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Relazioni,comunità, maturità umana e spirituale

venerdì 5 giugno 2009 alle 17:03





La maturità di una persona si manifesta nella sua capacità di relazione. Se uno non ha amici è sempre un segnale critico. Dipende anche dalla predisposizione di una persona il fatto che questa abbia capacità di relazione. Non possiamo fare nulla per migliorare questa predisposizione. Spesso, però, la mancanza di relazione dipende anche dal fatto che non abbiamo un buon rapporto con noi stessi. E su questo possiamo lavorare. Solamente se siamo in relazione con noi stessi riusciamo a costruire buone relazioni con uomini e donne.

Ho assistito una signora che si lamentava di non avere un rapporto soddisfacente con gli altri. Dopo alcuni colloqui apparve chiaro da che cosa dipendeva. Questa donna aveva sempre esaltato la sua infanzia. Solo quando ebbe il coraggio di guardare anche gli aspetti oscuri e offensivi della sua infanzia divenne capace di relazioni genuine. Dovette prima entrare in rapporto con se stessa e con la sua storia per riuscire a incontrare veramente gli altri ponendosi per quello che era. In precedenza aveva portato nell'incontro solamente una parte di sé e si meravigliava che l'incontro non riuscisse.

Se siamo in rapporto con noi stessi, non porremo aspettative e richieste esagerate ai nostri amici e alle nostre amiche. Diventeremo oggetto di doni e colmeremo di doni gli altri. È un bel dare e ricevere. Non saremo più oppressi dall'urgenza di dover dare prova di noi stessi. Potremo semplicemente essere quello che siamo e riusciremo a lasciare che gli altri siano quello che sono. Godremo dell'amicizia senza aggrapparci a essa.

C'è il pericolo di accentuare in senso religioso la propria capacità di relazione. Se uno pensa di aver bisogno solamente di Dio e non degli uomini per il suo cammino, rimuove il suo bisogno di relazioni vere. Alcune persone vanno così in estasi per le loro esperienze religiose e mistiche che saltano di pari passo i loro rapporti umani. Non vogliono ammettere di non riuscire ad allacciare relazioni. Decantano l'unione con Dio che soddisfa tutti i loro desideri. In realtà, se sono unito a Dio, per un istante sono pienamente soddisfatto. In quest'istante si realizza la parola di Teresa d'Avila: «Dio solo basta». Ma non riesco a mantenere a lungo questo essere una cosa sola con Dio. Nell'istante successivo sono nuovamente lacerato interiormente e allora, malgrado tutte le esperienze della vicinanza salvifica di Dio, ho bisogno anche di esseri umani con cui potermi confrontare.

La relazione con Dio non è un sostituto della relazione con una persona. Un buon rapporto con Dio e con gli uomini normalmente si completano. È pericoloso se vado in estasi per la mia unione con Dio e non mi accorgo che con questa mia esaltazione non faccio che coprire la mia incapacità ad avere un rapporto autentico con gli altri. Appena l’estasi cessa, mi sento solo e dispero di me stesso.

Se sono radicato in Dio, non divento dipendente dagli al­tri. Ma proprio questa libertà dalla dipendenza mi fa anche godere l'amicizia. Esiste quindi un altro pericolo, quello per cui gli uomini esaltano in senso religioso certi rapporti e si rendono dipendenti da padri o maestri spirituali. In questo caso non sviluppano veramente i loro bisogni di amicizia, ma si sentono realizzati sotto il mantello protettivo della guida spirituale e dell'aiuto dato dal maestro. Allora, però, nascono delle dipendenze che non fanno bene. Queste persone sono entusiaste della loro guida spirituale e non riescono più a vivere senza di lei. Proiettano su di lei tutti i loro ardenti desideri. Questo non fa bene né alla guida né al discepolo. Quest'ultimo si ferma alla relazione con la guida nel suo cammino interiore. Pensando di fare importanti esperienze spirituali solo standogli vicino, si rifiuta di percorrere la strada che Dio gli ha destinato. Ci si ferma a una dipendenza infantile dal maestro e si ha continuamente bisogno della sua vicinanza per inebriarsi della sua saggezza e del suo amore.

Per la chiesa delle origini la nuova comunanza di ebrei e greci, di uomini e donne, di poveri e ricchi fu un segno della venuta del regno di Dio. La spiritualità benedettina è sempre stata praticata nella comunità. I giusti e buoni rapporti nella comunità sono sempre stati un'importante conferma della relazione matura con Dio.

È un impegno faticoso compiere ogni giorno il proprio cammino spirituale dentro una comunità. Qui non ci si può differenziare. Qui ci si deve confrontare con conflitti quotidiani. Qui il problema è tollerare le debolezze dei confratelli e delle consorelle. E c'è continuamente bisogno di cercare dei compromessi onesti. La comunità ingentilisce tutte le stravaganze. Ci mette continuamente di fronte alle nostre zone d’ombra. Non si può dare a intendere nulla ai confratelli. Tutto ciò che vorremmo occultare sotto un pietoso mantello viene alla luce. Ma proprio in questo modo la comunità conduce all'umiltà.

È una spiritualità molto sobria quella annunciata da Benedetto. Egli fa i conti con le quotidiane «spine dei dispetti» che nascono nello stare insieme. Ed esige dall'abate che si opponga a questi dispetti e si preoccupi continuamente della pace nella comunità. Ma è un compito del singolo far sì che lo stare insieme riesca. C'è bisogno di rispetto e di comprensione degli altri, è necessario rinunciare a giudicare e a voler dirigere gli altri.

Alle persone che praticano una spiritualità molto ideologica riesce sempre molto difficile affidarsi a una comunità. Spesso spaccano la parrocchia o la comunità dei fedeli che fondano o alla quale si uniscono. Per un certo tempo può anche andare bene una comunità composta da persone ideologicizzate, soprattutto finché essa ha un avversario comune. Ma dopo un po' di tempo si spaccherà. Infatti, i suoi membri non hanno imparato a cimentarsi con i conflitti quotidiani. Preferiscono rifugiarsi in un'ideologia, nella prepotenza e in una lotta fanatica per la giusta dottrina. Ma tutto quello che è stato rimosso sotto la superficie dell'ideologia prima o poi riaffiorerà e si esprimerà in aggressività o in intrighi nei confronti degli altri.

Questo pericolo esiste anche in nuovi movimenti spirituali, nei quali all'inizio la comunità è viva e attraente perché tutti sono entusiasti. Ma se l'entusiasmo non si trasforma in una spiritualità matura che si confronta positivamente con le contrapposizioni quotidiane ed è quindi disposta ai compromessi, in poco tempo la comunità si sfalderà. Oppure verrà tenuta insieme da un'autorità forte che spegne sul nascere ogni conflitto. Appena, però, verrà a mancare l'autorità, la comunità si spezzerà.

Nella comunità si vede anche se i singoli individui sono una benedizione per lo stare insieme o se creano spaccature attorno a sé. Chi è scisso dentro di sé, spaccherà anche la comunità. Nella comunità ci sono membri che tengono insieme gli altri. Sono come la colla della comunità. E ci sono membri che utilizzano la comunità solamente per se stessi e non fanno niente per essa. Avanzano sempre e solo delle richieste alla comunità, senza essere disposti a impegnarsi per essa. Se qualcosa non va secondo le loro idee, criticano la comunità, dicendo che non è abbastanza spirituale, che è superficiale e che ognuno cerca solo il suo tornaconto. Il grado di maturità di una persona si coglie dal modo con cui si inserisce nella comunità. La persona matura è sempre anche una benedizione per gli altri. Attorno a lei si può formare una comunità. Essa non lega gli altri a sé, ma li collega tra loro.

 

Anselm Grün, monaco benedettino


Educarsi alla reciprocità

giovedì 8 novembre 2007 alle 12:58

Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13, 8-10).

Era la prima lettura di ieri sera.
Paolo parla ai primi cristiani di un unico debito da non doversi mai saldare.
L'amore vicendevole. O, in altre parole, la reciprocità.

Educarsi alla reciprocità non è facile.

E' più facile essere o quelli che ricevono sempre, o quelli che danno sempre.
Un rapporto umano e ancor più cristiano così non può funzionare. Non funziona perchè se solo riceviamo o solo diamo, non c'è proprio rapporto, non c'è comunione.

E' senz'altro più facile ricevere. Chiedere, pretendere, avere diritti. Pensare di averli sempre. Spesso è questa la realtà concreta - infantile - che viviamo.

Se invece pensiamo al nostro "dover essere", spesso immaginiamo (e predichiamo - agli altri) l'amore come un dover dare sempre, gratuitamente, senza sperare ricompense. Ebbè non l'ha detto Gesù? Sento subito che mi dite... Sì certo, ma non so se le abbiamo capite proprio bene queste parole.

Già, perchè in Dio non funziona così. Non c'è uno che dà e basta. C'è assoluta comunione: ossia: il Padre è colui che da sempre dona tutto se stesso al Figlio ma il Figlio è appunto colui che riceve tutto dal Padre. Dare e ricevere sono allo stesso tempo e in modo indisgiungibile Amore, Spirito Santo. Senza contare poi che il Figlio a sua volta riama totalmente il Padre e quindi è il Padre poi a ricevere amore e obbedienza... ancora: Spirito Santo.

Ecco, quando tra due persone o più c'è questo dinamismo di vita di dare e ricevere (ma non dare solo per ricevere) c'è Dio tra loro e in loro.

Ma, dicevo, educarsi a questa reciprocità non è facile.

Occorre grande delicatezza. Io educo te tu educhi me. Se abbiamo chiaro l'obiettivo ci possiamo dare una mano insieme.

Primo: non nascondere o reprimere il proprio bisogno di ricevere dall'altro amore, stima, considerazione. Se lo reprimi ti illudi di amare... tanto verrà fuori mascherato in tanti altri modi. Meglio dirselo. Ma non farne nemmeno all'altro un peso, una condizione. Se lo dici, prima di tutto hai fatto un atto di onestà verso te stesso. Non sei un eroe. Sei come me e come tutti, anzi come Dio! Hai bisogno di ricevere amore. Se il Figlio non ricevesse amore dal Padre, nemmeno esisterebbe, anzi non esisterebbe Dio stesso!

Fare notare le mancanze di amore verso noi stessi (non sempre certo, ma neanche mai!). Con garbo, delicatezza. O come meglio vi riesce. Questo ovviamente con la persona, i fratelli o le sorelle con cui volete provare a vivere il vangelo che Paolo annuncia. Che è l'Evangelo di Cristo!

Nello stesso momento chiedersi se sappiamo avere verso l'altro le stesse attenzioni che desideriamo. Ma non è una cosa che possiamo fare da soli. Assolutamente no.

La reciprocità (l'amore) non si costruisce da soli: sarebbe una contraddizione in termini!

L'altro deve essere libero di dirmi cosa io non so fare, dove manco nell'amore, nell'attenzione. Una comunità, una coppia che si abitua a mandare giù rospi dalla mattina alla sera forse si sentirà eroica... ma non vivrà la comunione.. e prima o dopo esploderà. O imploderà.. le varianti sono diverse. Ma il risultato il medesimo: nessuna reciprocità, nessuna comunione.

Educarsi a questa reciprocità non è facile.

Ma se trovate qualcuno con cui potete fare questa esperienza benedite Dio con tutto voi stessi... sarete sulla strada verso il Paradiso. Anzi gusterete già su questa terra martirio e ricompensa, dolore e gioia, riso e pianto, croce e resurrezione.

Sì, perchè l'Amore è tutto questo. E ne vale la pena.
Un abbraccio a tutti.


Solennità di Tutti i Santi

giovedì 1 novembre 2007 alle 14:08

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Mercoledì, 1° novembre 2006

Il Santo Padre ha introdotto la Celebrazione e l'atto penitenziale con le seguenti parole:

Fratelli e sorelle amatissimi, noi oggi contempliamo il mistero della comunione dei santi del cielo e della terra. Noi non siamo soli, ma siamo avvolti da una grande nuvola di testimoni: con loro formiamo il Corpo di Cristo, con loro siamo figli di Dio, con loro siamo fatti santi dello Spirito Santo. Gioia in cielo, esulti la terra! La gloriosa schiera dei santi intercede per noi presso il Signore, ci accompagna nel nostro cammino verso il Regno, ci sprona a tenere fisso lo sguardo su Gesù il Signore, che verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi. Disponiamoci a celebrare il grande mistero della fede e dell'amore, confessandoci bisognosi della misericordia di Dio.

Cari fratelli e sorelle,

la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l'esortazione "Rallegriamoci tutti nel Signore". La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.

Quest'oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di "madre dei santi, immagine della città superna" (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l'autore del libro dell'Apocalisse li descrive come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Questo popolo comprende i santi dell'Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell'inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l'impulso dell'eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo.

Ma "a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi - egli dice - non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell'odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione.

Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All'interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà. "Se uno mi vuol servire - Egli ci ammonisce - mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12, 26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25). L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione - si legge nell'Apocalisse - e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso. L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l'unica vera causa di tristezza e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.

La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell'uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all'amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici.

Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all'annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5, 3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l'afflitto, il mite, l'affamato e l'assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l'operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela - ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l'impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell'ago (cfr Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5, 48).

Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

Benedetto XVI

Ruini: "Sorelle, fatevi un blog"

lunedì 29 ottobre 2007 alle 22:57

Per le suore l'ultimo invito del cardinale: «Andate a parlare su Internet»

Giacomo Galeazzi - Città del Vaticano
Santo Web. Il cardinale Camillo Ruini esorta le suore a «navigare su Internet e a scrivere sui blog». Una riabilitazione sorprendente della Rete nelle cui maglie telematiche sono rimasti intrappolati alcuni prelati «chattatori » come il capufficio della congregazione per il Clero, monsignor Tommaso Stenico e i frequentatori in talare del sito «venerabilis.tk». Il vicario di Benedetto XVI invita le religiose ad utilizzare di più gli strumenti che la tecnologia informatica mette a disposizione di tutti nel mondo della comunicazione. «Suore, navigate su Internet e scrivete sui blog», è il messaggio del cardinale Ruini all'Unione superiori maggiori (Usmi), che a Roma rappresenta 1.287 comunità e oltre 22 mila suore. La chat, quindi, come terreno di evangelizzazione del terzo millennio.

«Un sacerdote mi ha riferito che il tema "Gesù" è molto dibattuto sui blog dai ragazzi. Il loro approccio però è impostato da libri distruttivi oggi molto diffusi, e non dal testo di Benedetto XVI su "Gesù di Nazareth" - spiega il vicario papale alle religiose -. Quale sarà tra dieci anni l'idea di Cristo se queste idee dovessero avere la meglio? Io non mi intendo di Internet, ma specialmente le giovani suore dovrebbero entrare nei blog per correggere le opinioni dei ragazzi e mostrare loro il vero Gesù». Le suore, precisa il vicario del Papa, possono fare molto in questa «nuova forma di apostolato ».


L'obiettivo per il programma annuale dell'Usmi nella diocesi di Roma, d'altronde, è proclamare che «Gesù è il Signore, educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza». Quindi, la web-predicazione è pienamente in linea con il mandato delle religiose. «L'emergenza educativa è al centro delle preoccupazioni di Benedetto XVI». Nessuna barriera verso il linguaggio dei blog, anzi più delle tecniche di educazione, per il porporato, conta la testimonianza dell'educatore e il suo contenuto.

Per questo, il cardinale Ruini fa appello alla «creatività » degli educatori di fede per trovare le occasioni di diffondere il libro di Benedetto XVI «Ci sono poi le scuole cattoliche, in cui le suore possono testimoniare Cristo in tutti gli insegnamenti, nelle scienze, nella storia e perfino nella letteratura italiana, in un inscindibile connubio di fede e cultura», ribadisce il vicario papale. Ma non bastano. «La vostra creatività deve trovare strade nuove per la sfida vocazionale, che deve evolversi di pari passo con la società».
fonte: La Stampa

Quando andare a scuola costa fatica

martedì 16 ottobre 2007 alle 22:20

Approfitto di questo mio periodo di permanenza a Vohemar per metter giù qualche riga per la rubrica che ci viene gentilmente offerta su In Cammino. Qui, tra una visita e l’altra alle nostre scuole sparse nelle campagne, al dispensario che assiste i bambini a noi affidati, trovo un po’ di tempo in più. Sono sempre in ritardo con i contributi - il Direttore me lo rimprovera sempre - ma qui tutto scorre ad una velocità diversa e ci si abitua…

Ieri abbiamo visitato il villaggio d’Anjavibe, a 60 Km di pista da Vohemar. La strada è brutta, ma non impossibile visto che non piove da vari giorni. La stagione delle piogge e dei cicloni (quest’anno due particolarmente forti) si allontana ed alcune strade cominciano ad essere percorribili. Per la stagione secca occorre comunque aspettare Maggio.

Arriviamo sul posto dopo tre ore e più di jeep. Ci aspettano il catechista del villaggio ed alcuni cristiani. Il motivo del viaggio è un progetto di costruzione di una nuova scuola elementare.

Fin’ora i bambini dei villaggi nei dintorni devono recarsi per lo studio primario a Vohemar o Milanoa, due centri più grandi, ma distanti dai 50 ai 100 km. Non potendo ritornare a casa, i bambini vivono in piccoli gruppi di 5-6, in capanne ad affitto, tutti dai 7 ai 12 anni. Sono loro stessi a dover provvedere a tutto, cucinare, lavare i panni, disbrigarsi nelle varie faccende. Certo vi riescono bene, perché ogni bambina malgascia a 8 anni sa fare tutti i servizi di casa, spesso è lei ad occuparsi totalmente di un fratellino più piccolo se la mamma deve accudirne altri; ma vivere lontani dalla famiglia in tenera età, lasciati a se stessi, si rivela spesso dannoso e pericoloso. Qualche settimana fa una bambina di queste, di solo 8 anni, è morta di malaria per mancanza di medicine. Gli altri bambini che vivevano con lei non sapevano cosa fare. I genitori erano a 50 km. Le hanno saputo preparare solo qualche bevanda calda, ma occorrevano delle medicine. Ed è morta dopo tre giorni di febbre altissima.

Morire a otto anni per un farmaco: è una storia triste ma ricorrente qui. Che fa comunque pensare. A me personalmente pone degli interrogativi. Quanti farmaci si sprecano nei paesi ricchi! Dio potrà forse giudicare allo stesso modo questa bambina e noi che moriamo ingozzati di medicine inutili e di spreco? Ma tutti questi giudizi li lasciamo a lui.

Dicevo che andiamo lì per vedere il posto dove sorgerà la scuola. Alcuni cristiani ci hanno offerto un pezzo di terreno. Altri benefattori dall’Italia ci aiuteranno sicuramente per la costruzione della scuola. E così tanti bambini potranno studiare nel loro villaggio o almeno vicino, potranno essere più seguiti dai loro genitori, recarsi più frequentemente a casa. Potranno in fondo avere quello che gli spetta. Da noi si chiama diritto all’educazione. Non chiedono molto ma solo di studiare.

Tornando giù da Anjavibè gruppi di bambini affollano la pista. A gruppi, con qualche piccolo bagaglio ed un po’ di riso in delle saccocce, ritornano al luogo di studio dopo le vacanze pasquali. Vi faranno ritorno solo per le vacanze estive. Scherzano e ridono per strada, con la loro gioia, quella dei bambini. Non vanno al parco giochi o al cinema, ma solo a studiare a 60 Km, da soli, a piedi, come piccoli uomini e donne. Loro non sanno che avrebbero diritto ad altro. E lasciamoli così. Ma noi?

p. Lorenzo Gasparro, cssr

Lorenzo dal Madagascar...

domenica 7 ottobre 2007 alle 14:28
Ciao Salvatore,
grazie per il messaggio,
ritorniamo appena da un lungo viaggio al sud (1500 km) per visitare una diocesi molto povera. Il vescovo vorrebbe che mettessimo una nostra comunità in una zona grandissima di foresta senza sacerdoti. Abbiamo visitato qualche villaggio per renderci conto. C'è tanta povertà ed abbandono.
Ho cercato di lasciare un commento ma non so se ci sono riuscito: te lo invio e casomai lo metti tu stesso.
Un caro abbraccio a te e coraggio nel servizio alla Parola
p. Lorenzo




Ciao P. Salvatore,

sono p. Lorenzo e, sebbene con fatica, sono riuscito ad aprire il tuo blog. Grazie di aver pubblicato le mie righe. Grazie a Lorenzo per il commento, che però non merito. La Missione è un dono particolare di Dio di cui ogni giorno lo ringrazio. Mi sento fortunato di poter portare il Vangelo ai poveri. C'è tutto un tesoro di umanità nascosto tra gli ultimi, che non si immagina. Mi chiedo sempre se i veri poveri non siamo noi che ci crediamo ricchi...
Un caro saluto a tutti gli amici del Blog ed al caro fratello p. Salva.

P. Lorenzo dal Madagascar

La Chiesa che nasce è una capanna di paglia…

mercoledì 26 settembre 2007 alle 22:41

Ho sentito in questi giorni Lorenzo, in missione da diversi anni ormai in Madagascar, e gli ho chiesto un po' del suo tempo (e ne ha veramente pochissimo) per poter condividere sul blog qualcosa della sua esperienza... e lo ringrazio veramente tanto per questo!


La Chiesa che nasce è una capanna di paglia…

Molto spesso mi capita di sentire la domanda: “Ma qual è il lavoro di voi missionari?”.

In missione è difficile definire quale sia il lavoro del prete. Nel senso che si fa di tutto e di più. La condizione particolare dei paesi poveri spinge la chiesa ed i missionari a caricarsi di tante attività diverse. Allora trovi il prete che costruisce scuole e dispensari, quello che gestisce ospedali e centri professionali, quello che fa il parroco ma di territori a volte sconfinati; trovi ancora quello che dirige grandi aziende agricole, quello sperduto in una foresta, tagliato fuori da ogni contatto col mondo globalizzato. Insomma, è difficile dirlo in una frase. Perché il missionario fa semplicemente… il missionario. In tutte queste situazioni differenti ma con un unico obiettivo: annuncio della Buona Novella, portare Gesù e la dignità dei figli di Dio.

Tra le attività privilegiate e più affascinanti della Missione dei Redentoristi in Madagascar c’è la prima evangelizzazione, l’annuncio cioè del Vangelo in zone dove non è stato ancora ascoltato. Vi si dedicano a tempo pieno alcuni dei nostri confratelli. Lì si rasenta veramente l’eroismo, non lontano da quello dell’immaginario classico. Scene come attraversare un fiume con l’acqua fino alla gola, dormire sotto un fragile tetto di paglia, lunghe scarpinate nella foresta fitta… non sono descrizioni fantasiose, ma situazioni reali e frequenti. Ogni missionario ha un lungo repertorio d’avventure vissute da raccontare…

Il Redentorista che si dedica a queste tournées è responsabile dell’evangelizzazione di zone vastissime. Nella nostra missione di Vohemar, ad esempio, il territorio a noi affidato si estende quasi come una regione d’Italia. Il missionario parte, zaino alla spalla, con un gruppo di giovani, catechisti ed altri cristiani per un giro che durerà una ventina di giorni. Nella tournée si passa evangelizzando da un villaggio all’altro, fermandosi per riunire i cristiani e celebrare i sacramenti. Sono giornate intere di marcia a piedi, perché gran parte dei villaggi non è collegata da strade (un piccolo villaggio come Befotaka si raggiunge dopo vari giorni di marcia a piedi, attraverso 140 Km di piccoli sentieri). Riscendendo si visitano ancora altre comunità, a volte si dorme in villaggi dove non c’è nemmeno un cristiano, ma nessuna famiglia nega un posto nella capanna insieme con loro.

In alcuni villaggi c’è una sola famiglia di cristiani, a partire da questa, con i successivi passaggi del missionario e le catechesi, comincia a crescere la chiesa-comunità. Dapprima si prega in una semplice casa, ma quando il numero dei cristiani cresce si erige la prima chiesa. È un fatto frequente qui, ogni anno abbiamo la fortuna di vedere la nascita di qualche nuova chiesa. La costruzione non impressiona, è solo una baracca traballante in paglia, frutto del lavoro dei cristiani, una capanna tra le altre capanne del villaggio. Eppure per noi e per i nostri cristiani essa ha tutta la maestà d’una cattedrale. Essere testimone della nascita di nuova chiesetta è sempre una grande emozione per me, come assistere ad un grande appuntamento con la storia. Non quella dei grandi, ma quella di Dio. Un’iniezione di fiducia immensa. Chiese millenarie, imponenti e decorate d’oro, che si svuotano e si chiudono in Europa. Piccole chiese di paglia e fango che nascono qui. È la logica di Dio. È il soffio dello Spirito, che fa nuove tutte le cose. È il Regno che avanza, con la semplicità e l’umiltà del lievito nella massa.

E per noi Redentoristi, credeteci, è un onore esserci e prendevi parte.

Arrivederci.


p. Lorenzo

Unici, irripetibili, liberi, creativi... insieme!

sabato 28 aprile 2007 alle 21:00
IV domenica di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.
Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,27-39).

commento di A. Pronzato:

Ammettiamolo. La parabola del pastore e del gregge non è molto in sintonia con la nostra mentalità moderna.

Colpa anche di certa iconografia sacra che ci ha propinato quella stucchevole immagine del «buon pastore»: un Gesù dolcia­stro, con i lineamenti di un biondo efebo, capelli ricci, agghindato a dovere, occhi azzurri, e l'immancabile pecorella adagiata sulle sof­fici spalle.

E poi, via, anche noi proviamo una certa ripugnanza nel rico­noscercí parte di un gregge, sia pure del gregge pilotato da Cristo.

Istintivamente pensiamo alla scena dei famosi pecoroni di Pa­nurge.

Oppure rispolveriamo la celebre battuta di E. Le Roy che para­gona i fedeli agli agnelli della Candelora: «Si benedicono e poi si tosano».

Comunque, il gregge richiama il pericolo di un conformismo gregario, di un livellamento. La persona scompare, si lascia assor­bire, viene inghiottita dalla collettività, fino a smarrire la propria identità.

Nietzsche denunciava: «La comunità rende comuni».

E potremmo citare anche un'espressione di Cechov: «Una volta nel gregge, è inutile che abbai, scodinzola».

Oppure un aforísma finlandese: «Quando una pecora bela. tutto il gregge ha sete».

Ma questo triste fenomeno è reso possibile soltanto dal fatto che certe persone accettano di perdersi nell'anonimato, di lasciarsi assorbire in una massa indífferenziata, di dissolversi nel più piatto conformismo, di camminare a testa bassa.

Non è certo questo lo stile del gregge voluto dal Cristo.

Secondo il piano di Dio, la comunità costituita dal suo popolo rappresenta sia il superamento dell'individualismo (per essere se stessi occorre vivere‑con), sia il superamento del conformismo gregario (per vivere‑con occorre conservare la propria unicità).

L'apporto che il singolo reca al «gregge» dev'essere un apporto personale, dinamico, intelligente. Il che è proprio l'opposto di un dissolvimento nella collettività.

«Non si tratta di seguire, più o meno passivamente, il movimento generale; un certo conformismo nasconde un'indifferenza, una pigrizia o una pusillanimità che ledono effettivamente la co­munità. Infatti questa è ricca soltanto dell'apporto dei suoi mem­bri. Essa viene impoverita quando io non metto a suo servizio la totalità delle mie risorse. E, nello stesso tempo, io impoverisco me stesso.

Il cielo non è un sonno ipnotico collettivo di una folla anonima in cui ognuno sarebbe fuori di sé. E neppure un pasto cui si par­tecipa sistemati in piccoli tavoli dove ci si mantiene a distanza gli uni dagli altri. No. E’ un concerto dove ciascuno ha la propria voce personale, insostituibile. E dove le voci accordate si richiamano, si completano e si sostengono a vicenda» (A. Motte).

La sinfonia ha bisogno della mia nota personale. Se la rifiuto, rimango solo, povero, con la mia nota che risulta immancabilmente stonata.

Se la mia nota è priva del timbro inconfondibile della sua uni­cità, la sinfonia si riduce a una monotona filastrocca.

In tutti e due i casi la condanna è inevitabile: ci si impoverisce nell'atto stesso di impoverire gli altri.

Cristo è pastore, il vero pastore, in quanto rappresenta l'op­posto del «mercenario». Infatti lui dà la sua vita per le pecore. Non le sfrutta. Non le strumentalizza. Non le domina. Piuttosto le serve.

Da lui noi siamo «conosciuti per nome», ciascuno di noi è im­portante, unico ai suoi occhi, rispettato e amato nel suo itinerario irripetibile.

Lui non vuole che assumiamo atteggiamenti passivi. Esige ci comportiamo da persone libere, creative.

La sua cura del gregge non è livellatrice, ma personalizzante.

[... continua al prossimo post.].

Amore per la Chiesa

giovedì 26 aprile 2007 alle 17:45
Martini docet...

[...] perché Paolo è fiero, contento della sua comunità, nonostante gli enormi difetti, i gravi problemi denunciati ampiamente sia nella Prima che nella Seconda lettera ai Corinti?

E' fiero e contento non solo perché il suo amore è alla fine ricambiato, ma per un ulteriore motivo: egli ha investito molto di sé nella comunità, ha investito per la grazia del Signore, sente che il Signore stesso si è coinvolto e quindi percepisce che la sua sofferenza è la sofferenza di Gesù.


La comunità gli è cara nella misura in cui ha sofferto per essa, non tanto a ragione delle consolazioni che ne riceve. Noi pure quando investiamo molto in persone, situazioni, famiglie che ci fanno soffrire, le amiamo di più.

Se ci siamo impegnati magari superficialmente, per dovere, non ci preoccupiamo della risposta; se invece abbiamo agito per amore, soffriamo allorché non c'è rispo
sta, ma pregando e contemplando avvertiamo che non noi, bensì Gesù crocifisso ha molto amato e ha molto investito per queste realtà.

Possiamo chiederci: quanto amo, quanto mi appassiono per la mia comunità e le persone che la compongono?


Tutti sappiamo quale gioia sperimentiamo quando una persona o un gruppo cercano davvero Dio con il cuore, fanno un cammino veramente evangelico; allora ci sembra di essere ripagati dei nostri sacrifici.

Ma anche quando ciò non si verifica subito, se ci siamo sforzati di dare molto, godiamo nel constatare che Cristo cresce in loro mentre noi diminuiamo.


Da ragazzo mi ponevo talora la domanda: amo la Chiesa?

Non mi era facile rispondere perché mi avevano insegnato che la priorità era certamente l'amore a Gesù.

Credo che l'esperienza mostri che cominciamo ad amare la Chiesa quando preghiamo per essa, quando investiamo nella Chiesa molto della nostra vita, del nostro tempo.
Allora scopriamo che nulla di quanto riguarda la Chiesa ci lascia indifferenti, perché ci siamo buttati, anzi immedesimati con essa.

 













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