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Io non so come

sabato 19 dicembre 2009 alle 01:01




Io non so come,
la notte è lunga
e il tempo un mostro,
ma so che verrà l’alba
e la vita degna sarà in ogni uomo,
e la terra non tremerà più
e la stella di Betlemme
ricorderà per sempre
che Cristo è veramente nato
per tutti gli uomini.

Io non so come,
la guerra è sulla terra
e il male sconvolge la creazione,
ma so che verrà l’alba
e ogni uomo avrà il suo pane
e ogni uomo sulla spiaggia
riconoscerà Cristo che mangia pesce
e parla con lui.

Io non so come,
anche quest’anno è stato orrendo
di massacri e di morti,
ma so che verrà l’alba eterna,
la luce che attende ogni creatura,
fatta a immagine di Dio, canto dell’universo.

Io non so come
la notte è lunga
e il tempo un mostro,
ma so che verrà l’alba.


(E. Fiore, Gli occhi dell’universo, Clean, Napoli 2005, p. 25)

Voltare pagina e scrivere ancora "amore"...

lunedì 31 dicembre 2007 alle 00:01

Un altro anno se ne è andato.
Altre pagine del libro de
lla mia vita e della vostra sono state scritte.

Immaginare la vita come un libro in fieri fa una certa impressione. Sa di qualcosa di definitivo. E la vita è così. Definita, definitiva, non torna più indietro.

A che punto sono del libro della mia vita? Beh, non certo all'introduzione, nè ai primissimi capitoli. Non so se sono in mezzo o verso la fine. E' un libro le cui pagine vengono aggiunte man mano che vengono scritte.

Quando sarà scritta l'ultima frase il libro sarà finito, completo. Già di alcuni amici, anche più giovani di me posso già vedere questo libro completo. Che in fondo solo Dio conosce. Noi in realtà ne leggiamo le righe scritte con caratteri più grossi, gli unici che vediamo: è nato in tale data, è mancato in quest'altra, ha fatto questo e quello, abbiamo insieme fatto questa
o quell'altra esperienza, e poche altre cose ancora...

Solo Dio legge la storia vera scritta in questo libro. Ma la scriviamo noi, con le nostre scelte più intime e segrete, con le sofferenze e le gioie più incomunicabili, le speranze, le illusioni, le delusioni, le esperienze e le meraviglie di una vita. O meglio, la scrive Dio con noi, in noi, se glielo lasciamo fare.

A volte capita di scorgere un filo logico, scorrendo le pagine già scritte. E di esserne pure convinti. Giri pagina e tutto cambia. Persone, amicizie, legami, certezze, fiducie. A volte tutto pare contraddetto dalla nuova pagina e non capisci più il nesso. Ma il nesso sei prima di tutto tu stesso. Sono tutte cose che succedono a te. E il fatto stesso che ti sconvolgano ti dice che la vita che stai vivendo è reale.

A volte capita di rendersi ben conto di aver capito che l'unica cosa che veramente conta è amare ed essere amati.

Significa riafferrare saldamente la trama della tua vita. Non importa quello che è stato o sarà. Se decidi di g
iocarti tutto per questo, non potrai sbagliare, anche se farai certamente degli sbagli e se i primi a farti soffrire saranno i tuoi stessi limiti.

Scelte limitate dalla tua visuale e dai condizionamenti del presente, rapporti umani in crisi per mancanza di adeguate strumentazioni comunicative e sufficiente conoscenza del proprio e altrui vissuto psico-fisico, e quant'altro.

Il deserto fiorirà lo stesso. Hai creduto all'Amore, e il deserto fiorirà. Nonostante tutto, nonostante tutti i tuoi errori, i tuoi limiti.

Se il libro della mia vita dovesse finire anche di colpo, con una storia spezzata, apparentemente, senza trame ricondotte ad unità da una chiara conclusione, vi inviterò a ricercare quelle pagine in cui la mia mano nella mano di Dio avevano scritto e cantato l'Amore.

Sarà lì che potrete ricosc
ere il senso e la bellezza di questo libro, e richiuderlo con un sorriso. Non è stato scritto per nulla. Un sorriso che spero fiorisca sulle labbra di chi ho cercato di amare in questa vita, nonostante tutti i miei limiti. E anche di chi non ho mai conosciuto o incontrato in questi giorni che mi sono lasciato alle spalle.

L'amore darà a tutto unità e senso. E riapparirà il sereno.

Ma per adesso ci è dato di voltare ancora altre pagine e di provare a scrivere ancora meglio quella parola così preziosa: "amore". Perchè l'unità della nostra vita sia costruita e data da esso - che è Dio in noi - al di fuori del quale il resto è polvere e cenere.

Scrivere ancora "amore". E' quello che auguro a tutti i viandanti del tempo che passeranno di qua. Buon anno nuovo nella grazia del Signore nostro Gesù Cristo.

A lui ogni lode, nel giorno, nella notte, e nell'Eternità. Amen!



Si rallegrino il deserto e la terra arida!

domenica 16 dicembre 2007 alle 14:03

Is 35, 1-6. 8. 10

Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.


Appena l'annunzio della liberazione risuona, per il popolo schiavo avviene come una risurrezione. Il deserto e la ter­ra arida, simbolo della miseria e del dolore, rifioriscono e si punteggiano di narcisi. I corpi degli esuli, deboli, muti­lati, doloranti sono percorsi quasi da una nuova giovinez­za; la storia dell'uomo acquista un sapore nuovo, è percor­sa dalla libertà e dalla speranza.

Certo, il deserto resta ari­do; i ciechi, i sordi, gli zoppi e i muti di Israele non sono fisicamente guariti ma il filo verde della speranza trasfor­ma desolazione e sofferenza e fa rinascere la gioia di vive­re. Il profeta sintetizza questa risurrezione nella frase fina­le del brano odierno: «Gioia e felicità li seguiranno e fug­giranno tristezza e pianto».

La vita - come scriveva S. Ago­stino - senza la speranza è come la superficie di un lago in un giorno nuvoloso, superficie metallica e grigia. La vita con la speranza resta materialmente sempre la stessa ma è trasfigurata: la superficie del lago è la stessa ma diventa uno specchio di colori se brilla nel cielo il sole.

La trasformazione del corpo, cioè dell'essere intero uma­no, è posta al centro anche della risposta autobiografica che il Cristo offre ai discepoli del Battista. Col suo ingresso nel mondo certamente molti malati sono stati guariti dai suoi miracoli ma soprattutto molti ciechi nello spirito, molti storpi nell'inerzia, molti lebbrosi nell'isolamento, molti sordi chiusi in se stessi, molti morti alla speranza sono stati liberati e salvati.

Ed è proprio con questo popolo di sofferenti, di poveri e di piccoli, spesso emarginati dalla società civile e religiosa ufficiale, che Cristo costituisce la sua nuova comu­nità a cui annunzia «la buona novella» del Regno e dell'a­more di Dio.

La Chiesa è, quindi, affollata da questi ulti­mi che sono i primi agli occhi di Dio e ad essi deve dedica­re tutto il suo impegno e la sua fraternità. Proprio come il Cristo che per portarli a sé è sceso fino alla loro miseria: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umi­liò se stesso facendosi obbediente sino alla morte di croce» (Fil 2, 7-8).

Il grande teologo e credente D. Bonhoeffer dalla sua agonia nel lager nazista il 16-7-1944 scriveva: «Dio si è fatto debole e impotente nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta. Cristo non ci aiuta tanto in vir­tù della sua onnipotenza quanto piuttosto in virtù della sua sofferenza».

di G. Ravasi

Sorpresi da una Luce che arriva "solo" per noi

domenica 2 dicembre 2007 alle 18:58


Ogni volta che il Signore mi chiama a condividere la sua Parola con altri fratelli e sorelle non manca mai di farmi qualche regalo. Magari di sottobanco.. così quasi all'ultimo momento.

Ormai lo so.

Vado per parlare (per balbettare qualcosa anzi) e mi preparo a ricevere io per primo.

Sarà una parola che io stesso leggo o dico, o una condivisione, un incontro, una domanda, un saluto. E così, improvvisamente, mi sorprende l'alba.

Arriva un raggio di luce nuova dritto al cuore. Per me, solo per me.

Egocentrismo? Forse, ma il Signore fa così anche con te.

Certo il Signore lo fa con tutti, ma sai bene che quel raggio, anche se per gli altri sarà sempre bellissimo, avrà però una gamma di colori diversa. Questi sono per te e per te solo. Non so come spiegarlo ma è così.

Una volta cercavo subito di condividerlo, ne parlavo con entusiasmo... ma poi mi rendevo conto che non sempre riuscivo a trasmettere quel dono ricevuto. Ho capito ancora di più quanto e come il Signore ci ami personalmente.

Ci sono doni che DEVI condividere, altri invece sono solo per te. Incomunicabili (se non per uno speciale dono) o comunque mai nella stessa forma in cui l'hai ricevuto mi sa.

Non è detto che quello che ti ha colpito faccia lo stesso effetto su un'altra persona. Non ti stupire, non rimanerci male.

Quello che il Signore ti ha dato, lo aveva preparato da tempo, aveva pensato a tutti i dettagli..

... al tuo bisogno, ai tuoi desideri. Aveva da tempo e con cura pensato a come presentarti il dono, a come renderlo più bello, a come incartarlo, alle circostanze migliori per dartelo in modo che tu lo apprezzassi e lo capissi... poi zac!

Arrivato il momento ("la pienezza dei tempi"? vabbè non esageriamo...:-) eccolo lì per te. Solo per te.

E tu vuoi subito farlo vedere in giro... addirittura regalarlo ad altri.

Ma daai! Come puoi pensare a questo punto di "riciclare" un regalo così amato - pensato - creato solo per te!??

Ma gli altri?

Avranno anche loro i loro doni. Non ti preoccupare questa volta. Non essere in ansia per la loro "conversione".

Intanto convertiti tu apprezzando il dono.

Gli altri ne riceveranno allora il tuo sorriso, la tua solarità, il tuo sentirti profondamente amato.

E dai tuoi occhi partirà anche per loro un inatteso raggio di sole. Unico e irripetibile.

Direttamente da Lui, attraverso di te, solo per la persona che ti sta davanti in quel momento.

Il tempo di Avvento ci fa gustare e ci prepara a queste venute inattese nella nostra vita.

Ciao!

Il filo d'oro

sabato 17 novembre 2007 alle 22:16


Un filo d'oro.

C'è come un filo d'oro tessuto attraverso gli avvenimenti della nostra vita.

Ma noi vediamo e sentiamo a volte solo problemi, angoscia. La nostra vita sembra sconvolta da ondate successive di imprevisti, cose andate storte. A volte felici perchè qualcosa va bene, altre depressi perchè qualcos'altro è sopravvenuto e ci ha disilluso.

Una successione di eventi di cui non riusciamo a cogliere il nesso, la direzione.
Tutto sembra andare a caso, e ci adattiamo... cominciamo a vivere alla giornata: questo mi piace, lo faccio, quest'altro non mi piace lo evito.

Anche per le persone che amiamo succede così. A volte stentiamo a capire la strada verso cui una vita si incammina.

Ma c'è un filo d'oro. Un filo prezioso Dio sta tessendo nella nostra vita con infinita pazienza, amore, misericordia... speranza.

Un filo che dà senso a tutta la nostra storia, le nostre scelte, giuste o sbagliate che siano.
"Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" dice l'Apostolo Paolo (cfr. Rm 8,28).

Per grazia, per dono, se perseveriamo nella nostra ricerca di Dio, nell'ascolto della sua Parola ci è dato a volte di scorgerlo. Anzi di vederlo, e anche molto bene.

Un filo d'oro che riluce bellezza, delicatemente tessuto attraverso trame di incertezza, paure, sbagli, monotonia, prove e anche peccati.

Un filo d'oro che riaccende energie dimenticate, e fa esultare la speranza.

E allora cominciamo a capire. Capire che la nostra vita, la vita di chi amiamo, fatta di pezzi che sembravano ormai frantumanti e indecifrabili, stanno assumendo decisamente e stupendamente un senso che nemmeno osavamo immaginare.

Bellissimo.

E allora ricomincamo a sorridere. Diventiamo gelosi. Ma gelosi di questa bellezza che Dio sta tessendo in noi e negli altri. Vogliamo collaborare al meglio. Favorire e non danneggiare questo capolavoro in corso d'opera. E' la nostra stessa vita. La vita di chi chi ci sta vicino.

Abbiamo bisgno di pregare di più. Di più silenzio. Di più profondità. Di più ascolto.



Cantate inni al Signore con l'arpa,
con l'arpa e con suono melodioso;
con la tromba e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

Frema il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne.

Esultino davanti al Signore che viene,
che viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine (cfr. Sal 97).

Le lacrime del profeta, l'esperienza dell'esilio

sabato 10 novembre 2007 alle 16:58


Oggi vorrei condividere questa profonda riflessione di Pietro Bovati sul senso delle lacrime e del dolore del profeta Geremia di fronte all'indurimento del cuore del suo popolo, amato immensamente da Dio e lui stesso...


Il peccato di Giuda è totale: non solo perché nessuno ne è esente, ma soprattutto perché esso non è percepito come peccato. Il cuore indurito non capisce di volere il male; non capisce perché venga minacciata una sanzione, e deride tale prospettiva; non capisce infine quando la collera divina col­pisce con la punizione (2,19; 44,15-19).

Quando il male si rivela così profondamente, quando l'insipienza dell'uomo raggiunge il suo culmine, la parola del profeta si muta in pianto:


«Chi farà del mio capo una

fonte d'acqua, dei miei

occhi una sorgente

di lacrime, perchè pianga

giorno e notte

gli uccisi della figlia

del mio popolo?» (8,23).


«Se voi non ascolterete,

io piangerò in segreto

dinanzi alla vostra superbia;

il mio occhio si scioglierà in lacrime,

perché sarà deportato il gregge del Signore» (13,17).

«I miei occhi grondano lacrime

notte e giorno, senza cessare» (14,17).


Queste lacrime sono in primo luogo segno di compas­sione per il popolo che il profeta ama perché è il «suo» popolo. Come il pianto di Gesù su Gerusalemme (Lc 19,41), il pianto di Geremia non è solo lo sfogo per un'amara delu­sione, ma è piuttosto un'ultima muta parola che invita il pec­catore a convertirsi, e che intercede presso Dio.

Le lacrime sono inoltre un gesto profetico che anticipa ciò che faranno gli abitanti di Gerusalemme, una volta deportati in terra straniera o condannati alla miseria nel loro paese devastato. Basti pensare alle Lamentazioni:


«Ah, come sta solitaria

la città un tempo ricca di popolo...

Essa piange amaramente nella notte,

le sue lacrime scendono sulle guance» (Lam 1,1-2).


Ad alcuni cattivi interpreti della storia biblica questa situazione può sembrare la fine. A causa del peccato radi­cale di Israele, si dice, viene inflitta una punizione radicale; non si capisce che si tratta invece del principio. Il compiersi della parola di Dio, con il suo destino di sofferenza per il peccatore, non è il segno del fallimento dì Dio nella storia; al contrario, il tempo delle lacrime è il tempo della fecon­dità.

Dicevamo che il cuore di Israele si era chiuso nell'osti­nazione del peccato; nessuna intelligenza, nessuna verità sembrava più possibile. Ora Dìo, nel suo misterioso dise­gno di sapienza, porta l'uomo nell'abisso della sofferenza e della umiliazione, così che il suo cuore venga spezzato; nel­l'insopportabile esperienza del dolore, nelle lacrime dell'e­silio, il peccatore rientra in se stesso, e si apre al riconosci­mento del suo peccato e all'ascolto della parola di Dio (Dt 30,1-2).


Geremia visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 e oltre il 587 a.C., nell’epoca convulsa che vide consumarsi la tragedia della città santa, del tempio e delle istituzioni che reggevano il popolo di Dio Perseguitato, incarcerato e percosso come traditore e disfattista a motivo del suo messaggio che non incontrava i progetti dei governanti, egli resta fedele alla sua missione: denuciare il peccato del suo popolo, proclamare la minaccia dell'esilio ma anche la speranza di una nuova Alleanza e una nuova relazione con Dio, fatta di amore e fedeltà incisa nel profondo del cuore e non solo su talvole di pietra.


Ancora su Zaccheo...

lunedì 5 novembre 2007 alle 21:50

Ancora a proposito di Zaccheo, riporto una bella testimonianza di Alessandro Pronzato:


Una domenica a Porto Azzurro, non precisamente a contempla­re il mare stupendo che accerchia l'isola d'Elba. Ero all'ergastolo, inguainato nei paramenti sacri, addossato a un altarino traballante, là dove si incrociano i vari bracci del carcere tetro.

Seicento uomini condannati a vita che ti fissano, tra il curioso e il diffidente. Loro si presentano così: «ci hanno fermato l'orolo­gio». Che tradotto suona: «ci hanno ucciso la speranza».

E’ arrivato il momento del Vangelo. Un'esperienza agghiaccian­te, che ricordo ancora come un incubo.

Mi sono ritrovato con un microfono sfrigolante davanti alla bocca. E le parole che stavano giù, a raspare in gola, e non si deci­devano proprio a venir fuori.

Cinque minuti di silenzio allucinante.

Loro mi scrutavano, stavano sul chi vive, quasi mi sfidavano. Certo mi prendevano le misure.

E io mi domandavo, angosciato, che cosa potevo dire, e se aves­si diritto di parlare.

Avrei voluto vederli quelli che, sulle riviste specializzate, teo­rizzano sull'attualizzazione del messaggio tenendo conto della situa­zione concreta degli ascoltatori. Avrei voluto vederli senza la penna in mano, e con quel microfono e soprattutto quelle facce davanti...

Sono stato salvato non dalle loro teorie, ma da Zaccheo. E’ stato lui a tirarmi fuori da quella situazione imbarazzante.

L'ho canonizzato immediatamente. Sì, per me è diventato san Zaccheo, protettore dei predicatori che, almeno qualche volta, pro­vano vergogna a parlare. Può bastare un miracolo. L'ha compiuto, per me, all'interno di un ergastolo. Tengo le prove.

Non so perché, ma l'immagine di quell'omino che si lasciava scivolare giù dal sicomoro, frutto maturato alla luce improvvisa di uno sguardo, mentre la gente si scansava per non essere colpita da quel proiettile umano, mi si è imposta perentoriamente, quasi con forza.

Zaccheo me ne aveva messo in bocca una diversa.

Mi fidavo di Zaccheo, del suo intervento provvidenziale.

Ho spiegato che la fede di Zaccheo è nata « dopo ».

Precedente c'è stata la fede del Cristo.

Il Cristo ha creduto in lui, quando gli altri ormai l'avevano giu­dicato e liquidato definitivamente come un poco di buono, uno da cui stare alla larga.

Ho parlato per tre quarti d'ora ‑ me l'hanno detto gli altri ‑senza mai perdere di vista la sagoma di Zaccheo.

E ho concluso: « Gli uomini vi hanno giudicato e condannato. Si sono liberati di voi. Molti dei vostri familiari (e sapevo a che cosa mi riferivo) non credono più in voi. Li avete delusi. Voi stessi avete smarrito chissà dove la fiducia, non credete più in voi stessi. Ebbene, ricordatevi ‑ e qui ho cominciato ad adoperare il «noi» ‑che qualunque cosa abbiamo fatto, per quanto grande e opprimente sia il peso delle nostre miserie, per quanto buio sia il nostro pas­sato, per quanto fallimentare sia stata la nostra vita finora, c'è Qualcuno che, nonostante tutto, continua ostinatamente a credere in noi e ad aspettarsi qualcosa di diverso da noi...

• Aver fede significa credere in Uno che crede in noi.

• Dobbiamo precipitarci, come Zaccheo, giù dall'albero delle rassegnazioni, dei rimorsi e delle paure, rispondere a una voce che ci chiama per nome, per rinfacciarci non le nostre malefatte ma le nostre possibilità ancora intatte ».

Alla fine, uno di loro, con la poesia nel sangue, ha sintetizzato la mia predica con un grido:

«Qualunque cosa Ti abbiamo fatto,
sia giorno anche per noi, o Signore!»

Uno sguardo... ed è subito primavera

domenica 4 novembre 2007 alle 09:51


In quel tempo, Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E' andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,1-10).

Zaccheo. Un odioso esattore delle tasse.
Un uomo invasivo. Meglio non averci
nulla a che fare.
Un uomo irrecuperabile, già giudicato e condannato da tutti. Senza speranza.
E' il suo carattere, noi diciamo. E' fatto così... da lui non si può aspettare niente di diverso da quello che già sappiamo...

Il suo limiti, la sua bassa statura non gli facevano forse vedere altri che se stesso.
Ma il vero Zaccheo che nessuno conosce è lì, in attesa di uno sguardo di speranza che ancora non viene... e sembra non dover mai arrivare.

Gesù quel giorno passava da quelle parti. E un sussulto nel cuore aveva fatto uscire per un'attimo il vero Zaccheo allo scoperto, fuori da quella coltre opprimente cadutagli addosso per i suoi stessi sbagli e resa inamovibile da chi non era stato capace di dargli una mano a venirne fuori, ma l'aveva isolato come "elemento pericoloso" per sè e per gli altri.

C'è chi ancora credeva in lui. Gesù.
"Oggi devo fermarmi a casa tua, presto!".
Incredibile! Quanto vuota era rimasta la casa di Zaccheo, e per quanto tempo!
Sì aveva ricchezze di ogni tipo accumulate dentro, ma non avevano più il sapore di quella fresca brezza mattutina che sentiva da bambino sul volto, amato e sorridente per lo sguardo di chi lo amava.

Un sguardo capace di dare speranza, di rinnovare il cuore, di andare oltre la crosta dell'apparenza e della condanna.
Da quel giorno Zaccheo non fu più lo stesso e non sarebbe più stato inverno dentro il suo cuore e nei suoi occhi.


Lutto e speranza

venerdì 2 novembre 2007 alle 14:16

Separazione, morte, dolore dell’assenza.

Ricordare i nostri cari passati da questo mondo al Padre riapre forse antiche o recenti ferite.

Ed è ancora la ferita sempre sanguinante dell’assenza, della mancanza.

È’ un dolore che rende evidente che siamo creati per la comunione, per l’amore.

Vivere il lutto è non oltrepassare la soglia della disperazione, ma attendere in silenzio il compimento della Speranza.

Quando ogni lacrima sarà asciugata da ogni volto

E in Lui la pienezza di ogni attesa con ogni lancinante solitudine

sarà finalmente colmata dal calore dell’abbraccio eterno

Foto: il marito di Giovanna Reggiani il giorno del funerale. Lo abbiamo ricordato nella nostra preghiera comunitaria e chiediamo ancora per lui al Signore il suo Spirito di consolazione per questo momento dolorosissimo.


 













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