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Che ne farai della sua venuta?

domenica 16 marzo 2008 alle 00:33

Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati! Quante volte ho voluto a raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto! (Lc 13,34).

Tu, tu sei Gerusalemme, la città santa che Dio ha disegnato sulle palme delle sue mani (cf. Is 43,16)! La città amata e benedetta, la città visitata dalla sua Presenza.

Quanto ha fatto stupire i cieli quanto Dio ha fatto per te!
Montagne superbe e spazi sconfinati dell'universo, stelle splendenti e profondità degli abissi hanno visto il loro Creatore e Signore farsi piccolo per te! E sono arrossite, quasi vergognandosene, senza capire cosa stava succedendo.

Lo hanno visto scendere, nascondere davanti a te la Sua gloria e darti una dignità che a loro non è toccata: tu sei in piedi, libera di fronte al Signore dell'universo.

Libera! Per te il Creatore si è fatto da parte, ha ritirato la sua signoria e ha accettato il rischio più grande: conquistare il tuo libero amore, o patire il tuo sprezzante rifiuto, chiuderti nella tua indipendenza e indifferenza.

Quante volte Gerusalemme! Quante volte sono venuto a te nei miei profeti, nei miei messaggeri!
Incontri, persone, parole e segrete ispirazioni, dubbi del cuore o consolazioni inaspettate!
Quante volte sono venuto!

Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata.

Non hai accolto Colui che ti visitava, umile, chiedendo il tuo amore.

Venivo a raccogliere la tua esistenza dispersa, i frammenti del tuo tempo che giacciono a terra slegati e senza senso nè gioia. Venivo a indicarti una strada nuova, totalmente nuova.
E tu non hai voluto. E ancora non vuoi.

Ma ancora vengo. E mi consegno a te. A te che ho fatto più potente di stelle, mare, montagne e universo. Queste realtà non possono non ubbidirmi.
Tu puoi dirmi sì o no se vuoi.

Vengo a te con l'ardore della mia gelosia e la mitezza del mio cuore.
Desidero essere con te, attirarti nel fuoco dell'amore.
E sono disposto ancora a ricevere un altro tuo rifiuto.

Ma ti prego, mostrami il tuo viso (cf. Ct 2,14), chi altri potrebbe accendere di luce i tuoi occhi?

Non lasciare che essi si spengano per sempre fissandosi su ciò che è inutile e vano!





Eugenetica

mercoledì 18 aprile 2007 alle 18:10
Il Dio che si rivela nella Scrittura è un Dio che sceglie e ama la piccolezza, il limite, la povertà... in una parola: ama. Non esiste amore senza accoglienza del limite dell'altro, o del limite che è per me l'altro.
Sceglie quello che è il più piccolo di tutti i popoli (cfr. Dt 7,7: Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli), preferisce il secondogenito al primogenito (Giacobbe ad Esaù), chiama un vecchio (Abramo) senza figli per dare inizio al suo popolo; Davide, l'ultimo e più insignificante dei suoi fratelli è unto re sopra tutto Israele.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare a iosa.
Dio non ha davvero un atteggiamento "eugenetico" nel suo rivelarsi pieno... contraddicendo apparentemene così l'eugenetica stessa che c'è nella selezione naturale delle specie. O meglio. Mostrando che il vertice della selezione, della scelta, non è privilegiare il forte a scapito del debole (e inutile) ma dare vita a chi ne ha meno.

Immettendo nella creazione lo stupore di un'Amore che si rivela come il senso ultimo di tutte le cose, contro ogni altra idea di perfezione, di forza, di autorealizzazione. Stupore che si apre alla lode. Stupore di noi, amati nella compresenza di male e bene, di limite e voglia di infinito.

Confrontarsi con il rivelarsi di Dio nella Scrittura smaschera quel profondo "atteggiamento eugenetico" che ci portiamo dentro, e che ci fa selezionare le persone che sono degne o no della nostra attenzione, del nostro tempo, delle nostre energie...

E a proposito di eugenetica vera e propria e di quello che porterà come conseguenza ultima:

Da un'intervista di Elisabetta del Soldato a J. Laing:

Perché la nostra società, così tollerante, manifesta sempre più difficoltà nell’accogliere i disabili?

«La nostra società è intollerante nei confronti di chi non produce. Questa categoria include gli anziani, i giovani, gli infermi e i disabili. Mentre il tasso di fecondità in Europa sta calando, e le donne rifiutano il ruolo associato alla cura degli individui non produttivi, nasce il grande quesito su chi dovrebbe occuparsi dei più deboli. Meno attenzione ai giovani, agli anziani e ai disabili produce la necessità di soluzioni più drastiche alle richieste del mondo del lavoro, della ricerca scientifica e della donazione per trapianti di organi».

Qual è il prezzo che pagheremo per tutto ciò?

«Il prezzo è diventare tragicamente ingiusti. E il prezzo dell’ingiustizia è molto più grande del prezzo della morte, della pena o della sofferenza. Essere una vittima dell’ingiustizia e soffrire fisicamente, usando le parole di Socrate, è molto meglio che perpetrare l’ingiustizia. È importante sapere che questo atteggiamento eugenetico ha delle conseguenze pesanti sulla società. Le società che promuovono misure disumane per tagliare i costi sociali o programmi di ricerca all’insegna di una "perfezione genetica", a costo di calpestare i veri diritti umani, permettono una crudeltà che alla fine minerà gli stessi scopi che queste società cercavano di raggiungere».


Ecco, io oggi faccio di te una fortezza

sabato 27 gennaio 2007 alle 23:50
[Nei giorni del re Giosia], mi fu rivolta la parola del Signore:
«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo [ti ho (ri)conosciuto] , prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, ma và da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti». Oracolo del Signore. Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare.
Tu, poi, cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro.
Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». (Ger 1, 4-10. 17-19)

La liturgia di domani inizia con alcuni stralci dal bellissimo cap. I del libro di Geremia (io per la verità ho riportato qualche versetto in più perchè mi sembra davvero un peccato prendere solo qualche frammento di testo un pò' di qua e un po' di là...).
La parola di Dio che raggiunge l'uomo Geremia (e noi) nel suo oggi ("nei giorni del re Giosia...") è da vertigine.
Prima che tu fossi plasmato, prima che tu vedessi la luce di questo mondo, prima di ogni principio, io ti ho riconosciuto come mio figlio. Riconosciuto come figlio (non solo "conosciuto" come purtroppo quasi sempre si traduce in questo contesto il verbo ebraico). Appartieni a tuo padre e tuo padre appartiene a te. Sei consacrato, ogni fibra del tuo essere è abitata da questa volontà amorosa di Dio. Dice il salmo 27,10: "mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto".
E in Geremia si esplicita ciò che vale per tutti. La consapevolezza di questa paternità originaria che ci costituisce essenzialmente nella relazione di figli amati, voluti, desiderati, riconosciuti, abilitati a parlare la parola stessa di Dio che ci è stata rivolta.
"L'uomo è definito dalla sua vita visibile, quella che va dalla sua nascita alla sua morte; ma questo tempo è in rapporto con un altro tempo, più breve, quello della sua vita invisibile, della vita noscosta nel grembo materno. Vi è il tempo della (relativa) autonomia dell'uomo, della sua storia personale; ma questa è da rapportarsi con il tempo delle origini, quando si realizza una particolare presenza di Colui che "fa" in colui che "è fatto". Per capire veramente un uomo bisogna tenere presente l'articolazione tra questi due momenti, perchè ciò che è "originario" e invisibile rappresenta il senso che si svela poi nella storia" (P. Bovati).
In Geremia si rivela un amore particolare che "elegge", sceglie tra tanti per una missione in favore di tanti (addirittura "le nazioni"). In favore, a vantaggio, a servizio, per il bene di molti. Questa volontà amorosa di Dio si riversa su un uomo concreto (e su uomini e donne concrete anche oggi) e si fa desiderio di incarnazione e di manifestazione al mondo della Sua alterità che cerca l'amore dell'uomo.
La piccolezza umana di Geremia trema di fronte a questa missione di "parola". Percepisce quasi un senso di espropriazione oltre che di radicale inadeguatezza. Egli dice di essere un na'ar, un ragazzo. Ma non tanto nel senso della timidezza, quanto in quello della mancanza di autorità di parola e nella incapacità di dire la verità. La sua sarà una parola di ragazzo rivolta a re, autorità, a tutto un popolo, a delle nazioni! Come potrà essere ascoltato, obbedito? Che senso ha questa scelta di Dio? "Non so parlare"!
Eppure è proprio in questo paradossosale incontro tra debolezza (umana) e potenza (di Dio) che si attua il mistero della parola profetica. Essa suscita sempre come accadde a Nazareth per Gesù, la domanda: "ma come, non è il figlio di Giseppe?"; "ma da dove viene tanta sapienza?" (cfr. Mt 13,54.56; 21,23; Gv 7,15).
"Non dire: sono giovane, sono un na'ar". Non si diventa veramente uomini per accumulo di competenze, ma per un sì detto a Dio. E l'essere del profeta è radicalmente assenso, accoglienza di questo mistero. Così la sua bocca farà udire la Parola, e la Parola si inciderà nel suo stesso corpo, nella sua stessa vita, nel suo celibato, nel suo non indietreggiare di fronte alla morte e nel suo miracoloso scampare alla morte. Buttato in una cisterna a morire e dà laggiù ritirato su (cap. 38) figura di Colui - Cristo Signore - che è il Primogenito [di coloro che risalgono] dai morti (Col 1,18).
Quante cose ci sarebbero da dire! Ma voglio andare subito a ciò che mi ha colpito rileggendo anche il Vangelo di domani.
Tu sei debole, inadatto. Ma io oggi faccio di te una fortezza, un muro di bronzo. Contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ma come! Non era una missione "per"? Perchè allora si dice che egli dovrà essere "contro"?
Il corpo del profeta viene investito dalla forza di Dio. Che è il suo stesso essere: essere Amore.
Un Amore che l'uomo non conosce perchè ha preferito i suoi "amori", altre relazioni, altri luoghi dove attingere la vita, dimenticando l'Origine, il Padre. Voglio essere io a fare me stesso. Non voglio un padre, non voglio una origine che non sia la mia stessa decisione di essere e fare ciò che voglio. "Ti faranno guerra".
La libertà data da Dio (per amore) all'uomo prevede questa possibilità: che il Padre venga rifiutato, ucciso. Ma l'Amore non muore. L'Amore non desiste. Non cede di fronte al rifiuto di chi in fondo ha deciso di suicidarsi rifiutandoLo. Una fortezza. Un Amore che per amore non si piega e continua a parlarti, a cercarti. Un Amore che trasfigura il corpo e la vita di altri uomini in fortezze, che non devono cedere di fronte al non-amore. E a noi invece basta una foglia a spaventarci, a metterci in fuga come conigli, di fronte ad una sola parola dettaci con freddezza, di fronte ad non-saluto, di fronte alla paura di fare figuracce perchè semplicemente ci facciamo un segno della croce... altro che fortezze...
E allora ripenso al Signore.
Il vangelo di domani (IVa del T.O.; Lc 4, 21-30) riprende esattamente da dove era terminato quello di domenica scorsa: Gesù si rivela, nell'ordinarietà del rito del sabato, come Colui in cui si adempie tutta la parola profetica della Scrittura. Parla ai suoi concittadini di Nazareth, dove era cresciuto, a gente che lo conosceva, o pensava di conoscerlo. E gli fanno guerra. Non accolgono e non accettano, ritengono assurdo che Dio possa così rivelarsi, mentre cammini per la città, quando un tuo amico ti dice una cosa, mentre studi o lavori, quando parla il tale prelato o insomma "la Chiesa" come si dice, è assurdo che Dio si possa rivelare così, in mezzo a tanta povera umanità!

"Nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio".

Un rifiuto che accompagnerà la missione del Figlio di Dio fino alla fine.
Un rifiuto che si scontra con una fortezza inespugnabile: L'Amore. Desiderio di comunione e di vita. Amore che non si piega sotto i flagelli, non recede di fronte agli insulti, non si pente di averci dato fiducia e libertà. Amore che tace per non accusare; si fa silenzio per parlare e rivelarsi come Amore. Essere abitati dall'Amore significa sentire questa irriducibile forza crescere dentro. E' quello che chiediamo entrando nella preghiera in questo riposo domenicale.





 













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