
(E. Fiore, Gli occhi dell’universo, Clean, Napoli 2005, p. 25)
Passo dopo passo dietro a Gesù in ascolto della Parola

(E. Fiore, Gli occhi dell’universo, Clean, Napoli 2005, p. 25)
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Appena l'annunzio della liberazione risuona, per il popolo schiavo avviene come una risurrezione. Il deserto e la terra arida, simbolo della miseria e del dolore, rifioriscono e si punteggiano di narcisi. I corpi degli esuli, deboli, mutilati, doloranti sono percorsi quasi da una nuova giovinezza; la storia dell'uomo acquista un sapore nuovo, è percorsa dalla libertà e dalla speranza.
Certo, il deserto resta arido; i ciechi, i sordi, gli zoppi e i muti di Israele non sono fisicamente guariti ma il filo verde della speranza trasforma desolazione e sofferenza e fa rinascere la gioia di vivere. Il profeta sintetizza questa risurrezione nella frase finale del brano odierno: «Gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
La vita - come scriveva S. Agostino - senza la speranza è come la superficie di un lago in un giorno nuvoloso, superficie metallica e grigia. La vita con la speranza resta materialmente sempre la stessa ma è trasfigurata: la superficie del lago è la stessa ma diventa uno specchio di colori se brilla nel cielo il sole.
La trasformazione del corpo, cioè dell'essere intero umano, è posta al centro anche della risposta autobiografica che il Cristo offre ai discepoli del Battista. Col suo ingresso nel mondo certamente molti malati sono stati guariti dai suoi miracoli ma soprattutto molti ciechi nello spirito, molti storpi nell'inerzia, molti lebbrosi nell'isolamento, molti sordi chiusi in se stessi, molti morti alla speranza sono stati liberati e salvati.
Ed è proprio con questo popolo di sofferenti, di poveri e di piccoli, spesso emarginati dalla società civile e religiosa ufficiale, che Cristo costituisce la sua nuova comunità a cui annunzia «la buona novella» del Regno e dell'amore di Dio.
La Chiesa è, quindi, affollata da questi ultimi che sono i primi agli occhi di Dio e ad essi deve dedicare tutto il suo impegno e la sua fraternità. Proprio come il Cristo che per portarli a sé è sceso fino alla loro miseria: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso facendosi obbediente sino alla morte di croce» (Fil 2, 7-8).
Il grande teologo e credente D. Bonhoeffer dalla sua agonia nel lager nazista il 16-7-1944 scriveva: «Dio si è fatto debole e impotente nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta. Cristo non ci aiuta tanto in virtù della sua onnipotenza quanto piuttosto in virtù della sua sofferenza».
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Il peccato di Giuda è totale: non solo perché nessuno ne è esente, ma soprattutto perché esso non è percepito come peccato. Il cuore indurito non capisce di volere il male; non capisce perché venga minacciata una sanzione, e deride tale prospettiva; non capisce infine quando la collera divina colpisce con la punizione (2,19; 44,15-19).
Quando il male si rivela così profondamente, quando l'insipienza dell'uomo raggiunge il suo culmine, la parola del profeta si muta in pianto:
«Chi farà del mio capo una
fonte d'acqua, dei miei
occhi una sorgente
di lacrime, perchè pianga
giorno e notte
gli uccisi della figlia
del mio popolo?» (8,23).
«Se voi non ascolterete,
io piangerò in segreto
dinanzi alla vostra superbia;
il mio occhio si scioglierà in lacrime,
perché sarà deportato il gregge del Signore» (13,17).
«I miei occhi grondano lacrime
notte e giorno, senza cessare» (14,17).
Queste lacrime sono in primo luogo segno di compassione per il popolo che il profeta ama perché è il «suo» popolo. Come il pianto di Gesù su Gerusalemme (Lc 19,41), il pianto di Geremia non è solo lo sfogo per un'amara delusione, ma è piuttosto un'ultima muta parola che invita il peccatore a convertirsi, e che intercede presso Dio.
Le lacrime sono inoltre un gesto profetico che anticipa ciò che faranno gli abitanti di Gerusalemme, una volta deportati in terra straniera o condannati alla miseria nel loro paese devastato. Basti pensare alle Lamentazioni:
«Ah, come sta solitaria
la città un tempo ricca di popolo...
Essa piange amaramente nella notte,
le sue lacrime scendono sulle guance» (Lam 1,1-2).
Ad alcuni cattivi interpreti della storia biblica questa situazione può sembrare la fine. A causa del peccato radicale di Israele, si dice, viene inflitta una punizione radicale; non si capisce che si tratta invece del principio. Il compiersi della parola di Dio, con il suo destino di sofferenza per il peccatore, non è il segno del fallimento dì Dio nella storia; al contrario, il tempo delle lacrime è il tempo della fecondità.
Dicevamo che il cuore di Israele si era chiuso nell'ostinazione del peccato; nessuna intelligenza, nessuna verità sembrava più possibile. Ora Dìo, nel suo misterioso disegno di sapienza, porta l'uomo nell'abisso della sofferenza e della umiliazione, così che il suo cuore venga spezzato; nell'insopportabile esperienza del dolore, nelle lacrime dell'esilio, il peccatore rientra in se stesso, e si apre al riconoscimento del suo peccato e all'ascolto della parola di Dio (Dt 30,1-2).
Geremia visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 e oltre il 587 a.C., nell’epoca convulsa che vide consumarsi la tragedia della città santa, del tempio e delle istituzioni che reggevano il popolo di Dio Perseguitato, incarcerato e percosso come traditore e disfattista a motivo del suo messaggio che non incontrava i progetti dei governanti, egli resta fedele alla sua missione: denuciare il peccato del suo popolo, proclamare la minaccia dell'esilio ma anche la speranza di una nuova Alleanza e una nuova relazione con Dio, fatta di amore e fedeltà incisa nel profondo del cuore e non solo su talvole di pietra.
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Ancora a proposito di Zaccheo, riporto una bella testimonianza di Alessandro Pronzato:
Una domenica a Porto Azzurro, non precisamente a contemplare il mare stupendo che accerchia l'isola d'Elba. Ero all'ergastolo, inguainato nei paramenti sacri, addossato a un altarino traballante, là dove si incrociano i vari bracci del carcere tetro.
Seicento uomini condannati a vita che ti fissano, tra il curioso e il diffidente. Loro si presentano così: «ci hanno fermato l'orologio». Che tradotto suona: «ci hanno ucciso la speranza».
E’ arrivato il momento del Vangelo. Un'esperienza agghiacciante, che ricordo ancora come un incubo.
Mi sono ritrovato con un microfono sfrigolante davanti alla bocca. E le parole che stavano giù, a raspare in gola, e non si decidevano proprio a venir fuori.
Cinque minuti di silenzio allucinante.
Loro mi scrutavano, stavano sul chi vive, quasi mi sfidavano. Certo mi prendevano le misure.
E io mi domandavo, angosciato, che cosa potevo dire, e se avessi diritto di parlare.
Avrei voluto vederli quelli che, sulle riviste specializzate, teorizzano sull'attualizzazione del messaggio tenendo conto della situazione concreta degli ascoltatori. Avrei voluto vederli senza la penna in mano, e con quel microfono e soprattutto quelle facce davanti...
Sono stato salvato non dalle loro teorie, ma da Zaccheo. E’ stato lui a tirarmi fuori da quella situazione imbarazzante.
L'ho canonizzato immediatamente. Sì, per me è diventato san Zaccheo, protettore dei predicatori che, almeno qualche volta, provano vergogna a parlare. Può bastare un miracolo. L'ha compiuto, per me, all'interno di un ergastolo. Tengo le prove.
Non so perché, ma l'immagine di quell'omino che si lasciava scivolare giù dal sicomoro, frutto maturato alla luce improvvisa di uno sguardo, mentre la gente si scansava per non essere colpita da quel proiettile umano, mi si è imposta perentoriamente, quasi con forza.
Zaccheo me ne aveva messo in bocca una diversa.
Mi fidavo di Zaccheo, del suo intervento provvidenziale.
Ho spiegato che la fede di Zaccheo è nata « dopo ».
Precedente c'è stata la fede del Cristo.
Il Cristo ha creduto in lui, quando gli altri ormai l'avevano giudicato e liquidato definitivamente come un poco di buono, uno da cui stare alla larga.
Ho parlato per tre quarti d'ora ‑ me l'hanno detto gli altri ‑senza mai perdere di vista la sagoma di Zaccheo.
E ho concluso: « Gli uomini vi hanno giudicato e condannato. Si sono liberati di voi. Molti dei vostri familiari (e sapevo a che cosa mi riferivo) non credono più in voi. Li avete delusi. Voi stessi avete smarrito chissà dove la fiducia, non credete più in voi stessi. Ebbene, ricordatevi ‑ e qui ho cominciato ad adoperare il «noi» ‑che qualunque cosa abbiamo fatto, per quanto grande e opprimente sia il peso delle nostre miserie, per quanto buio sia il nostro passato, per quanto fallimentare sia stata la nostra vita finora, c'è Qualcuno che, nonostante tutto, continua ostinatamente a credere in noi e ad aspettarsi qualcosa di diverso da noi...
• Aver fede significa credere in Uno che crede in noi.
• Dobbiamo precipitarci, come Zaccheo, giù dall'albero delle rassegnazioni, dei rimorsi e delle paure, rispondere a una voce che ci chiama per nome, per rinfacciarci non le nostre malefatte ma le nostre possibilità ancora intatte ».
Alla fine, uno di loro, con la poesia nel sangue, ha sintetizzato la mia predica con un grido:
«Qualunque cosa Ti abbiamo fatto,
sia giorno anche per noi, o Signore!»
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Separazione, morte, dolore dell’assenza.
Ricordare i nostri cari passati da questo mondo al Padre riapre forse antiche o recenti ferite.
Ed è ancora la ferita sempre sanguinante dell’assenza, della mancanza.
È’ un dolore che rende evidente che siamo creati per la comunione, per l’amore.
Vivere il lutto è non oltrepassare la soglia della disperazione, ma attendere in silenzio il compimento della Speranza.
Quando ogni lacrima sarà asciugata da ogni volto
E in Lui la pienezza di ogni attesa con ogni lancinante solitudine
sarà finalmente colmata dal calore dell’abbraccio eterno
Foto: il marito di Giovanna Reggiani il giorno del funerale. Lo abbiamo ricordato nella nostra preghiera comunitaria e chiediamo ancora per lui al Signore il suo Spirito di consolazione per questo momento dolorosissimo.
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