Gli amori del re Salomone (2)

martedì 27 novembre 2007 alle 13:57

La nuova alternativa religiosa è costituita dalle “molte donne straniere”.


Senza alcun dubbio, c’è una dimensione sessuale nella perversione di Salomone – e di che dimensioni: 300 mogli e 700 concubine! – Ma non dobbiamo farci fuorviare: il problema non è sessuale ma politico. I molti matrimoni e l’harem sono un modo per sviluppare le alleanze internazionali.

E tutti questi sforzi per la sessualizzazione della politica e per la politicizzazione della sessualità sono modi per garantirsi la propria esistenza, per mantenere l’iniziativa nella propria vita.

Con il risultato di eliminare il Signore trascendente e qualsiasi principio di critica.

Gli amori nuovi e alternativi di Salomone avevano ridotto la vita a qualcosa di gestibile, calcolabile e amministrabile.

Amare Dio significa arrendersi davanti a quell’Uno che è un sacro mistero schiacciante; che richiede fiducia, e che non può essere controllato.

Inversamente, avere questi amori modesti e divisi significa solo amare soltanto nella misura in cui noi possiamo gestirli e porli così sotto il nostro controllo.

Questa è la tentazione che coloro che amano questo Dio hanno sempre dovuto affrontare.


Walter Brueggemann


Ecco il nostro Re!

domenica 25 novembre 2007 alle 11:29

2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell' acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l' asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?". 7 Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo". 8 Gli disse Simon Pietro: "Non mi laverai mai i piedi!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". 9 Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!". 10 Soggiunse Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti". 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete mondi". 12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l' esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. 17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica (Gv 13,2-17).

Voi mi chiamate Signore e Maestro e dite bene: lo sono.

La folla osannante l'aveva accolto a Gerusalemme come "il re d'Israele" (cfr Gv 12,13-15).

E Gesù stesso, di fronte a Pilato proclamerà apertamente la sua regalità: "tu lo dici: io sono re" (cfr. Gv 18,37).

Ma il senso di questa regalità, che con la Resurrezione si manifesta quale regalità universale, lo si capisce tra le mura del cenacolo. Qui Gesù tiene una lezione magistrale di "esegesi". Davvero un po' particolare: infatti non è su un passo biblico scritto, ma su un testo ancora da scrivere: quello (quelli) che racconterà della sua morte in croce e della sua resurrezione.

Gesù nel cenacolo fa l'esegesi del suo morire in croce... ma non solo, spiega il senso del memoriale che sarà destinato a rendere presente e operante per tutte le generazioni a venire questo mistero della sua Pasqua: la celebrazione eucaristica (di cui infatti il vangelo di Giovanni non parla - considerandola già arcinota - ma che sostituisce appunto con la lavanda dei piedi che nè è l'interpretazione data da Gesù stesso).

Ecco dunque il nostro Re! Ecco come Dio regna e vuole regnare nella nostra vita.

Tutto è rovesciato. Il concetto umano di "regalità" è solo un espediente per attirare la nostra attenzione lì dove non avremmo mai fissato i nostri occhi: verso i piedi dei nostri fratelli, verso quelle mani che li lavano.

Tra gli apostoli c'è sbigottimento generale, c'è chi si porta le mani alla testa, che non crede ai suoi occhi, chi non riesce a tacere il suo scandalo. Pietro non capisce e si rifiuta in un primo momento di volere un tale re, un tale messia. Ma poi quando intuisce che il suo rifiuto lo avrebbe separato da Lui, pur non capendo accetta tutta intera questa regalità... perché sente che c'è è di mezzo l'amore. E lui vuole rimanere, stringersi a questa comunione con lui, come noi desideriamo essere amati.

Gli occhi, le mani, il suo corpo inginocchiato, tutto è rivolto verso un punto: i nostri piedi, ossia la nostra piccolezza, la nostra miseria. Quanto è amata!

Ecco il nostro Re!

Che chiede ancora di poterci lavare i piedi. Lo farà con il suo morire per noi. Anche se suoi nemici.

Eppoi, il dono ancora più grande: poter partecipare alla sua regalità che è beatitudine dell'amore:


Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.

Gli amori del re Salomone (1)

venerdì 23 novembre 2007 alle 16:47

Ma il re Salomone amò donne straniere, moabite, ammonite, idumee, di Sidòne e hittite, appartenenti a popoli, di cui aveva detto il Signore agli Israeliti: "Non andate da loro ed essi non vengano da voi: perché certo faranno deviare i vostri cuori dietro i loro dei". Salomone si legò a loro per amore. Aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine; le sue donne gli pervertirono il cuore. Quando Salomone fu vecchio, le sue donne l' attirarono verso dei stranieri e il suo cuore non restò più tutto con il Signore suo Dio come il cuore di Davide suo padre. […] Il Signore, perciò, si sdegnò con Salomone, perché aveva distolto il cuore dal Signore Dio d' Israele, che gli era apparso due volte e gli aveva comandato di non seguire altri dei, ma Salomone non osservò quanto gli aveva comandato il Signore. Allora disse a Salomone: "Poiché ti sei comportato così e non hai osservato la mia alleanza né i decreti che ti avevo impartiti, ti strapperò via il regno e lo consegnerò a un tuo suddito. […]" (cfr. 1Re 11,1-13).


Salomone è lo specchio della nostra vita di fede; quel che siamo in grado di discernere in Salomone, lo riconosciamo molto bene anche in noi stessi. E questo è il modo in cui, all'origine, fu inteso il nostro testo. Non è stato scritto così com'è per darci solo un resoconto storico della vita di un re del X secolo a.C. Al con­trario, è stato compilato in modo che Israele potesse comprende­re più a fondo quel che avveniva nel suo seno... e in ogni generazione.

[…] la vita di Salomone è una storia di erosione e di deterioramento, che ci mostra un uomo potente andare in malora.

E noi ci muoviamo sempre dall'uno all'altro, cioè fra l'amore verso il Signore e l'amore verso altre fedeltà. Così ogni giorno, prima o poi, giovani e anziani, a tempo e fuor di tempo, ci troviamo a scegliere sempre fra questi due amori. Oppure, inversamente, noi cerchiamo sempre di evitare la scelta, nella speranza di poterli avere ambedue. […]

All'inizio incontriamo Salomone (1 Re 3,3) in un atteggiamento di salda fede: egli amava il Signore. È un'affermazione semplice; senza alcuna aggettivazione, che manifesta un'intenzione molto chiara. Una tale assenza di ambiguità è senz'altro fonte di entergia e autorità . In quel momento Salomone è un uomo dal cuore puro perché vuole una cosa soltanto.

È stato dimostrato che la parola amore (ahab) in alcuni contesti, forse anche in questo, significa “onorare gli impegni del patto”. Cioè l’amore non è tanto un fattore emotivo […]. Per Salomone amare Dio significava essere chiaro sulle aspettative di Dio e organizzare la propria vita in modo da farvi fronte. Tutto questo ci offre l’occasione per riflettere su quel che Dio si aspetta da parte di coloro con i quali ha stretto un patto. Vedi Giovanni 14,21 dove l’amore di Dio è anche identificato con l’obbedienza ai comandamenti.

Nel nostro testo, come pure nel Deuteronomio (vedi 6,6;10,13;13,4), è molto chiaro che amore significa obbedienza. L'intenzione di un cuore retto deve avere espressione concreta.

[continua...].



Walter Brueggemann

Il ramo di mandorlo: ritiro spirituale in preparazione al S. Natale

martedì 20 novembre 2007 alle 21:00

Un avviso che magari può interessare chi è di Roma o dintorni. Domenica 2 dicembre terrò un ritiro spirituale dedicato a questo tempo ormai prossimo di preparazione al S. Natale. Il titolo "il ramo di mandorlo" fa riferimento al tema che mediteremo insieme in ascolto della Parola di Dio. Si tratta in estrema sintesi del mistero del compimento e della realizzazione delle promesse di Dio sulla nostra vita

Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Che cosa vedi, Geremia?". Risposi: "Vedo un ramo di mandorlo". 12 Il Signore soggiunse: "Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla" (cfr. Ger 1,11).

Di solito, soprattutto in vista del Natale, si leggono molto i testi profetici in rapporto con la "predizione" della venuta del Messia. Ma questa volta noi parleremo di quelle profezie "che non si sono realizzate". Quali sono e cosa dicono di Dio e a noi stessi le profezie "incompiute"?


Villa Nazareth

Associazione Comunità Domenico Tardini

Ritiro spirituale in preparazione del Natale



Il ramo di mandorlo


Tra promessa e compimento, tra scandalo e adorazione


Domenica 2 dicembre 2007

Congregazione Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena

Via Massimi, 114/B

00136 Roma - tel. 06/97845301


Programma

Ore 10.00 Arrivo

Ore 10.15 Recita delle Ore

Ore 10.30 Prima Meditazione

Ore 11.30 Riflessione personale

Ore 12.30 Pranzo buffet

Ore 14.00 Seconda Meditazione

Ore 15.00 Riflessioni comuni e silenzio personale

Ore 16.00 Liturgia Eucaristica presieduta da Mons. Claudio M. Celli


Per iscrizioni: Lida 06 39729912, Laura 06 5142068 o Massimo 349 4751488

Il filo d'oro

sabato 17 novembre 2007 alle 22:16


Un filo d'oro.

C'è come un filo d'oro tessuto attraverso gli avvenimenti della nostra vita.

Ma noi vediamo e sentiamo a volte solo problemi, angoscia. La nostra vita sembra sconvolta da ondate successive di imprevisti, cose andate storte. A volte felici perchè qualcosa va bene, altre depressi perchè qualcos'altro è sopravvenuto e ci ha disilluso.

Una successione di eventi di cui non riusciamo a cogliere il nesso, la direzione.
Tutto sembra andare a caso, e ci adattiamo... cominciamo a vivere alla giornata: questo mi piace, lo faccio, quest'altro non mi piace lo evito.

Anche per le persone che amiamo succede così. A volte stentiamo a capire la strada verso cui una vita si incammina.

Ma c'è un filo d'oro. Un filo prezioso Dio sta tessendo nella nostra vita con infinita pazienza, amore, misericordia... speranza.

Un filo che dà senso a tutta la nostra storia, le nostre scelte, giuste o sbagliate che siano.
"Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" dice l'Apostolo Paolo (cfr. Rm 8,28).

Per grazia, per dono, se perseveriamo nella nostra ricerca di Dio, nell'ascolto della sua Parola ci è dato a volte di scorgerlo. Anzi di vederlo, e anche molto bene.

Un filo d'oro che riluce bellezza, delicatemente tessuto attraverso trame di incertezza, paure, sbagli, monotonia, prove e anche peccati.

Un filo d'oro che riaccende energie dimenticate, e fa esultare la speranza.

E allora cominciamo a capire. Capire che la nostra vita, la vita di chi amiamo, fatta di pezzi che sembravano ormai frantumanti e indecifrabili, stanno assumendo decisamente e stupendamente un senso che nemmeno osavamo immaginare.

Bellissimo.

E allora ricomincamo a sorridere. Diventiamo gelosi. Ma gelosi di questa bellezza che Dio sta tessendo in noi e negli altri. Vogliamo collaborare al meglio. Favorire e non danneggiare questo capolavoro in corso d'opera. E' la nostra stessa vita. La vita di chi chi ci sta vicino.

Abbiamo bisgno di pregare di più. Di più silenzio. Di più profondità. Di più ascolto.



Cantate inni al Signore con l'arpa,
con l'arpa e con suono melodioso;
con la tromba e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

Frema il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne.

Esultino davanti al Signore che viene,
che viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine (cfr. Sal 97).

Dispensatori di Vangelo... e di pane

mercoledì 14 novembre 2007 alle 21:03


L’evangelizzazione è la perenne ansia della Chiesa, perché è il testamento lasciatogli da Gesù. Anche là dove essa è impegnata in opere di promozione umana e sociale, come qui in Madagascar, l’evangelizzazione è e resta la sua priorità ed il segno della sua fedeltà al Maestro.

È difficile spiegarlo a volte. Molti apprezzano dei missionari il fatto che essi non si limitino a …fare delle prediche, ma diano un piatto di riso a chi è affamato ed una medicina a chi soffre. Per molti questo è un segno di credibilità e di autenticità. A volte capita di sentire apprezzamenti generosi anche da parti di non credenti… Ma ogni missionario (e cristiano) sente che dare Gesù ed il suo vangelo è più importante che distribuire un pezzo di pane. Questo non toglie che in Missione accanto alla chiesetta sorge subito la scuola ed il dispensario, e che a volte l’80% del tempo materiale è dedicato all’opera umanitaria, ma sempre nella certezza che Gesù è la ricchezza più grande che si possa offrire ad ogni uomo, anche ad un povero. Se offriamo quel piatto di riso è in nome di Gesù e dell’amore che lui ci ha insegnato. Se non fosse così mi sentirei solo un commediante.

Noi Redentoristi in Madagascar siamo impegnati in tante opere sociali: dalle scuole ai dispensari, dalle mense per i poveri all’aiuto ai bambini malnutriti, dalla formazione professionale all’alfabetizzazione degli adulti. Eppure la nostra priorità e ragion d’essere è l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. Senza quest’annuncio saremmo solo degli operatori sociali, e le nostre stesse opere perderebbero la loro spina dorsale.

Questa evangelizzazione si realizza nell’annuncio che fanno direttamente i missionari, ma anche nella formazione d’altri evangelizzatori. È per questo motivo che da due anni siamo impegnati in un Centro di formazione per i catechisti.

In questo centro arrivano ogni anno una decina di famiglie, provenienti per lo più da villaggi di foresta. Durante tutto l’anno essi abitano con noi e condividono la nostra vita. Sono formati per il loro ministero d’animazione delle comunità cristiane (teologia, catechesi e Bibbia), ma imparano anche dei mestieri pratici per poter elevare il loro tenore di vita e sostenersi economicamente una volta tornati nei loro villaggi.

Finito il corso queste famiglie catechiste sono inviate solennemente nei loro villaggi d’origine dove saranno responsabili dell’animazione cristiana di tutta la comunità cristiana. In molti dei villaggi di foresta il sacerdote passa in tournée a scadenze 6 mesi o un anno. Sono i laici, i catechisti appunto, a tenere vive ed attive le comunità cristiane: a presiedere alla liturgia domenicale, ai riti religiosi (funerali), a guidare la catechesi e preparare la celebrazione dei sacramenti al passaggio del sacerdote. Il loro lavoro laicale tiene in vita migliaia di piccole comunità a volte in posti irraggiungibili per i missionari. La chiesa in terra di missione si regge più che su teorie sul laicato, sul lavoro costante di questi collaboratori.

p. Lorenzo CSSR



 













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