Visualizzazione post con etichetta Missione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Missione. Mostra tutti i post

Un viaggio in Turchia sulle orme dell'apostolo Paolo

domenica 7 settembre 2008 alle 16:37
Un saluto a tutti! Amici e passanti, compagni di viaggio o semplici cuoriosi!

Sono appena tornato da un bel viaggio comunitario in Turchia sulle orme dell'apostolo Paolo!



Un'esperienza davvero bella! Proverò a raccontarvi qualcosa, se non altro con le immagini... e in ordine sparso... visto che tempo ne ho sempre di meno...




Qui nella foto sono all'imboccatura del tunnel di Tito, presso l'antico porto di Antiochia sull'Oronte (che è a 12 chilometri dal mare), ossia Seleucia Pieria. E' un opera mastodontica, capolavoro dei genieri romani e frutto però del sangue e del sudore di innumerevoli schiavi ebrei provenienti dalla Gerusalemme assediata e distrutta da Tito nel 70 d.C.

Tito lo volle costruire per deviare e incanalare un braccio del fiume di Antiochia (l'Oronte appunto) che rischiava di insabbiare il porto. E' lungo più di un chilomentro, scavato nella viva roccia. E' impressionante avventurarsi dentro... e sentire la fatica, lo sgomento e la sofferenza di tutti gli schiavi ebrei che hanno lavorato nelle viscere della terra... e chissà quanti sono morti!


Tutto questo richiama Gerusalemme, la sua fine annunciata da Gesù... il rifiuto di accogliere il Figlio di Dio, l'accecamento... richiama il punto in cui tutto è cominciato. Adesso il fiume non vi scorre più dentro a causa di alcuni terremoti che hanno dissestato la morfologia della zona.


Ma perchè vi parlo di questo tunnel e soprattutto del porto di Antiochia? Perchè da qui Paolo è partito per il suo primo viaggio missionario, diretto a Cipro e poi in Asia (Turchia).





Nonostante l'insabbiamento del porto e 2000 anni di storia abbiamo trovato un punto in cui si vedono benissimo le rovine di un antico molo che si prolungano e si anabissano nel mare. E poi l'orizzonte, il mare, l'ignoto che ti sta davanti... e le parole del Signore che risuonavano nel cuore di Paolo nell'imminenza dell'imbarco: "va'.. perchè ti manderò lontano, tra i pagani" (cf. At 22,21)




E' stupendo contemplare questo orizzonte... e il cuore si riempi di gratitudine per Paolo e tutti gli apostoli del Signore che hanno avuto il coraggio di giocarsi la vita e varcare spazi immensi...per portarci la Parola... affinché anche noi (paganacci..) potessimo contemplare il bel volto del Signore Gesù..

E già... perchè al di là di questo orizzonte che vede nella foto.. ci siamo proprio noi! Ciascuno di noi!



E' tempo anche per noi di alzarci dalle nostre abitudini e di rimetterci in cammino, con Cristo Signore, poveri di sicurezze, consegnati totalmente a Lui per sperimentare la sublimità del suo amore, che non delude nessuno.



P.S. Un saluto particolare a Daniela, cui ho potuto rispondere solo oggi...

Alla scuola dei poveri

venerdì 18 luglio 2008 alle 18:18


Oggi mi piace condividere con voi queste righe che mi sono appena arrivate dal carissimo p. Lorenzo, missionario in Madagascar. Buona riflessione!
.
"Come altre volte, approfitto di una tournée di visita alle scuole delle missioni del nord per mettere giù qualche riga per la nostra rubrica. È da tempo che non lo faccio.

Il tema di questa piccola condivisione vuole essere quello di sempre: la povertà. Può sembrare ripetitivo, ma è una riflessione che non riesco mai a chiudere, un capitolo a cui non riesco mai a mettere il punto finale. Ogni giorno si arricchisce di nuove pagine. Ed in ogni periodo c’è qualche pensiero in particolare che ti assilla. Qualche nuovo spunto nato da una piccola situazione, da un semplice incontro, da una scena di vita che ti passa sotto gli occhi.

Tra le grazie più grandi della missione c’è questo continuo stimolo a riflettere e meditare, non a partire da idee, ma normalmente da una situazione umana, per lo più triste.
Questo invito alla riflessione, che il più delle volte è la conseguenza di un’impotenza pratica ad agire, ha una densità umana incredibile. Leviga pian piano il cuore, dall’esigenza di capire allo sforzo di accettare, dalla reazione alla compassione.

La compassione, può sembrare l’ultima spiaggia dell’impotenza o il nascondiglio della codarderia. La pensavo così anch’io prima. Ma poi si manifesta come la più rivoluzionaria delle risposte. Perché è vero che la compassione non cambia il dolore, non dà da mangiare, non guarisce il malato, ma la compassione cambia te, e per sempre.

È questa la più umana e feconda risposta al dolore. Questo l’ho appreso dall’incontro con i poveri, ma poi mi sono accorto che era già là, nel vangelo: di fronte alla massa di poveri affamati che lo segue la prima reazione di Gesù è la compassione: “vedendo la folla ne ebbe compassione”(Mt 14,14)! E più volte i vangeli ci tengono a sottolineare questo stato d’animo di Gesù. La compassione non dà da mangiare, è vero, ma rende autentico tutto ciò che verrà dopo. Lo carica del peso specifico della carità cristiana. Senza questa compassione qualsiasi moltiplicazione di pani resta gioco di prestigio o pura ideologia.

A ben guardare è tutto già là, nel vangelo. Ma paradossalmente sono i poveri a ricordartelo, insegnandoti come essere realmente vicino a loro.
E questo è tanto più vero per quello che facciamo noi missionari. Senza questa base di compassione, che è vicinanza reale da uomo ad uomo, da cuore a cuore, costruire la scuola o il dispensario può essere semplice coreografia o addirittura ostentazione.


Non è semplice all’inizio, perché si sbarca qui con tutta la buona volontà di “fare” e molto. Presi da questa ansia di realizzare ci si dimentica di “sentire”. Solo col tempo e nell’incontro quotidiano capisci poi che senza questo “con-patire” tutto, anche i progetti e gli sforzi più coraggiosi, rischia di essere terribilmente vuoto e senza cuore.


Questo “con-patire” è un apprendimento quotidiano con cui ogni uomo deve confrontarsi, in qualsiasi parte del mondo. Ma ci sono delle situazioni, come la povertà generalizzata dei paesi africani, che non ti invitano soltanto, ma ti costringono. Davanti al dolore innocente “quotidiano” non si hanno che due scelte: o si smette di credere in Dio o si passa ad una nuova visione di Lui, quella del Dio che com-patisce, che soffre-insieme, e che pone come risposta al male ed al dolore la vita del suo Figlio ed anche la nostra compassione. Non è semplice accettarlo. Come la nostra compassione può essere la risposta di Dio al dolore. Non so assolutamente spiegarlo, ma sento che è così".

p. Lorenzo Gasparro CSSR

Dispensatori di Vangelo... e di pane

mercoledì 14 novembre 2007 alle 21:03


L’evangelizzazione è la perenne ansia della Chiesa, perché è il testamento lasciatogli da Gesù. Anche là dove essa è impegnata in opere di promozione umana e sociale, come qui in Madagascar, l’evangelizzazione è e resta la sua priorità ed il segno della sua fedeltà al Maestro.

È difficile spiegarlo a volte. Molti apprezzano dei missionari il fatto che essi non si limitino a …fare delle prediche, ma diano un piatto di riso a chi è affamato ed una medicina a chi soffre. Per molti questo è un segno di credibilità e di autenticità. A volte capita di sentire apprezzamenti generosi anche da parti di non credenti… Ma ogni missionario (e cristiano) sente che dare Gesù ed il suo vangelo è più importante che distribuire un pezzo di pane. Questo non toglie che in Missione accanto alla chiesetta sorge subito la scuola ed il dispensario, e che a volte l’80% del tempo materiale è dedicato all’opera umanitaria, ma sempre nella certezza che Gesù è la ricchezza più grande che si possa offrire ad ogni uomo, anche ad un povero. Se offriamo quel piatto di riso è in nome di Gesù e dell’amore che lui ci ha insegnato. Se non fosse così mi sentirei solo un commediante.

Noi Redentoristi in Madagascar siamo impegnati in tante opere sociali: dalle scuole ai dispensari, dalle mense per i poveri all’aiuto ai bambini malnutriti, dalla formazione professionale all’alfabetizzazione degli adulti. Eppure la nostra priorità e ragion d’essere è l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. Senza quest’annuncio saremmo solo degli operatori sociali, e le nostre stesse opere perderebbero la loro spina dorsale.

Questa evangelizzazione si realizza nell’annuncio che fanno direttamente i missionari, ma anche nella formazione d’altri evangelizzatori. È per questo motivo che da due anni siamo impegnati in un Centro di formazione per i catechisti.

In questo centro arrivano ogni anno una decina di famiglie, provenienti per lo più da villaggi di foresta. Durante tutto l’anno essi abitano con noi e condividono la nostra vita. Sono formati per il loro ministero d’animazione delle comunità cristiane (teologia, catechesi e Bibbia), ma imparano anche dei mestieri pratici per poter elevare il loro tenore di vita e sostenersi economicamente una volta tornati nei loro villaggi.

Finito il corso queste famiglie catechiste sono inviate solennemente nei loro villaggi d’origine dove saranno responsabili dell’animazione cristiana di tutta la comunità cristiana. In molti dei villaggi di foresta il sacerdote passa in tournée a scadenze 6 mesi o un anno. Sono i laici, i catechisti appunto, a tenere vive ed attive le comunità cristiane: a presiedere alla liturgia domenicale, ai riti religiosi (funerali), a guidare la catechesi e preparare la celebrazione dei sacramenti al passaggio del sacerdote. Il loro lavoro laicale tiene in vita migliaia di piccole comunità a volte in posti irraggiungibili per i missionari. La chiesa in terra di missione si regge più che su teorie sul laicato, sul lavoro costante di questi collaboratori.

p. Lorenzo CSSR



Ruini: "Sorelle, fatevi un blog"

lunedì 29 ottobre 2007 alle 22:57

Per le suore l'ultimo invito del cardinale: «Andate a parlare su Internet»

Giacomo Galeazzi - Città del Vaticano
Santo Web. Il cardinale Camillo Ruini esorta le suore a «navigare su Internet e a scrivere sui blog». Una riabilitazione sorprendente della Rete nelle cui maglie telematiche sono rimasti intrappolati alcuni prelati «chattatori » come il capufficio della congregazione per il Clero, monsignor Tommaso Stenico e i frequentatori in talare del sito «venerabilis.tk». Il vicario di Benedetto XVI invita le religiose ad utilizzare di più gli strumenti che la tecnologia informatica mette a disposizione di tutti nel mondo della comunicazione. «Suore, navigate su Internet e scrivete sui blog», è il messaggio del cardinale Ruini all'Unione superiori maggiori (Usmi), che a Roma rappresenta 1.287 comunità e oltre 22 mila suore. La chat, quindi, come terreno di evangelizzazione del terzo millennio.

«Un sacerdote mi ha riferito che il tema "Gesù" è molto dibattuto sui blog dai ragazzi. Il loro approccio però è impostato da libri distruttivi oggi molto diffusi, e non dal testo di Benedetto XVI su "Gesù di Nazareth" - spiega il vicario papale alle religiose -. Quale sarà tra dieci anni l'idea di Cristo se queste idee dovessero avere la meglio? Io non mi intendo di Internet, ma specialmente le giovani suore dovrebbero entrare nei blog per correggere le opinioni dei ragazzi e mostrare loro il vero Gesù». Le suore, precisa il vicario del Papa, possono fare molto in questa «nuova forma di apostolato ».


L'obiettivo per il programma annuale dell'Usmi nella diocesi di Roma, d'altronde, è proclamare che «Gesù è il Signore, educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza». Quindi, la web-predicazione è pienamente in linea con il mandato delle religiose. «L'emergenza educativa è al centro delle preoccupazioni di Benedetto XVI». Nessuna barriera verso il linguaggio dei blog, anzi più delle tecniche di educazione, per il porporato, conta la testimonianza dell'educatore e il suo contenuto.

Per questo, il cardinale Ruini fa appello alla «creatività » degli educatori di fede per trovare le occasioni di diffondere il libro di Benedetto XVI «Ci sono poi le scuole cattoliche, in cui le suore possono testimoniare Cristo in tutti gli insegnamenti, nelle scienze, nella storia e perfino nella letteratura italiana, in un inscindibile connubio di fede e cultura», ribadisce il vicario papale. Ma non bastano. «La vostra creatività deve trovare strade nuove per la sfida vocazionale, che deve evolversi di pari passo con la società».
fonte: La Stampa

Quando andare a scuola costa fatica

martedì 16 ottobre 2007 alle 22:20

Approfitto di questo mio periodo di permanenza a Vohemar per metter giù qualche riga per la rubrica che ci viene gentilmente offerta su In Cammino. Qui, tra una visita e l’altra alle nostre scuole sparse nelle campagne, al dispensario che assiste i bambini a noi affidati, trovo un po’ di tempo in più. Sono sempre in ritardo con i contributi - il Direttore me lo rimprovera sempre - ma qui tutto scorre ad una velocità diversa e ci si abitua…

Ieri abbiamo visitato il villaggio d’Anjavibe, a 60 Km di pista da Vohemar. La strada è brutta, ma non impossibile visto che non piove da vari giorni. La stagione delle piogge e dei cicloni (quest’anno due particolarmente forti) si allontana ed alcune strade cominciano ad essere percorribili. Per la stagione secca occorre comunque aspettare Maggio.

Arriviamo sul posto dopo tre ore e più di jeep. Ci aspettano il catechista del villaggio ed alcuni cristiani. Il motivo del viaggio è un progetto di costruzione di una nuova scuola elementare.

Fin’ora i bambini dei villaggi nei dintorni devono recarsi per lo studio primario a Vohemar o Milanoa, due centri più grandi, ma distanti dai 50 ai 100 km. Non potendo ritornare a casa, i bambini vivono in piccoli gruppi di 5-6, in capanne ad affitto, tutti dai 7 ai 12 anni. Sono loro stessi a dover provvedere a tutto, cucinare, lavare i panni, disbrigarsi nelle varie faccende. Certo vi riescono bene, perché ogni bambina malgascia a 8 anni sa fare tutti i servizi di casa, spesso è lei ad occuparsi totalmente di un fratellino più piccolo se la mamma deve accudirne altri; ma vivere lontani dalla famiglia in tenera età, lasciati a se stessi, si rivela spesso dannoso e pericoloso. Qualche settimana fa una bambina di queste, di solo 8 anni, è morta di malaria per mancanza di medicine. Gli altri bambini che vivevano con lei non sapevano cosa fare. I genitori erano a 50 km. Le hanno saputo preparare solo qualche bevanda calda, ma occorrevano delle medicine. Ed è morta dopo tre giorni di febbre altissima.

Morire a otto anni per un farmaco: è una storia triste ma ricorrente qui. Che fa comunque pensare. A me personalmente pone degli interrogativi. Quanti farmaci si sprecano nei paesi ricchi! Dio potrà forse giudicare allo stesso modo questa bambina e noi che moriamo ingozzati di medicine inutili e di spreco? Ma tutti questi giudizi li lasciamo a lui.

Dicevo che andiamo lì per vedere il posto dove sorgerà la scuola. Alcuni cristiani ci hanno offerto un pezzo di terreno. Altri benefattori dall’Italia ci aiuteranno sicuramente per la costruzione della scuola. E così tanti bambini potranno studiare nel loro villaggio o almeno vicino, potranno essere più seguiti dai loro genitori, recarsi più frequentemente a casa. Potranno in fondo avere quello che gli spetta. Da noi si chiama diritto all’educazione. Non chiedono molto ma solo di studiare.

Tornando giù da Anjavibè gruppi di bambini affollano la pista. A gruppi, con qualche piccolo bagaglio ed un po’ di riso in delle saccocce, ritornano al luogo di studio dopo le vacanze pasquali. Vi faranno ritorno solo per le vacanze estive. Scherzano e ridono per strada, con la loro gioia, quella dei bambini. Non vanno al parco giochi o al cinema, ma solo a studiare a 60 Km, da soli, a piedi, come piccoli uomini e donne. Loro non sanno che avrebbero diritto ad altro. E lasciamoli così. Ma noi?

p. Lorenzo Gasparro, cssr

Lorenzo dal Madagascar...

domenica 7 ottobre 2007 alle 14:28
Ciao Salvatore,
grazie per il messaggio,
ritorniamo appena da un lungo viaggio al sud (1500 km) per visitare una diocesi molto povera. Il vescovo vorrebbe che mettessimo una nostra comunità in una zona grandissima di foresta senza sacerdoti. Abbiamo visitato qualche villaggio per renderci conto. C'è tanta povertà ed abbandono.
Ho cercato di lasciare un commento ma non so se ci sono riuscito: te lo invio e casomai lo metti tu stesso.
Un caro abbraccio a te e coraggio nel servizio alla Parola
p. Lorenzo




Ciao P. Salvatore,

sono p. Lorenzo e, sebbene con fatica, sono riuscito ad aprire il tuo blog. Grazie di aver pubblicato le mie righe. Grazie a Lorenzo per il commento, che però non merito. La Missione è un dono particolare di Dio di cui ogni giorno lo ringrazio. Mi sento fortunato di poter portare il Vangelo ai poveri. C'è tutto un tesoro di umanità nascosto tra gli ultimi, che non si immagina. Mi chiedo sempre se i veri poveri non siamo noi che ci crediamo ricchi...
Un caro saluto a tutti gli amici del Blog ed al caro fratello p. Salva.

P. Lorenzo dal Madagascar

La Chiesa che nasce è una capanna di paglia…

mercoledì 26 settembre 2007 alle 22:41

Ho sentito in questi giorni Lorenzo, in missione da diversi anni ormai in Madagascar, e gli ho chiesto un po' del suo tempo (e ne ha veramente pochissimo) per poter condividere sul blog qualcosa della sua esperienza... e lo ringrazio veramente tanto per questo!


La Chiesa che nasce è una capanna di paglia…

Molto spesso mi capita di sentire la domanda: “Ma qual è il lavoro di voi missionari?”.

In missione è difficile definire quale sia il lavoro del prete. Nel senso che si fa di tutto e di più. La condizione particolare dei paesi poveri spinge la chiesa ed i missionari a caricarsi di tante attività diverse. Allora trovi il prete che costruisce scuole e dispensari, quello che gestisce ospedali e centri professionali, quello che fa il parroco ma di territori a volte sconfinati; trovi ancora quello che dirige grandi aziende agricole, quello sperduto in una foresta, tagliato fuori da ogni contatto col mondo globalizzato. Insomma, è difficile dirlo in una frase. Perché il missionario fa semplicemente… il missionario. In tutte queste situazioni differenti ma con un unico obiettivo: annuncio della Buona Novella, portare Gesù e la dignità dei figli di Dio.

Tra le attività privilegiate e più affascinanti della Missione dei Redentoristi in Madagascar c’è la prima evangelizzazione, l’annuncio cioè del Vangelo in zone dove non è stato ancora ascoltato. Vi si dedicano a tempo pieno alcuni dei nostri confratelli. Lì si rasenta veramente l’eroismo, non lontano da quello dell’immaginario classico. Scene come attraversare un fiume con l’acqua fino alla gola, dormire sotto un fragile tetto di paglia, lunghe scarpinate nella foresta fitta… non sono descrizioni fantasiose, ma situazioni reali e frequenti. Ogni missionario ha un lungo repertorio d’avventure vissute da raccontare…

Il Redentorista che si dedica a queste tournées è responsabile dell’evangelizzazione di zone vastissime. Nella nostra missione di Vohemar, ad esempio, il territorio a noi affidato si estende quasi come una regione d’Italia. Il missionario parte, zaino alla spalla, con un gruppo di giovani, catechisti ed altri cristiani per un giro che durerà una ventina di giorni. Nella tournée si passa evangelizzando da un villaggio all’altro, fermandosi per riunire i cristiani e celebrare i sacramenti. Sono giornate intere di marcia a piedi, perché gran parte dei villaggi non è collegata da strade (un piccolo villaggio come Befotaka si raggiunge dopo vari giorni di marcia a piedi, attraverso 140 Km di piccoli sentieri). Riscendendo si visitano ancora altre comunità, a volte si dorme in villaggi dove non c’è nemmeno un cristiano, ma nessuna famiglia nega un posto nella capanna insieme con loro.

In alcuni villaggi c’è una sola famiglia di cristiani, a partire da questa, con i successivi passaggi del missionario e le catechesi, comincia a crescere la chiesa-comunità. Dapprima si prega in una semplice casa, ma quando il numero dei cristiani cresce si erige la prima chiesa. È un fatto frequente qui, ogni anno abbiamo la fortuna di vedere la nascita di qualche nuova chiesa. La costruzione non impressiona, è solo una baracca traballante in paglia, frutto del lavoro dei cristiani, una capanna tra le altre capanne del villaggio. Eppure per noi e per i nostri cristiani essa ha tutta la maestà d’una cattedrale. Essere testimone della nascita di nuova chiesetta è sempre una grande emozione per me, come assistere ad un grande appuntamento con la storia. Non quella dei grandi, ma quella di Dio. Un’iniezione di fiducia immensa. Chiese millenarie, imponenti e decorate d’oro, che si svuotano e si chiudono in Europa. Piccole chiese di paglia e fango che nascono qui. È la logica di Dio. È il soffio dello Spirito, che fa nuove tutte le cose. È il Regno che avanza, con la semplicità e l’umiltà del lievito nella massa.

E per noi Redentoristi, credeteci, è un onore esserci e prendevi parte.

Arrivederci.


p. Lorenzo

Don Andrea Santoro... per non dimenticare

mercoledì 17 gennaio 2007 alle 23:01
Pochi giorni prima di essere barbaramente ucciso, don Andrea Santoro aveva inviato una toccante lettera a Benedetto XVI. È stato lo stesso Santo Padre a rivelarlo nel corso di un'udienza generale.
"È uno specchio della sua anima sacerdotale - ha detto - , del suo amore per Cristo e per gli uomini, del suo impegno per i piccoli".

A quasi un anno dalla sua morte mi viene da pensare quante notizie, immagini o vicende mi sono passate sotto gli occhi... quante!
Ma il senso che può riempiere lo scorrere dei giorni è deposto nell'esistenza nascosta di persone come don Andrea, legate indissolubilmente a Cristo Signore, nella vita e nella morte.. e nella Gloria.

Riporto qui di seguito il testo integrale della lettera.

Roma, 31 gennaio 2006

Santità,
le scrivo a nome di alcune signore georgiane della mia parrocchia "Sancta Maria" a Trabzon (Trebisonda) sul Mar Nero in Turchia. Me l'hanno dettata in turco, la traduco come è uscita dalla loro bocca così gliela faccio avere in occasione della mia venuta a Roma. Io sono don Andrea Santoro, prete "Fidei donum" della chiesa di Roma in Turchia, nella diocesi di Anatolia, qui residente da 5 anni. Il mio gregge è formato da 8/9 cattolici, i tanti ortodossi della città e i musulmani che formano il 99 per cento della popolazione. Sarebbe lei Santità, sia il vescovo della mia diocesi di partenza (Roma) sia il vescovo della mia diocesi di arrivo dal momento che si tratta di un "Vicariato apostolico". È a questo doppio titolo che le recapito la lettera delle tre georgiane.

«Caro Papa, a nome di tutti i georgiani la salutiamo. Da Dio chiediamo per te salute nel nome di Gesù. Siamo molto contenti che Dio ti ha scelto come Papa. Prega per noi, per i poveri, per i miseri di tutto il mondo, per i bambini. Crediamo che le tue preghiere arrivano dirette a Dio. I Georgiani sono molto poveri, hanno debiti, senza casa, senza lavoro. Siamo senza forze. Viviamo in questo momento a Trabzon e lavoriamo. Tu prega che Dio ci benedica e crei in noi un cuore nuovo e pulito. Noi non dimentichiamo la vita cristiana e per i turchi cerchiamo di essere un buon esempio nel nome di Dio, perché per mezzo nostro vedano e glorifichino Dio. Noi abbiamo molte cose da dire e da raccontare ma, Inshallah, se verrai a Trabzon potremo parlare faccia a faccia. La tua venuta sarà una festa felice. Da Dio chiediamo e auguriamo per te salute e pace e vita cristiana. Baciamo le tue mani. Saremo contenti che tu ci risponda e ci mandassi una foto con la tua firma. Tu come papà comune prega per don Andrea e Loredana, che Dio dia loro forza e a Trabzon per mezzo loro la chiesa cresca e si moltiplichi. Maria, Marina e Maria».

A nome degli altri cristiani georgiani ti invitiamo a Trabzon per la tua prossima venuta a Novembre in Turchia. Santità, mi unisco a queste tre donne per invitarla davvero da noi. È un piccolo gregge, come diceva Gesù, che cerca di essere sale, lievito e luce in questa terra. Una sua visita, se pur rapida, sarebbe di consolazione e incoraggiamento. Se Dio vuole... a Dio niente è impossibile. La saluto e la ringrazio di tutto. I suoi libri mi sono stati di nutrimento durante i miei studi di teologia. Mi benedica. E che Dio benedica e assista anche lei.

Don Andrea Santoro
Prete "Fidei donum" della diocesi di Roma in Turchia,
diocesi di Anatolia, città di Trabzon sul Mar Nero,
chiesa di "Sancta Maria".

 













Il deserto fiorirà! | Powered by Blogger | Posts (RSS) | Comments (RSS) | Designed by Tangalor | XML Coded By Cahayabiru.com