reale ». Occorre assicurare la presenza reale di Cristo nel mondo attraverso la nostra testimonianza, il nostro impegno a soddisfare la fame degli uomini.

Al termine della Messa, il prete ci congeda con la formula­« La Messa è finita: andate in pace! »

Sono sempre tentato di correggere: andate, perché la Messa non è finita. Non finisce mai.

Questo, infatti, è un inizio. Non una conclusione.

Si tratta, senza dubbio, del momento più difficile della Messa.

Si va, non perché è finito qualcosa, ma perché sta per comin­ciare qualcosa.

Il congedo non vuol dire: « Bravo avete fatto il vostro dovere di cristiani esemplari, potete andarvene tranquilli », ma: « E’ ve­nuto il vostro momento. Adesso tocca a voi ».

Quindi, non segnale di riposo, ma segnale di mobilitazione.

Non « missione compiuta, ma « partenza per una missione de­licata ».

Vedo, talvolta, qualcuno che «esce» dalla Messa con l’aria sod­disfatta di chi ha fatto il proprio dovere. Qualcosa come: « Per og­gi questa faccenda è sistemata, questa pratica è sbrigata ».

No. Celebrare l'Eucarestia significa assumersi un impegno che viene assolto « dopo », lungo la giornata.

Significa continuare.
Significa agganciarsi alla vita quotidiana.
La Messa finisce come azione liturgica e comincia come celebra­zione della vita.
Finisce il rito e ha inizio il gesto vitale.
Ci si alza da Mensa e si attacca a lavorare, a costruire il Regno.
Insomma: si porta fuori ciò che si è ricevuto.

Si porta fuori ciò che siamo diventati.

Nella cappella di un monastero svizzero nei Grigioni è stata realizzata proprio quest'idea della « continuitá » della Messa. Dal massiccio altare partono fasci di raggi. Una specie di torrente che precipita sul pavimento, si allarga, sbocca all'esterno e invade i corridoi, le sale...

Come a dire: tutto comincia di qui e finisce fuori. Meglio: non finisce.

L'altare è un punto di partenza. Ma l'avventura non può mai ritenersi conclusa. La missione non è mai compiuta.

Non è possibile fissare un termine alle sorprese.

« La Messa è finita; andate in pace! »

E’ brevissima, e relativamente facile la strada che porta a Messa.

Ma diventa interminabile e ardua quella che porta la Messa, l’Eucarestia alla vita.

E gli unici segnali sono quelli dell'attesa...

Per favore, oggi non ripariamoci, « devotamente », sotto il fa­stoso baldacchino.
Usciamo allo scoperto.
Ci accorgeremo che anche Lui viene con noi. A scoperchiare i tetti.

Non aspetta altro.

Cristo non è venuto per «stare al riparo ». E’ impaziente di condividere l'esistenza reale degli uomini

1 Responses to La messa comincia dalla fine

  1. Simone Says:

    apparte l'ora tarda per scrivere un blog :-),hai risposto a pieno alla domanda che mi ero posto!ma Cristo non ha detto date voi stessi da mangiare?!?perche loro non hanno compreso le sue parole?
    Simone

 













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