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Una immagine per due

mercoledì 14 ottobre 2009 alle 15:44



di p. Michele Lavra S.I.


Durante un campo di lavoro estivo Gianni e Luisa avevano conosciuto un prete slavo che compiva i suoi studi di specializzazione a Roma. Ne nacque una bella amicizia e un paio d’anni dopo fu proprio lui a benedire il loro matrimonio. L’omelia che tenne in quell’occasione è rimasta profondamente impressa sia in lei sia nel marito. Era un discorso non facile e forse molti degli invitati non hanno seguito i vari passaggi; ma per i due è stato il culmine di altre riflessioni sviluppate in preparazione al matrimonio. La pagina biblica scelta come prima lettura era Genesi 1; nel suo commento il sacerdote mise in evidenza che il testo parlava di una sola immagine per due.

Riascoltando la registrazione,

ecco alcuni passi più significativi

rimessi in un italiano più scorrevole.

La piena comunione dell’uno con l’altra è il sogno-desiderio di una vita a due; ma si tratta di una comunione dinamica, così come è dinamica ogni vocazione in quanto realtà da scoprire e realizzare progressivamente. Con il passare degli anni la fisionomia interiore di ciascuno è sempre più frutto della loro storia a due. Più imparano a tirare giù le maschere e ad aprire gli angoli riservati, più crescono in umanità e ciascuno può dire del partner: è l'altro che mi ha fatto me stesso. Una relazione profonda con l'altro risveglia contemporaneamente ambedue le intimità: più l’altro entra nella tua vita, più tu stesso entri nel santuario della tua intimità, perché l’intimità non è un rifugiarsi dentro ma un lasciarsi visitare dall'altro accettando la relazione. Con il crescere dell’amore-accoglienza dell’altro, scopri sempre meglio l’impronta originaria impressa da Dio nel fondo del tuo essere. Si tratta di una sola immagine per due, cioè di una pienezza di umanità sperimentata proprio nella comunione tra due esseri.

Nel linguaggio quotidiano, parliamo di due cuori e un’anima sola. Nel linguaggio della teologica trinitaria, possiamo dire che crescendo nella vera intimità ci si scopre sempre più uguali e insieme distinti. Uguali in umanità e creaturalità, in dignità e figliolanza adottiva; distinti e diversi invece nel vivere ed esprimere tutta questa ricchezza, perché un'impronta maschile o femminile segna il corpo l'anima e lo spirito. Aiutando l'altro ad essere se stesso si diventa sempre più se stessi. Né maschilisti né femministe, ma maschio-femmina insieme per creare l'umanità in senso pieno. Questo è un dono e una vocazione.

Genesi 1 invita a una intimità relazionale espansiva. La differenza sessuale nella corporeità è segno della differenza e complementarietà nell'anima e nello spirito. Questa differenza, sottolinea la pagina biblica, è apertura alla fecondità, desiderio di dare vita ad un altro essere come frutto dell’amore sovrabbondante dei due. Uno per due si fa così due per tre. Il dinamismo dell’amore rimarrebbe bloccato se non si espandesse così; comprimendone il movimento, si rischierebbe di rimanere in una mediocrità poco generosa, o peggio ancora in un egoismo a due ben calcolato. Aprendo invece questo circuito trinitario, si allarga continuamente l’orizzonte: ora il figlio dilata l’amore della coppia; domani sarà lo stesso figlio ad espandere l’amore ricevuto in amore offerto e disponibile per altri.

Genesi 1 parla inoltre di intimità feconda aperta sul mondo: "Siate fecondi, moltiplicatevi e dominate la terra". Alla coppia, non a uno di loro, è affidato il compito di governare il mondo. E' vero che Genesi 2 ci parla di Adamo che lavora solitario nel giardino; ma il testo dice che proprio questa solitudine fa problema, che si tratta di un impegno cui manca qualcosa di essenziale, la gioia di vivere che sgorgherà come un canto davanti alla donna "carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa". Nella creazione intera deve rifluire la ricchezza della vita di coppia. Quanto più si sentirà l'effetto di queste due presenze uguali in dignità, ma distinte e complementari, tanto più i vari spazi della nostra vita terrena - la famiglia, la società, la chiesa, la politica, l'economia... - acquisteranno in umanità e corrisponderanno alla vocazione originaria. E quanto più la coppia sarà impegnata concretamente nella storia in unità di intenti, tanto più l'intimità tra i due diventerà ricca e gioiosa, non sottoposta al logorio del tempo.

Alla parte centrale dell'omelia

segue ora una testimonianza diretta

di Gianni e Luisa.

Tante volte queste riflessioni sono state per noi oggetto di verifica nel corso degli anni! Sia Gianni sia io abbiamo anche passato dei momenti difficili nei primi tempi del matrimonio, durante i quali abbiamo avvertito la tentazione di delimitare ciascuno i propri spazi e di esigerne dall'altro il rispetto. A volte l’uscire dalla riserva ha richiesto tempi lunghi. Ricordo come ho dovuto modificare le mie pretese di cambiare mio marito su certi punti. Non mi piaceva ad esempio il suo modo di difendere a spada tratta la sua famiglia di origine tutte le volte che capitava di parlarne; d’altra parte vedevo che in questo gli era davvero difficile mettersi in discussione. Ma un giorno rimasi piuttosto colpita leggendo il seguente passo dell’Apocalisse: “Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno mi apre...” Ho sentito dentro di me come una domanda: se il Signore, che potrebbe entrare quando vuole nella nostra vita, è così paziente e rispettoso, perché non impari da lui? Da allora ho cominciato a moderare le mie pretese, a essere meno impaziente e impulsiva; poi ho scoperto che in modo imprevisto ha cominciato a cambiare anche lui. Oggi su quel punto si può parlare finalmente con libertà e senza inalberamenti.

Abbiamo rimandato forse troppo a lungo la decisione di avere un figlio: dubbi vari, mancanza di generosità, soprattutto paura di scombussolare un equilibrio ormai raggiunto tra noi due. Ci ha sbloccati l’incontro con una coppia che aveva vissuto queste cose e che le aveva già superate. Ascoltando la loro testimonianza durante una giornata per coppie, ci siamo resi conto di quanto eravamo prigionieri di paure e di calcoli troppo umani. Nel periodo successivo a questo incontro abbiamo preso coscienza che il nostro amore non ci bastava più; che una prima fase del cammino a due era trascorsa e che occorreva immettersi in un'altra fase; che al tempo per affinarci nella conoscenza e nell'amore reciproco doveva ora subentrare il tempo di aprirci al terzo. E’ maturata così la decisione di mettere al mondo il primo figlio, un paio d’anni più tardi il secondo, poi un altro. Quando è venuto al mondo il primo, si è davvero inserito tra noi un altro essere: una presenza in genere silenziosa (era molto bravo), ma talvolta anche disturbante (soprattutto di notte!). Lui, un bel maschietto, ha modificato non solo i nostri orari ma anche i nostri schemi. E quando è nato il secondo, altro scombussolamento. E poi il terzo. E poi i compagni di asilo e di scuola. Mio marito ed io abbiamo appena superato i quarant’anni; ci accorgiamo di come la vita ci sta portando a dilatare sempre più la nostra capacità di amare: dall’intimità tra noi due all’accoglienza dei figli e poi degli altri, che stanno allargando sempre più le pareti di casa.

La vita ci sta insegnando a vivere meglio la vocazione ad essere una sola immagine in due, a sentirci sempre più un cuore solo e un’anima sola, con meno veli o maschere tra noi. Questo cammino di integrazione è stato lungo, faticoso, non senza sorprese, ma anche consolante. Alla collaborazione nelle cose comuni - ménage ordinario e manutenzione della casa e del giardino, problemi dei figli soprattutto nel settore scolastico, relazioni con i vicini e con gli amici.. .- si è aggiunta anche una buona comunicazione sui compiti affidati a ciascuno di noi in particolare: il lavoro di mio marito, la catechesi ed altri impegni in parrocchia per me... Abbiamo avuto sufficienti occasioni per riflettere che la consegna di impegnarci nella storia, quando davvero è affidata alla coppia e non solamente ad uno dei due, trova una risposta più ricca di umanità e più rispondente al progetto originario del Signore. L'aver pensato e spesso portato avanti insieme tante cose è proprio un grande dono. E di riflesso abbiamo sentito come tutto questo mondo di relazioni ha accresciuto il desiderio e la gioia dell'intimità tra noi.

"La Trinità" del pittore Andrej Rubliev è un’icona che ci è stata regalata per il matrimonio. Appesa nella stanza da letto, ci ricorda che il nostro amore viene sempre dal Primo Amore, che siamo fatti a immagine del Dio-Trinità, che la nostra famiglia deve modellarsi sui tre personaggi del dipinto: rivolti verso l’esterno, accoglienti e quasi invitanti a entrare nella loro cerchia familiare. "Voi non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio". Se il Signore ha aperto la sua casa a noi, perché noi non dovremmo tenerla aperta agli altri che lui ci manda?

Fin qui le testimonianze dei nostri due amici.

Martin Buber, grande pensatore ebreo morto nel 1965, ha scritto: "Non l'uomo individuo, non l'uomo massa, ma l'uomo-con-l'uomo è persona". La frase sembra una buona sintesi dell'alternarsi e contrapporsi di individualismo e collettivismo nella concezione dell'uomo, che la storia dell'Occidente ha conosciuto; insieme è una indicazione della visione ebraico-cristiana, dove "la persona" ha un peso particolare. Ma occorre riscoprire e approfondire la pista biblica tracciata già da Genesi 1: l'uomo diventa persona aprendosi all'altro che lo fa se stesso, perché si tratta di una sola immagine in due esseri. L'uomo-persona si svela perciò come un essere-in-relazione, dove la relazione fa parte essenziale della sua identità.

PER LA RIFLESSIONE

1. Prova a rileggere il testo biblico di Genesi 1, dove si parla chiaramente di una sola immagine per due. Alla luce delle riflessioni del sacerdote e delle esperienze di Gianni e Luisa, che cosa significa questo testo per te e per la tua vita di coppia?

2. Le riflessioni sull'intimità ti dicono qualcosa? Sai distinguere la vera intimità dall'intimismo: nella preghiera, nella vita di coppia, nella vita di famiglia...?

3. Nella vita di coppia la comunione tra le persone è una realtà dinamica, che si costruisce giorno per giorno. In un terreno così importante hai la sensazione di essere sulla pista giusta, oppure hai rinunciato a camminare e hai bisogno di rimettere in acqua i remi della pazienza e della speranza?

RIPRESA... PREGANDO

Signore, solo tu conosci fino in fondo

quello che sono, quello che sento, quello che vivo...

Fa' che il mio rientrare in me stesso

di cui ogni tanto sento il bisogno,

non sia un rifugiarmi lontano da tutti e lontano da Te

per starmene solo e pensare ai fatti miei,

ma un incontrare più profondamente Te e gli altri.

Varie volte ho già fatto esperienza

che quando non mi lascio visitare dagli altri manca qualcosa:

la mia gioia, quando sono nella gioia, non è piena;

la mia fragilità, quando sono nella debolezza,

è coperta dalla paura o dall'ipocrisia.

Insegnami a lasciarmi guardare, a lasciarmi accogliere, a lasciarmi amare.

Così diventerò più umano, più me stesso:

nella crescente comunione con gli altri,

in una relazione personale che mi renda sempre più autentico.


L'omologazione dell'intimo

martedì 8 settembre 2009 alle 14:54


La pubblicizzazione del privato è l’arma più efficace impiegata nelle società conformiste per togliere agli individui il loro tratto discreto, singolare, intimo.

Allo scopo vengono solitamente impiegati i mezzi di comunicazione che, dalla televisione ai giornali, con sempre più insistenza irrompono con indiscrezione nella parte discreta dell’individuo, per ottenere non solo attraverso test, questionari, campionature, statistiche, sondaggi d’opinione, indagini di mercato, ma anche e soprattutto con intime confessioni, emozioni in diretta, storie d’amore, trivellazioni di vite private, che sia lo stesso individuo a consegnare la sua interiorità, la sua parte intima, rendendo pubblici i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue sensazioni, secondo quei tracciati di spudoratezza che vengono acclamati come espressione di sincerità, perché in fondo: “Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”.
Coloro che si comportano in questo modo danno un ottimo esempio di quell’omologazione dell’intimo a cui tendono tutte le società conformiste, che alla massima “a ognuno il suo”, sostituiscono quell’altra “a ognuno il mio”, per cui finisce con il sentirsi “proprietà comune” e si comporta come se appartenesse a tutti. E poiché sa che se non si comportasse così, se rifiutasse espressamente questo comportamento, verrebbe considerato “sconveniente” e diventerebbe “sospetto”, lo fa anche con un certo ardore, con somma gioia di chi deve governare la società, perché, una volta pubblicizzata, l’intimità viene dissolta come intimità, e gli altri, che dovrebbero stare al confine eterno dell’intimo, diventano letteralmente “inevitabili”, ogni volta che qualcuno di noi prova una sensazione, un’emozione, un sentimento.

Questi tracciati segreti dell’anima, in cui ciascuno dovrebbe riconoscere le radici profonde di se stesso, una volte immessi senza pudore nel circuito della pubblicizzazione, quando non addirittura della pubblicità, non sono più propriamente miei, ma proprietà comune. E questo sia in ordine alla qualità del vissuto, sia in ordine al modo di viverlo, perché il pudore, prima che una faccenda di mutande che uno può cavarsi e infilarsi quando vuole, è una faccenda d’anima che, una volta de-psicologizzata, perché si sono fatte cadere le pareti che difendono il dentro dal fuori, l’interiorità dall’esteriorità, non esiste semplicemente più.
… Se la nostra vita è diventata proprietà comune allora perché non lasciarsi intervistare senza riserve e senza pudore? In fondo anche il nostro corpo è diventato una proprietà comune, e quel che un tempo era prerogativa di alcune dive –farsi misurare seni e sederi e pubblicare le misure sotto le fotografie- oggi è il gioco di qualsiasi ragazza che non voglia passare per inibita. Ma anche il sesso è diventato proprietà comune e, dalla stampa alla televisione, è un susseguirsi di articoli e servizi sui piaceri e sulle difficoltà, redatti sotto forma di consigli, in modo confidenziale, come se fossero rivolti solo a te, e non a un milione di orecchie avide di sapere quel che da sé non sanno più scoprire.

Questo significa “non avere nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”. Significa che le istanze del conformismo e della omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per togliere di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di sé come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica.

E tutto ciò, anche se non ci pensiamo, approda a un solo effetto: attuare l’omologazione totale della società fin nell’intimità dei singoli individui e portare a compimento il conformismo. In fondo non è un’operazione difficile. Basta “non avere nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”, che tradotto significa: ”Sono completamente esposto”, “non custodisco nulla di intimo”, “sono del tutto de-psicologizzato”, ma in compenso ho guadagnato appariscenza, conformità sociale e forse qualche apprezzamento per il mio coraggio e la mia sincerità.

Da tutto questo nasce la necessità di rivendicare i diritti del pudore: non solo per sottrarre la sessualità a quella genericità in cui si celebra il piacere nel misconoscimento dell’individuo, ma anche e soprattutto per sottrarre l’individuo a quei processi di omologazione in cui ciascuno di noi rischia di perdere il proprio nome.

U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano 2007, 61-64

Relazioni,comunità, maturità umana e spirituale

venerdì 5 giugno 2009 alle 17:03





La maturità di una persona si manifesta nella sua capacità di relazione. Se uno non ha amici è sempre un segnale critico. Dipende anche dalla predisposizione di una persona il fatto che questa abbia capacità di relazione. Non possiamo fare nulla per migliorare questa predisposizione. Spesso, però, la mancanza di relazione dipende anche dal fatto che non abbiamo un buon rapporto con noi stessi. E su questo possiamo lavorare. Solamente se siamo in relazione con noi stessi riusciamo a costruire buone relazioni con uomini e donne.

Ho assistito una signora che si lamentava di non avere un rapporto soddisfacente con gli altri. Dopo alcuni colloqui apparve chiaro da che cosa dipendeva. Questa donna aveva sempre esaltato la sua infanzia. Solo quando ebbe il coraggio di guardare anche gli aspetti oscuri e offensivi della sua infanzia divenne capace di relazioni genuine. Dovette prima entrare in rapporto con se stessa e con la sua storia per riuscire a incontrare veramente gli altri ponendosi per quello che era. In precedenza aveva portato nell'incontro solamente una parte di sé e si meravigliava che l'incontro non riuscisse.

Se siamo in rapporto con noi stessi, non porremo aspettative e richieste esagerate ai nostri amici e alle nostre amiche. Diventeremo oggetto di doni e colmeremo di doni gli altri. È un bel dare e ricevere. Non saremo più oppressi dall'urgenza di dover dare prova di noi stessi. Potremo semplicemente essere quello che siamo e riusciremo a lasciare che gli altri siano quello che sono. Godremo dell'amicizia senza aggrapparci a essa.

C'è il pericolo di accentuare in senso religioso la propria capacità di relazione. Se uno pensa di aver bisogno solamente di Dio e non degli uomini per il suo cammino, rimuove il suo bisogno di relazioni vere. Alcune persone vanno così in estasi per le loro esperienze religiose e mistiche che saltano di pari passo i loro rapporti umani. Non vogliono ammettere di non riuscire ad allacciare relazioni. Decantano l'unione con Dio che soddisfa tutti i loro desideri. In realtà, se sono unito a Dio, per un istante sono pienamente soddisfatto. In quest'istante si realizza la parola di Teresa d'Avila: «Dio solo basta». Ma non riesco a mantenere a lungo questo essere una cosa sola con Dio. Nell'istante successivo sono nuovamente lacerato interiormente e allora, malgrado tutte le esperienze della vicinanza salvifica di Dio, ho bisogno anche di esseri umani con cui potermi confrontare.

La relazione con Dio non è un sostituto della relazione con una persona. Un buon rapporto con Dio e con gli uomini normalmente si completano. È pericoloso se vado in estasi per la mia unione con Dio e non mi accorgo che con questa mia esaltazione non faccio che coprire la mia incapacità ad avere un rapporto autentico con gli altri. Appena l’estasi cessa, mi sento solo e dispero di me stesso.

Se sono radicato in Dio, non divento dipendente dagli al­tri. Ma proprio questa libertà dalla dipendenza mi fa anche godere l'amicizia. Esiste quindi un altro pericolo, quello per cui gli uomini esaltano in senso religioso certi rapporti e si rendono dipendenti da padri o maestri spirituali. In questo caso non sviluppano veramente i loro bisogni di amicizia, ma si sentono realizzati sotto il mantello protettivo della guida spirituale e dell'aiuto dato dal maestro. Allora, però, nascono delle dipendenze che non fanno bene. Queste persone sono entusiaste della loro guida spirituale e non riescono più a vivere senza di lei. Proiettano su di lei tutti i loro ardenti desideri. Questo non fa bene né alla guida né al discepolo. Quest'ultimo si ferma alla relazione con la guida nel suo cammino interiore. Pensando di fare importanti esperienze spirituali solo standogli vicino, si rifiuta di percorrere la strada che Dio gli ha destinato. Ci si ferma a una dipendenza infantile dal maestro e si ha continuamente bisogno della sua vicinanza per inebriarsi della sua saggezza e del suo amore.

Per la chiesa delle origini la nuova comunanza di ebrei e greci, di uomini e donne, di poveri e ricchi fu un segno della venuta del regno di Dio. La spiritualità benedettina è sempre stata praticata nella comunità. I giusti e buoni rapporti nella comunità sono sempre stati un'importante conferma della relazione matura con Dio.

È un impegno faticoso compiere ogni giorno il proprio cammino spirituale dentro una comunità. Qui non ci si può differenziare. Qui ci si deve confrontare con conflitti quotidiani. Qui il problema è tollerare le debolezze dei confratelli e delle consorelle. E c'è continuamente bisogno di cercare dei compromessi onesti. La comunità ingentilisce tutte le stravaganze. Ci mette continuamente di fronte alle nostre zone d’ombra. Non si può dare a intendere nulla ai confratelli. Tutto ciò che vorremmo occultare sotto un pietoso mantello viene alla luce. Ma proprio in questo modo la comunità conduce all'umiltà.

È una spiritualità molto sobria quella annunciata da Benedetto. Egli fa i conti con le quotidiane «spine dei dispetti» che nascono nello stare insieme. Ed esige dall'abate che si opponga a questi dispetti e si preoccupi continuamente della pace nella comunità. Ma è un compito del singolo far sì che lo stare insieme riesca. C'è bisogno di rispetto e di comprensione degli altri, è necessario rinunciare a giudicare e a voler dirigere gli altri.

Alle persone che praticano una spiritualità molto ideologica riesce sempre molto difficile affidarsi a una comunità. Spesso spaccano la parrocchia o la comunità dei fedeli che fondano o alla quale si uniscono. Per un certo tempo può anche andare bene una comunità composta da persone ideologicizzate, soprattutto finché essa ha un avversario comune. Ma dopo un po' di tempo si spaccherà. Infatti, i suoi membri non hanno imparato a cimentarsi con i conflitti quotidiani. Preferiscono rifugiarsi in un'ideologia, nella prepotenza e in una lotta fanatica per la giusta dottrina. Ma tutto quello che è stato rimosso sotto la superficie dell'ideologia prima o poi riaffiorerà e si esprimerà in aggressività o in intrighi nei confronti degli altri.

Questo pericolo esiste anche in nuovi movimenti spirituali, nei quali all'inizio la comunità è viva e attraente perché tutti sono entusiasti. Ma se l'entusiasmo non si trasforma in una spiritualità matura che si confronta positivamente con le contrapposizioni quotidiane ed è quindi disposta ai compromessi, in poco tempo la comunità si sfalderà. Oppure verrà tenuta insieme da un'autorità forte che spegne sul nascere ogni conflitto. Appena, però, verrà a mancare l'autorità, la comunità si spezzerà.

Nella comunità si vede anche se i singoli individui sono una benedizione per lo stare insieme o se creano spaccature attorno a sé. Chi è scisso dentro di sé, spaccherà anche la comunità. Nella comunità ci sono membri che tengono insieme gli altri. Sono come la colla della comunità. E ci sono membri che utilizzano la comunità solamente per se stessi e non fanno niente per essa. Avanzano sempre e solo delle richieste alla comunità, senza essere disposti a impegnarsi per essa. Se qualcosa non va secondo le loro idee, criticano la comunità, dicendo che non è abbastanza spirituale, che è superficiale e che ognuno cerca solo il suo tornaconto. Il grado di maturità di una persona si coglie dal modo con cui si inserisce nella comunità. La persona matura è sempre anche una benedizione per gli altri. Attorno a lei si può formare una comunità. Essa non lega gli altri a sé, ma li collega tra loro.

 

Anselm Grün, monaco benedettino


Luce tra le foglie

domenica 10 maggio 2009 alle 14:46





In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15, 1-5ss).
.
.
.
La luce tra le foglie e sotto le foglie -

non dimenticare queste cose,

la bocca che si gira e tocca, l'occhio che ama,

queste sono le nostre estasi


o almeno qualcuna. Cominciarono tempo fa

e nei nostri anni d'infanzia,

altre vennero dopo quando c'era un soffrire nel conoscere

ma ci sono sempre quei


tesori di gentilezza, conforto nel dolore,

opportunità imparate,

ma ora le foglie dell'estate sono piene di vita

e ci insegnano misteri.


Niente è usuale, niente è banale,

niente che piaccia facile,

c'è un cielo di comete in un volto amato,

un migliaio di astronomie.



Le foglie volteggiano sotto un vento leggero,

la sera comincia a diventare fresca

e l'amore si muove gentile in uno stato d'animo condiviso

e conforta e ci fa interi.



Elizabeth Jennings, Light Between Leaves


Al di là del possesso

domenica 26 aprile 2009 alle 10:54


Le nostre immagini recedono, la rosa ritorna

a ciò che era prima che noi la guardassimo.

Togliamo lo sguardo da dove l'acqua scorre

ed è di nuovo un puro fiume, non scriviamo nessun emblema


sugli alberi. Comincia un modo di vivere

dove non sentiamo il bisogno di strappare

i petali per avere il profumo della rosa

o di marcare i nostri lineamenti là dove l'acqua scorre.


Elizabeth Jennings, Beyond Possession

Autenticità

sabato 12 luglio 2008 alle 10:49



Dobbiamo uscire dal gioco del perfezionismo, che ha fatto tanti danni a tutti, sia a noi religiosi/e, sia ai più lontani dalla Chiesa. Noi non siamo dèi. Esiste solo una perfezione: imparare a vivere insieme, cioè a vivere nell'autenticità. Il problema etico non è esse­re perfetti, ma essere autentici.

La rabbia che hanno le persone giovani davanti a certe istituzioni o a certe esigenze delle istituzioni (Chiesa, famiglia...) si deve al fatto che non ne perce­piscono l'autenticità. Questo è il problema etico più grande in questo momento, in questa società che ha bisogno di riconoscersi adulta e capace di iniziative.

Non siamo cattivi, ma la post-modernità vorrebbe essere maestra di se stessa. Senza avere paura, dob­biamo riconoscere le domande etiche di autenticità, cioè di trasparenza. Quando siamo persone traspa­renti si vedono anche i difetti. La cosa più difficile è vivere con persone e con istituzioni che pensano di non avere difetti: è impossibile e noiosissimo. Vivere la fede è camminare in un processo di nudità profon­da, per arrivare all'essenzialità.

La Scrittura, le Sapienze che vengono da altri mon­di ci accompagnano all'essenzialità: per vivere la fede non c'è bisogno di niente, come dicevano i primi padri e le prime madri del deserto. Pensate di quante cose abbiamo bisogno per giustificare la nostra fede. Invece quel messaggio dice che non c'è bisogno di molte cose, ma solo di stare dentro e di toccare inten­samente la vita.

I testi che abbiamo letto con un certo sospetto o mettendone in luce la prospettiva dualista, vi invito a ripensarli cercando in essi il gioco armonico della vita. Ci sono momenti in cui la vita dà più frutti, più opere e ci sono altri momenti in cui non si vede nien­te. Possiamo imparare a vivere in questa precarietà, nella fedeltà ai nostri limiti, ma anche alla nostra gio­ia.

Abbiamo il diritto di sentire la vita. E' un diritto che ha tutto il mondo, che hanno tutte le culture. Pos­siamo essere i protagonisti/e di questo Mistero e so­spettare di quelli che ci fanno credere che è impossi­bile. Non è solo il mercato o il processo di globalizza­zione che ci trascina tutti al consumismo. Ci sono anche altri soggetti che ambiguamente ci fanno cre­dere che avere fede significa obbedire e così ci tolgo­no il gusto del Mistero e dello stupore.



Antonietta Potente,
teologa domenicana

Solitudine e comunione

domenica 15 giugno 2008 alle 21:25

Bose, 3-4 novembre 2007

“Conosco due specie di solitudine: l’una che mi rende triste da morire e mi dà la sensazione di essere persa, senza direzione; l’altra, al contrario, mi rende forte e felice. La prima deriva dal fatto che ho l’impressione di non aver più contatto con i miei simili, di essere totalmente separata da ciascuno di loro e da me stessa, al punto da non capire più che senso può avere la vita, mi sembra che non abbia più coerenza e che io non vi trovi il mio posto. Ma l’esperienza di un’altra solitudine mi rende forte e sicura di me stessa, mi sento in comunione con tutti, con tutto e con Dio, mi sento inserita in un grande condividere anche con altri questa grande forza che è in me (Etty Hillesum).

Spesso vediamo solitudine e comunione come antagoniste e cerchiamo la seconda per scappare dalla prima mentre, in realtà, si tratta di accettare una dimensione di solitudine costitutiva del nostro essere umani per accedere alla vera comunione con gli altri: “Chi non sa stare da solo, si guardi dal cercare la comunione. Ma viceversa è vero anche che chi non si trova in comunione si guardi dallo stare solo.

Esclusivamente nella comunione riusciamo a essere soli ed esclusivamente chi è solo è in grado di vivere nella comunione. Sono due cose interdipendenti. Esclusivamente nella comunione impariamo a essere soli nel modo giusto ed esclusivamente nella solitudine impariamo a essere nella comunione in modo giusto.

Non si ha la precedenza di una condizione sull’altra, ma esse si determinano contemporaneamente con la chiamata di Cristo (Dietrich Bonhoeffer). Si tratta di scoprire che si può essere in comunione nella più grande solitudine e nella più intensa comunione scoprire uno spazio di solitudine che custodisce noi e l’altro da ogni assorbimento e fusionalità, che ci fa essere con noi stessi.

fonte: Monastero di Bose

Mille e ancora mille doni stupendi per cui ringraziare!

sabato 19 gennaio 2008 alle 06:30
Oggi festeggio il dono stupendo della mia vita!!!

Ed è una bella occasione.
Per un grandissimo grazie
a tutti quelli che hanno acceso
il mio sorriso con il loro sorriso,
a chi con la sua vita e il suo amore, la sua fatica e speranza
ha accolto, fatto sbocciare e crescere la mia vita.

Grazie con tutto il cuore!

A chi ha condiviso con me in più o meno lunghi tratti di strada (o finora!)
giochi e ammaccature,
riso e pianto,
gioie e travagli,



a chi ha saputo comunicarmi la speranza nel futuro
e la voglia di costruire insieme qualcosa di bello
senza paura per fatiche e fallimenti
,
a chi mi ha fatto scoprire nel volto del Cristo
il compimento di tutto ciò che di più inesprimibile
il cuore contiene senza poterlo contenere,
a chi semplicemente c'è stato o c'è adesso con la sua presenza,
con la sua parola e con la sua amicizia.

Sono nomi e volti, occhi e sorrisi che rimangono nel cuore
come fresche fonti di gratitudine e di gioia di vivere.

Grazie!

Grazie a chi mi ha fatto intuire cosa significhi Amore
accogliendomi così come sono,
allargandomi il cuore e facendomi fissare la meta,
l'unico Amore verso cui aneliamo e camminiamo,
Lui, che sarà in noi il tutto
e noi tutti saremo in Lui uniti
nella gioia che senza fine celebreremo
con il nostro canto di lode.

Vita comune

lunedì 17 dicembre 2007 alle 16:35

Dalla “Vita comune” di D. Bonhoeffer



«Infinite volte tutta una comunità cristiana si è spezzata, perché viveva di un ideale...


Dobbiamo essere profondamente delusi degli altri, dei cristiani in generale, se va bene, anche di noi stessi, quant’è vero che Dio vuole condurci a riconoscere la realtà di una vera comunione cristiana...


Il Signore non è Signore di emozioni, ma della verità. Solo la comunità che è profondamente delusa per tutte le manifestazioni spiacevoli connesse con la vita comunitaria, incomincia ad essere ciò che deve essere di fronte a Dio, ad afferrare nella fede le promesse che le sono state fatte.


Quanto prima arriva, per il singolo e per tutta la comunità, l'ora di questa delusione, tanto meglio per tutti. Una comunità che non fosse in grado di sopportare una tale delusione e non le sopravvivesse, che cioè restasse attaccata al suo ideale, quando questo deve essere frantumato, in quello stesso istante perderebbe tutte le promesse di comunione cristiana stabile e, prima o dopo, si scioglierebbe...


Chi ama il suo ideale di comunità cristiana più della comunità cristiana stessa, distruggerà ogni comunione cristiana, per quanto sincere, serie, devote siano le sue intenzioni personali.


Dio odia le fantasticherie, perché rendono superbi e pretenziosi. Chi nella sua fantasia si crea un'immagine di comunità, pretende da Dio, dal prossimo e da se stesso la sua realizzazione.


Egli entra a far parte della comunità di cristiani con pretese proprie, erige una propria legge e giudica secondo questa i fratelli e Dio stesso.

Egli assume, nella cerchia dei fratelli, un atteggiamento duro, diviene quasi un rimprovero vivente per tutti gli altri.


Agisce come se fosse lui a creare la comunità cristiana, come se il suo ideale dovesse creare l'unione tra gli uomini.


Considera fallimento tutto ciò che non corrisponde più alla sua volontà. Lì dove il suo ideale fallisce, gli pare che debba venire meno la comunità. E così egli rivolge le sue accuse prima contro i suoi fratelli, poi contro Dio, ed infine accusa disperatamente se stesso».



D. BONHOEFFER, La vita comune, Queriniana, Brescia 1973, p. 46-47).


Educarsi alla reciprocità

giovedì 8 novembre 2007 alle 12:58

Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13, 8-10).

Era la prima lettura di ieri sera.
Paolo parla ai primi cristiani di un unico debito da non doversi mai saldare.
L'amore vicendevole. O, in altre parole, la reciprocità.

Educarsi alla reciprocità non è facile.

E' più facile essere o quelli che ricevono sempre, o quelli che danno sempre.
Un rapporto umano e ancor più cristiano così non può funzionare. Non funziona perchè se solo riceviamo o solo diamo, non c'è proprio rapporto, non c'è comunione.

E' senz'altro più facile ricevere. Chiedere, pretendere, avere diritti. Pensare di averli sempre. Spesso è questa la realtà concreta - infantile - che viviamo.

Se invece pensiamo al nostro "dover essere", spesso immaginiamo (e predichiamo - agli altri) l'amore come un dover dare sempre, gratuitamente, senza sperare ricompense. Ebbè non l'ha detto Gesù? Sento subito che mi dite... Sì certo, ma non so se le abbiamo capite proprio bene queste parole.

Già, perchè in Dio non funziona così. Non c'è uno che dà e basta. C'è assoluta comunione: ossia: il Padre è colui che da sempre dona tutto se stesso al Figlio ma il Figlio è appunto colui che riceve tutto dal Padre. Dare e ricevere sono allo stesso tempo e in modo indisgiungibile Amore, Spirito Santo. Senza contare poi che il Figlio a sua volta riama totalmente il Padre e quindi è il Padre poi a ricevere amore e obbedienza... ancora: Spirito Santo.

Ecco, quando tra due persone o più c'è questo dinamismo di vita di dare e ricevere (ma non dare solo per ricevere) c'è Dio tra loro e in loro.

Ma, dicevo, educarsi a questa reciprocità non è facile.

Occorre grande delicatezza. Io educo te tu educhi me. Se abbiamo chiaro l'obiettivo ci possiamo dare una mano insieme.

Primo: non nascondere o reprimere il proprio bisogno di ricevere dall'altro amore, stima, considerazione. Se lo reprimi ti illudi di amare... tanto verrà fuori mascherato in tanti altri modi. Meglio dirselo. Ma non farne nemmeno all'altro un peso, una condizione. Se lo dici, prima di tutto hai fatto un atto di onestà verso te stesso. Non sei un eroe. Sei come me e come tutti, anzi come Dio! Hai bisogno di ricevere amore. Se il Figlio non ricevesse amore dal Padre, nemmeno esisterebbe, anzi non esisterebbe Dio stesso!

Fare notare le mancanze di amore verso noi stessi (non sempre certo, ma neanche mai!). Con garbo, delicatezza. O come meglio vi riesce. Questo ovviamente con la persona, i fratelli o le sorelle con cui volete provare a vivere il vangelo che Paolo annuncia. Che è l'Evangelo di Cristo!

Nello stesso momento chiedersi se sappiamo avere verso l'altro le stesse attenzioni che desideriamo. Ma non è una cosa che possiamo fare da soli. Assolutamente no.

La reciprocità (l'amore) non si costruisce da soli: sarebbe una contraddizione in termini!

L'altro deve essere libero di dirmi cosa io non so fare, dove manco nell'amore, nell'attenzione. Una comunità, una coppia che si abitua a mandare giù rospi dalla mattina alla sera forse si sentirà eroica... ma non vivrà la comunione.. e prima o dopo esploderà. O imploderà.. le varianti sono diverse. Ma il risultato il medesimo: nessuna reciprocità, nessuna comunione.

Educarsi a questa reciprocità non è facile.

Ma se trovate qualcuno con cui potete fare questa esperienza benedite Dio con tutto voi stessi... sarete sulla strada verso il Paradiso. Anzi gusterete già su questa terra martirio e ricompensa, dolore e gioia, riso e pianto, croce e resurrezione.

Sì, perchè l'Amore è tutto questo. E ne vale la pena.
Un abbraccio a tutti.


Ricominciare da una certezza: Il Suo amore non delude nessuno!

sabato 15 settembre 2007 alle 23:13

Un saluto a tutti gli amici e a chiunque si imbatterà in queste pagine!

E' tempo di ricominciare a condividere qualche pensiero, affidandoli come messaggi in bottiglia nel vasto mare della rete. Pensieri che prendono forma in parole, si associano ad immagini e a musica in momenti di pausa, quando il tempo per un attimo sembra fermarsi e il cammino dei giorni che passano suggerisce di ripensare a quella Parola seminata discretamente nel campo della nostra vita. La Sua Parola, di quel Signore che è il senso della nostra vita, la misteriosa presenza che accompagna i nostri passi, trasformando ogni nostra esperienza in tempo di grazia che immette già adesso l'eternità nel nostro oggi.

Sento di ricominciare da una certezza, non dimostrabile, ma attestabile: il Suo amore non delude! E' l'ancora, la catena cui aggrapparsi con tutte le nostre forze per continuare a salire verso l'alto, verso l'Amore stesso che è Dio.

Mi piace rileggere con questa chiave i testi biblici della liturgia di domani XIV domenica del tempo ordinario. In particolare:

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. (Lc 15,1-7)

Essersi resi conto che nel nostro piccolo mondo, fatto anche di tante miserie e limiti, è entrato umilmente Colui che è l'Assoluto, "ciò di cui nulla più grande si può immaginare" non lascia indifferenti.
"Riceve i peccatori": l'ingresso nel Mistero assoluto non è appannaggio di chi più sa (o crede di sapere), nè di chi è (o pensa di essere) migliore di altri, sotto qualsiasi punto di vista (più preparato, più "scientifico", più ganzo, più intelligente, più santo...)... no, nulla di tutto questo: Egli "riceve i peccatori"..

Accoglie pienamente chiunque solo voglia accostarsi a Lui... e non solo: "mangia con loro"! Condivide la sua stessa vita! Perchè condividere la mensa, il nutrimento, è condividere la vita.

La sua sola speranza è ritrovarci, poter condividere la vita: la nostra per Lui e la sua per noi (che scambio!)

E' una meraviglia che scolpisce nel cuore per sempre l'attimo in cui si è preso coscienza di cosa significhi essere amati. E l'aposto Paolo, a distanza di anni, ancora così lo ricorda, pieno di stupore e di gioia:

Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io.
Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. (1Tm 1, 12-17)

Insieme, teniamoci stretti a questa certezza. E insieme continuiamo a salire verso il compimento della nostra vita. Insieme saliamo e insieme ci ritroveremo nella gioia con Colui che è in se stesso comunione d'Amore!

Amore come libertà (III)

sabato 30 giugno 2007 alle 13:34

[...]

11. Non avvenuta elaborazione del fantasma dell’altro o dell’altra: quando una persona ha avuto un’esperienza affettiva, l’altro o l’altra gli si «colloca dentro». Non si può pensare di eliminarlo con facilità. «Siamo stati insieme sei, sette, otto anni...» e allora quello o quella non si può più cancellare con un colpo di spugna. Soltanto una persona poco avveduta si imbarca in una storia d’amore ferita da un simile passato; una persona intelligente ti dice: «Prima scacci il fantasma, cioè il ricordo dell’altra persona, poi ti do tutto me stesso». E bisogna sempre precisare che non esiste l’amore generico: noi parliamo di amore sponsale, non l’amore fra madre e figlio, fratello e sorella, no! L’amore sponsale è un’altra cosa.

12. Complesso di onnipotenza: è tipico dei maschietti che, vivendo in una cultura che ti dà tutto, sono persone non cresciute. E’ un atteggiamento di molti, anche se si tratta di spilungoni alti due metri e di trent’anni, che però hanno il cervello di un adolescente, perché credono di potere tutto.

13. Troppo lavoro: il maschietto soprattutto si aliena nell’opera delle sue mani. Quando le cose non funzionano si dà al lavoro; dopo succede puntualmente che questa persona si affloscia, perché le energie psichiche sono quelle che sono. Si possono spendere tante energie per un certo periodo di tempo, ma non può essere una costante.

14. Trauma da stato abbandonico: significa che le persone possono avere dei traumi. II bambino a tre mesi già riconosce il volto della mamma. Se la mamma muore, se è ospedalizzato o anche per altri motivi, cade in stato abbandonico. Questo conduce ad una fenomenologia che ho incontrato spesso: la persona porta dentro di sé il concetto che l’altro, prima o poi, l'abbandonerà, anche se è un fenomeno inconscio.

15. Bugie destabilizzanti: è tipico di una psicologia fragile. «Non gli ho detto questo perché poi... Ma dopo se lo scopre...».

16. Rapporto idolatrico: significa che tu dal partner ti aspetti che ti faccia da dio, che sia la sorgente della vita. Ma Dio è un’altra cosa.

17. Silenzio di copertura: certe aree della personalità fanno soffrire; la persona tende a rimuoverle e per questo evita a chiunque di entrare nel suo profondo. La situazione si sblocca solo con il dialogo, con l’apertura, con la confidenza reciproca.

18. Struttura nevrotica della personalità: cioè lui, lei o tutti e due sono rimasti bambini e fanno richieste bambine. È difficile intervenire, ma succede molto spesso.

19. Corporeità in stato reattivo: significa che, soprattutto nel mondo femminile, dopo un trauma, il corpo cambia di significato. Allora se ti do la mano, un gesto normale, umano, di comunicazione, quello che dovrebbe essere una manifestazione, un passaggio di amore, lo recepisci come un disagio, come qualcosa che dà fastidio.

20. Emozioni e sentimenti altalenanti per distanza della psiche dal corpo. Non realistica rappresentazione psichica della propria corporeità e distanza da essa. Si va cercando «l'isola della felicità» fuori del proprio corpo. Realtà del tutto inconscia. Rende incapaci di rapporti stabili e decisioni definitive.

21. IO debole – regredito – mistificato. Buona parte della nostra cultura è una macchina per rimbecillire le coscienze: gli atteggiamenti che si innescano per reazione ai forti condizionamenti sociali dipendono dal nostro stato e grado di percezione della realtà e solitamente conducono a tre tipologie di comportamento solo apparentemente diverse, il conformismo, l'adattamento, o la ribellione. Ma la vera «rivoluzione» si può ottenere soltanto assurgendo al livello della meta-comunicazione.

Comunque, IO debole:

ad opera del potere di persuasione di maghi, sette religiose, presunte possessioni diaboliche; per aver aderito a magia, occultismo, fatture; per la abituale assunzione di droghe o alcool; a causa di manipolatori della comunicazione e, in generale, tutto ciò che fa regredire…

22. Sceneggiata e drammatizzazione. Modalità adolescenziale di enfatizzare situazioni estreme per «godere» di forti emozioni.

23. Su questi nuclei di morte c’è sempre la potenza della Risurrezione di Gesù Cristo: tolto il cancro, e prima lo scopri e meglio è, le dinamiche funzionano, l’amore riprende. Certe volte nelle coppie ne trovi quattro o cinque...anche se per far morire una relazione ne basta uno! Recentemente ho incontrato una coppia; piangevano e dicevano: «Ma noi questi nuclei ce l’abbiamo tutti! Come facciamo?». «Non temete. Già prendere coscienza del bisogno di crescere è importante. Vedrete: Gesù Cristo è davvero potente». II mondo dei fidanzati è dove io opero per portare la salvezza di Gesù Cristo, perché il Vangelo possa penetrare il tessuto concreto delle esperienze vissute. E’ un servizio che dobbiamo rendere alle persone. Un criterio importante è quello che io ricordo ai giovani che incontro: «Sei consegnato in mano al tuo consiglio, che è l’intelligenza che il Signore ti ha dato: occorre farla funzionare. Sei consegnato in mano alla fede, al buon Dio che ti ha messo a disposizione tutto ciò che serve per vivere, per vivere l'amore e per vivere la vita». Vorrei invitare le giovani coppie al nostro Corso per fidanzati, che teniamo alla Porziuncola: regalatevi 12 ore al giorno di ascolto. Le persone che aderiscono trovano vita, capiscono perché Dio interviene, scoprono il senso di tutto quello che accade dentro e intorno a loro.

Per realizzare un simile progetto ci vuole un annuncio forte, un annuncio autorevole: il Vangelo che viene sminuzzato perché possa calare dentro il cuore delle persone. Ed è sempre un’esplosione di vita! Io non mi accontento di vedere due persone che stanno insieme: voglio vedere il fulgore d’amore, un alone di bellezza. La mia esigenza è che la coppia risplenda, perché deve testimoniare agli altri un’esperienza di risurrezione. Deve dare testimonianza, deve inventarsi un modo per essere lievito nella sua parrocchia; deve ripartire con più slancio. La cosa più bella è ripartire nello stile di san Francesco che è quanto di più alto e più sublime possa esistere; perché Francesco ha riformato la Chiesa facendola lievitare dal di dentro con uno stile insuperabile. Non c’è al mondo uomo più umile, più delicato, più concreto capace di indirizzare le persone a camminare verso la conquista del loro bene.

p. G. Marini

Amore come libertà (II)

venerdì 29 giugno 2007 alle 13:46

[...]

Nella mia esperienza, accumulata in anni e anni di lavoro, ho individuato una ventina di nuclei di morte, che si strutturano nel momento in cui un ragazzo e una ragazza si relazionano in una dinamica di coppia: nuclei di morte, cioè realtà che operano un po’ come il cancro, che ti fanno credere che l’amore sta producendo vita, mentre in realtà ti conduce alla morte.

Ecco la mia sintesi:

1. Quando un rapporto non è paritario, là si struttura una dinamica di morte: proprio ieri un ragazzo mi parlava: «La mia ragazza mi dice sempre ’si’ (con tono accondiscendente)... Non la sopporto più». È il rapporto simbiotico: una persona si annulla nell’altra. Invece il Padre Eterno ci ha fatti differenziati, maschio e femmina, anche esternamente... Una volta ho perso cinque minuti per capire se la persona che avevo davanti era maschio o femmina! La cultura tende alla massificazione. Invece, di fronte ad una stessa realtà, maschio e femmina devono avere due reazioni diverse. Per cui quando i giovani affermano «si sono divisi per incompatibilità di carattere», mi faccio una grande risata.

2. Un altro nucleo di morte: la non avvenuta desatellizzazione. Ogni figlio nasce dentro alla dinamica dei genitori; dove si vive come satelliti. A un figlio di vent’anni, molti dicono: «Trovati di che guadagnarti la vita». Invece la cultura odierna dice tutto il contrario: «stai buono figlio mio, coccolato da mammina tua; l’amore è all’ultimo posto: studia, fai questo, fai quello...». State attenti, la non avvenuta desatellizzazione è una piaga sociale! L’ottanta per cento dei giovani stanno a casa, coccolati dai genitori e rischiano di non diventare mai uomini maturi.

3. Egoismo di coppia: può capitare che un ragazzo e una ragazza, una volta che si sono messi insieme, scelgano di tagliare le relazioni con tutte le altre persone. Ho verificato che questo è un tipo di amore che rischia di finire male.

4. Rapporti sessuali prematrimoniali: che lotta, in questo tipo di società! Però quanto è bello, i giovani me lo dicono, non avere rapporti prima del matrimonio! Dice Freud: «II destino della sessualità è l’amore». E qui ce ne vuole... Una volta mi trovavo in una città, tutta la gente della parrocchia ad un certo punto ha cominciato a mugugnare; si è alzato uno e a nome di tutti mi ha contestato. Non ho modificato una virgola del mio pensiero: «Non vengo a dire questo perché sia approvato o non approvato. E’ così: se lo accogli, bene; altrimenti la vita ti presenterà il conto. Perché Dio perdona sempre; gli uomini qualche volta; ma ciò che non perdona sono le leggi fisiologiche, sociali, psicologiche e morali: quelle non perdonano».

5. Comunicazione contraddittoria a doppio legame. Noi generalmente comunichiamo a due livelli: con il corpo invio una comunicazione e con le labbra un altro. Mi trovavo a Torino con quattrocento giovani: avevo detto questo principio e c’era anche una coppia che si doveva sposare. L’anno seguente, quando sono in quella città, sono stato invitato da quella coppia che nel frattempo si era unita in matrimonio. II marito mi dice: «Padre Giovanni, l’anno scorso avevo sentito le tue parole e sono diventate il parametro di tutto il mio relazionarmi con mia moglie. Quando ritorno a casa la sera, mi metto davanti a lei e le dico: ‘Adesso vediamo quante volte ti ho detto una cosa e poi con altri gesti, con altre parole te l’ho contraddetta’».

6. Non conoscenza di sé / non amore a sé: quanta fatica! Nessuno ama se stesso. Perché viviamo in un mondo che dice: «Ho visto una bella ragazza, un bel ragazzo, però quelle gambe, però quel naso... però...». Ciò che conta è recuperare l'unicità del proprio essere e per fare questo ci vogliono ore e ore di contemplazione. Quando avviene questo recupero davanti a sé allora si può esigerlo davanti all’altro. Prima di tutto devi spogliarti di ogni giudizio che porti dentro e dopo devi contemplare l’altro. Se hai questa forza ad un certo punto scopri lo splendore, l’incanto, la bellezza, l'unicità dell’essere! Chi sono? Prima di tutto un corpo: un corpo che è un incanto di per sé. Non godere di questo corpo, questo è il peccato. Non entusiasmarsi, questo è il peccato. Piero Angela ha fatto poco tempo fa una bellissima trasmissione sulla vita. Con lui c’erano degli esperti e alcune donne che si trovavano nei vari mesi di gravidanza. Angela, di fronte allo stupore di quelle immagini, mostrava come dei sussulti di entusiasmo; gli altri apparivano invece freddi e distaccati. Questo è il danno: non essere entusiasti di sé, non godere, non infiammarsi, non dare lode a Dio. Nessuno ama se stesso e il primo segno che la persona non si ama è l’impatto negativo col cibo.

7. L’amore sponsale legato a quello materno e paterno: è la trappola di tutte le donne. Nasce il dinamismo dell’amore e poi, oltre che moglie, gli faccio anche da madre. E pensare che questo atteggiamento viene percepito come un grande amore! Invece è destinato a morire: non c’è bisogno di un profeta, quello muore. È una trappola terribile!

8. Donne che amano troppo: è il titolo di un libro, però esprime bene una dinamica che si realizza quando una persona viene da una storia familiare dove tutto è stato ur1a, strilli, perché il padre tornava ubriaco, perché picchiava... Una ragazza vissuta dentro a una famiglia di questo tipo rischia di non accontentarsi mai dell’amore ricevuto.

9. Non precisata identità sessuale: succede certe volte che nello sviluppo della libido, non giunge a maturazione la fase autoerotica, omoerotica, eteroerotica. Psichicamente regredite, fissate alla fase omoerotica dello sviluppo della libido, certe persone fisiologicamente funzionano come maschio o come femmina. E’ il mondo psichico, però, che è regredito, e perciò provano più gioia a stare con persone del loro stesso sesso che a stare con una persona dell’altro sesso. «Sì mi sposo, funziona, però il mondo sono gli amici!». È il bar, andare a caccia, a giocare... La gioia di quella persona rimane bloccata a questo livello.

10. Consacrazione come rifugio o fuga nel religioso: è una dinamica molto particolare. Alcune persone, trovando ad un certo momento molte difficoltà nella dinamica di coppia, dicono «Mi sa che mi faccio prete... mi sa che mi faccio suora... mi sa che mi faccio frate». Conosco decine di persone che sono arrivate ad Assisi con la fidanzata e dopo anni di cammino si sono consacrati al Signore. Ma c’è stato un punto chiaro e preciso: se Dio chiama su un’altra strada, si verifica che la dinamica di coppia va comunque ottimamente, anzi, a gonfie vele. Se questo non avviene, il rischio è che si stia realizzando una fuga nel religioso che uccide la dinamica dell’amore.

[... continua]

p. Giovanni Marini

Amore come libertà (I)

mercoledì 27 giugno 2007 alle 10:46

Credo che non possa capitare niente di più bello che dedicare tempo, energie, ricerche, studio, preghiera per cercare di far fiorire l’amore perché poi fiorisca la vita. L’amore: quando si relazionano un ragazzo e una ragazza, è come vedere la Trinità in azione, visibile e toccabile. È un fatto bellissimo, anche faticoso, perché alcune volte le situazioni si presentano in maniera tale che è come una provocazione che il Signore fa.

In una pagina della Bibbia (Ez 37) si presenta una realtà di ossa aride e il Signore mette in atto una provocazione: «Figlio dell’uomo, possono rivivere queste ossa?», «Mah, non lo so» e il Signore dice: «Profetizza!». Le ossa si rimettono insieme e poi dopo... la vita! È l’esperienza che faccio tutti i giorni: ore e ore della giornata ad ascoltare persone che presentano i loro problemi, principalmente giovani che vogliono vivere l’avventura dell'amore. Certe situazioni sono cosi estreme che rimani col fiato sospeso! Possono rivivere queste ossa? Signore, tu lo sai; e subito l’intervento di Dio fa calare la sua forza su queste ossa aride. Però, dentro una situazione totalmente nuova che ti si presenta, ti chiedi: «E adesso quale Parola di Dio ricerco? Dove vado a trovare una Parola per queste persone? Come faccio a tradurre il messaggio del buon Dio, che nella rivelazione ha messo la salvezza a disposizione di tutti gli uomini? Qual è la Parola adeguata, quella giusta per questa coppia, per questi problemi, per la loro esperienza vissuta, per le ferite che portano?».

Generalmente occorre, prima di far calare la parola, un altro tipo d'intervento, quello di Giovanni Battista che abbassa i monti e innalza le valli: è necessario bonificare l’area della personalità. Poi la Parola di Dio cala e subito si vede quanto è grande e quanto è potente il Signore, quanto è unico, quanto è originale e quanto è forte la potenza della sua Risurrezione. Che gioia, da situazioni estreme, a situazioni risorte! Le persone generalmente ti dicono: «Ma io sono qui come Lazzaro, una persona sprofondata dentro una tomba, io puzzo a me stesso...», »Vieni fuori!». Perché la nostra non è tanto l’opera dello psicologo, ma è l’intervento di una persona che opera sulla potenza della Risurrezione di Gesù Cristo, tenendo presente tutto quello che le scienze umane ci mettono a disposizione, ma collocandoci ad un altro livello. È bellissimo, fratelli, servire l’amore e servire la vita; è bellissimo avere nel cuore la certezza che non ci sono situazioni umane disperate, tali che la potenza della Risurrezione di Gesù Cristo non possa risolvere. Generalmente il nostro tentativo è sempre questo. Non basta dare buoni consigli.

Volete andare dallo psicologo? Andate: davanti ai miei colleghi mi tolgo tanto di cappello per tutto il bene che fanno, per tutta la preparazione che realizzano affinché la potenza di Gesù Cristo cada su un terreno buono. Noi, però, ci collochiamo ad un altro livello, in situazioni estreme, dove l’unico tentativo possibile è sempre quello di cantare la potenza della Risurrezione di Cristo.

La mia esperienza di anni e anni, di ore e ore di ascolto, la chiamo la «mia università». I giovani mi aggiornano continuamente su quello che accade: sul linguaggio, sulle dinamiche familiari, su ciò che accade nell’ambito della scuola, del lavoro, della società, della cultura... E bisogna ascoltare un paio d'ore per poter parlare dieci minuti. Tutto questo insieme, mi ha donato una grande esperienza che ho trovato utile per fare questa operazione, cioè di portare dalla morte alla vita.

Nello specifico di una famiglia, occorre capire che il suo destino è determinato da quello che accade nel fidanzamento. Alcune volte i giovani fidanzati mi raccontano una storia di stress e non una storia d’amore: si sono talmente violentati l’un l’altro che quello che mi raccontano non è una storia d’amore. Una storia d’amore è la gioia, la felicita, è la vita. Siete stati tanti anni insieme, ma siete stati «amiconi» e l’amore non l’avete assaporato, perché l’amore è una realtà di un coinvolgimento totale.

Le persone ti raccontano le loro difficoltà: raccontano innanzi tutto il fenomeno, quello che succede... lei è cosi, lui è cosi, si comporta in questo modo...: ma questa è solo la superficie. Ci vuole un’altra chiave di lettura, imparando a cogliere quali sono le aree veramente essenziali, quelle che fanno scricchiolare una dinamica sponsale. Poi si devono individuare quali interventi sono stati già fatti. Se questi non hanno dato buoni risultati, è segno che quella strada non la si deve seguire. La prima cosa è chiedere: «Che cosa ti hanno detto? Che interventi sono stati fatti su questa tua situazione?», e quelli ti raccontano: questo è l’intervento che ha fatto il prete, questo lo psicologo, questo la mamma, il parente, l’amico... Piano piano cerco di aiutarli. Perché questi giovani devono essere serviti!

[... continua]

P. Giovanni Marini
 













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