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Domenica della Divina Misericordia

domenica 30 marzo 2008 alle 11:46

22 FEBBRAIO 1931.


La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l'altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l'uno e l'altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l'anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande.

Dopo un istante, Gesù mi disse: «Dipingi un'immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che l'anima, che venererà quest'immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell'ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».

Quando ne parlai al confessore, ricevetti questa risposta: « Questo riguarda la tua anima». Mi disse così: Dipingi l'immagine divina nella tua anima”. Quando lasciai il confessionale, udii di nuovo queste parole:

«La Mia immagine c'è già nella tua anima. Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l'immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori. Il peccatore non deve aver paura di avvicinarsi a Me».

«Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini». Poi Gesù si lamentò con me dicendomi: «La sfiducia delle anime Mi strazia le viscere. Ancora di più Mi addolora la sfiducia delle anime elette. Nonostante il Mio amore inesauribile non hanno fiducia in Me. Nemmeno la Mia morte è stata sufficiente per loro. Guai alle anime che ne abusano!».


Pace minacciata

lunedì 16 aprile 2007 alle 19:17
Stasera vorrei condividere alcuni pensieri del card. Carlo M. Martini che oggi ho avuto modo di leggere. Si riferiscono all'esperienza dell'apostolo Paolo, ma riguardano anche quello che diceva A. Pronzato sul dono della pace. Un regalo del Risorto, un tesoro da accogliere, vivere e difendere...


Innanzi tutto dobbiamo riconoscerci estremamente fragili, suscettibili di essere tentati, forse anche in cose da poco e di dover passare per questi momenti difficili.
Il senso della fragilità è importante perché, altrimenti, rischiamo di parlare di queste cose con facilità, e quando ci troviamo a viverle reagiamo in modo del tutto contrario, cambiando, per così dire, mondo e linguaggio.
La coscienza della nostra fragilità ci permette di collegare meglio ciò che leggiamo con ciò che in realtà viviamo"[...]

L'esistenza cristiana è una prova non da poco perché ci mette di fronte ad un avversario implacabile che continuamente torna ad attaccarci.
Quando consideriamo la realtà quotidiana, le cose semplici di ogni giorno, questo linguaggio ci sembra eccessivo; ma se andiamo più a fondo nella nostra storia, nella storia degli altri uomini, nelle prove dolorosissime che la gente vive, nei problemi che portano all'angoscia e alla disperazione, allora vediamo molto più chiaramente che il nemico dell'uomo è all'opera.
Esso cerca in tutte le maniere pià semplici, più coperte, più subdole, di portare ciascuno di noi a mancare di fede e di speranza, suggerendoci una visione rassegnata della vita, senza la luce interpretativa del piano salvifico di Dio.
Continuamente vuole distruggere la scintilla della fede che ci permette di vedere tutto come cammino di Dio in noi e cammino nostro verso di Lui. [...].

Dice l'apostolo Paolo:

Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze perchè sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,3-5).

Se queste parole fossero dette da un neoconvertito ai primi inizi dell'entusiasmo, potremmo pensare che parli senza esperienza.

Dette da un missionario che ha vissuto 20 anni di prove, acquistano un suono diverso e ci fanno profondamente riflettere.

Nessuno sforzo umano può giungere a questo atteggiamento: è la carità di Dio diffusa nei nostri cuori per lo Spirito che ci è dato.

La trasfigurazione di Paolo è, ancora una volta, la forza del Risorto che entra nella sua debolezza e vive in lui.

Cristo ci regala la sua pace

domenica 15 aprile 2007 alle 11:07
Una bella riflessione di Alessandro Pronzato...

Gesù si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! » (Gv 20, 19‑31)

Pace è il nome della Risurrezione.

Cristo, quando appare ai suoi amici, usa il termine Shalom, che era saluto familiare per ogni israelita, un'espressione augurale.

La pace era dono di Yhwh e, più che un vocabolo, era un concetto religioso.

Lo stato di pace, in una persona, indicava una condizione di benessere, con un'accentuazione in senso materiale, realizzabile soltanto attraverso un'intima comunione con Yhwh.

Il risorto, dunque, augura la pace.

E si tratta, beninteso, della sua pace.

Fermiamoci a considerare questa pace che dobbiamo possedere in noi stessi, per poterla irradiare sugli altri e diventare così – per usare il linguaggio delle Beatitudini ‑ « operatori di pace ».

Come per la gioia, anche per la pace si può dire che ne esistano in commercio due tipi.

Quella nostra e quella che ci danno gli altri.

La prima ha caratteristiche di inalterabilità. L'altra è all'inse­gna della precarietà e provvisorietà.

Mi spiego con un esempio. Ho assistito personalmente a que­sta scenetta.

Paolo è un simpatico bambino. Un giorno decide di costruire, nel proprio cortile, una capanna. Convoca i compagni di gioco e tutti s'impegnano a collaborare all'impresa. Chi porta i pali, chi una tenda, chi una sedia, chi una stuoia, chi un vaso, chi uno spec­chio.

La faccenda regge per alcune settimane. Un pomeriggio i ra­gazzi bisticciano con Paolo. « Se non ci fosse il mio cortile... », si fa forte lui. «Ma noi abbiamo messo tutto il resto», protestano gli altri. Al termine dell'acceso litigio, ognuno ritira ciò che aveva offerto per la costruzione della capanna. Ognuno recupera precipitosamente e riporta a casa il proprio pezzo. Tutto si sfascia in un attimo. E Paolo rimane col suo cortile vuoto e una scopa!

Ecco. Il problema sta tutto qui. Con quali materiali abbiamo costruito la nostra pace?

Quando qualcuno, in confessionale, si lamenta:

‑ Padre, mi hanno fatto perdere la pace...

Io rispondo:

‑ Se gliel'hanno portata via gli altri, è perché la pace non era sua. Gli altri si sono limitati a riprendersi ciò che avevano pre­stato... Erano nel loro diritto.

Troppe volte la nostra pace è costruita con materiali che non ci appartengono. Qualcuno ci dà un briciolo di stima, un altro ci offre un po' di simpatia, altri ancora un pizzico di apprezzamento per il nostro lavoro, una dichiarazione di accordo con le nostre idee, un complimento, un elogio.

E noi stiamo in pace nella nostra capanna. Tutto fila alla per­fezione.

Non abbiamo il coraggio di riconoscere che quella costruzione è tenuta insieme da materiali d'accatto.

Che la nostra pace dipende, in realtà, da ciò che hanno messo gli altri.

Poi, un giorno, succede un piccolo o grosso incidente. Qualcuno ritira il suo pezzo (uno sgarbo, un'incomprensione, un'osservazione ingiusta, un'indelicatezza, una malignità, un'interpretazione male­vola di una nostra azione). E la nostra pace si sfascia.

Naturale. Non era nostra.

Abbiamo perso, semplicemente, ciò che non ci apparteneva.

La pace che non è nostra dura finché tutto va bene.

La pace nostra, invece, dura anche quando tutto va a rotoli.

« Non ho più la pace... »

Non l'hai mai posseduta veramente.

Quella che avevi era esposta alle intemperie, alle variazioni me­teorologiche, ai capricci altrui, agli umori mutevoli delle persone che ti stanno accanto.

Perché la pace sia nostra, occorre riceverla in dono dal Cristo. Lui ci dà la sua pace. E non se la riprende più. Ci appartiene.

Teniamo presente, però, secondo l'invito di uno studioso ‑ P. Ricca ‑ le caratteristiche fondamentali di questa sua pace che può diventare nostra, se l’amiamo, se la accettiamo.

È una spada che taglia, divide, spezza certi legami. Per cui la sua pace rappresenta la crisi, e forse la fine della nostra pace.

È una pace militante. «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Non possiamo separare questo fuoco dalla sua pace. Non si tratta dun­que di una pace tiepida, ma di una pace che brucia, lascia il segno sulla carne. La pace evangelica chiama al combattimento più che al riposo. Non è un punto di partenza, ma di arrivo.

È una pace diversa. Esclude la paura, scaturisce dalla logica dell'andare oltre, dalla capacità di andare controcorrente.

È, infine, una pace crocifissa. Colui che è la nostra pace, è an­che Colui che è stato tradito, arrestato, consegnato, giudicato, con­dannato a morte, crocifisso. Ossia, la sua è una pace rifiutata. Non è la pace trionfante, come la « pax romana ».

Se questa pace ancor oggi viene annunciata, proclamata, vis­suta, ciò è dovuto al fatto che Dio ha risuscitato il Crocifisso. Per­ciò è ancora presente e operante in mezzo a noi.

La pace che ci dona il Cristo si colloca al centro, nelle profon­dità del nostro essere, non si appiccica semplicemente alla pelle, col rischio di vederla sparire alla minima bava di vento contrario.

Lui è la nostra pace.

Accogliere la pace di Cristo significa accogliere la sua Persona, non soltanto un dono «staccato». La pace è la conseguenza ne­cessaria del dono fondamentale della sua Persona, ed è il segno più evidente che abbiamo spalancato le porte al Cristo.

In tal caso, soltanto noi possiamo perdere questa pace. Sba­razzandoci dell'Ospite. Oppure, che è lo stesso, costringendolo a coabitazioni sgradevoli.

La pace, più che una conquista, è una scelta.

Vexilla Regis prodeunt, fulget Crucis mysterium

domenica 1 aprile 2007 alle 01:09
Entriamo nel mistero della Settimana Santa accompagnati da un pensiero che p. Pietro Bovati condivide su questo blog:

«Avanzano le insegne del re, rifulge il mistero della Croce», cosi inizia uno dei più celebri inni della Chiesa latina, cantato al venerdì santo. Ma questo canto ben si adatta anche alla liturgia della Domenica delle Palme, che unisce trionfo e Passione.

L’ingresso regale del Signore nella santa città di Davide è il trionfo del re di pace, la vittoria di Colui che viene a salvare il suo popolo, e a portargli riconciliazione, concordia e letizia. Con la processione liturgica, noi imitiamo la folla di Gerusalemme, che andò incontro al Signore con i rami di olivo, cantando: «Benedetto Colui che viene, osanna al Figlio di Davide». E così confessiamo, nei gesti semplici della fede, che Gesù di Nazareth è il nostro Signore, e che la sua regalità si afferma in questo mondo, anche se non è di questo mondo. Umili rami nelle nostre mani, per celebrare il vessillo del Re della terra, il vessillo della Croce, la nobile insegna della pace. Le insegne di Cristo devono tutte essere marchiate dal segno della mitezza, perché Egli, pur essendo di natura divina, per amore si umiliò fino a morire sulla croce (Fil 2,6-8), e, servo perfettamente obbediente alla volontà del Padre, non si è sottratto al supplizio dello schiavo ribelle, per poter riconciliare ogni cosa nel suo sangue innocente.

Questa è la via della pace, questo è il cammino del vero re, il cui Nome è sublime e davanti al quale si inchinano adoranti le potenze del cielo, della terra e degli inferi (Fil 2,10). La via della pace è la via del servizio umile, del dono gratuito che non si ritira di fronte al disprezzo. La via della pace è la via della Croce.

I rumori della guerra ci sono ormai fin troppo familiari, la cronaca riporta quotidianamente fatti anche di estrema crudeltà. Forse abbiamo preso maggiore coscienza di quanta violenza alberghi nei cuori umani, proprio nei nostri giorni, nonostante tante leggi sapienti, tante attestazioni di civiltà. Violenza nei paesi anche a noi vicini e a noi più cari, violenza nelle città bombardate, nelle strade percorse da profughi minacciati, nelle prigioni dove si tortura, nei campi, dove invece del grano si sparge il sangue. Violenza nelle nostre case, nelle segrete pieghe dell’incomprensione e dei frettolosi abbandoni. Violenza dell’indifferenza e della derisione.

Ma la via della pace, l’impossibile via della pace, è stata inaugurata e percorsa, trionfalmente, dal Signore Gesù; e questo è per noi motivo di speranza. Il suo sangue, versato in nome di un odio assurdo, è un sangue puro, è una medicina che risana la violenza. L’odio infernale non è capace di intaccare la purezza limpida dell’amore del Signore per i suoi fratelli. La violenza è inghiottita dalla misericordia. Un nugolo di testimoni, lungo secoli, fino ai nostri giorni, ha intrapreso la medesima strada; il corteo dei martiri avanza glorioso sotto il segno della Croce, guidando il nostro incedere.

Anche a noi, eredi di tanta speranza, è dato infatti di poter indossare la livrea del Cristo, di essere con lui nella via della pace, con gesti semplici di riconciliazione, con la paziente e coraggiosa testimonianza del bene, ad ogni costo; possiamo anche noi dare il nostro sangue, la nostra vita, amando senza attendere ricompense, sopportando le umiliazioni senza condannare nessuno. Anche noi possiamo, per il dono del Cristo, intraprendere la via della Croce, che è la via regale della pace.


Pietro Bovati SJ
(Pontificio Istituto Biblico - Roma)

 













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