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Davanti ai tribunali degli uomini

domenica 22 giugno 2008 alle 11:27

Ger 20, 10ss


Io sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all'intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile.

Mt 10, 26-33

‡ In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non temete gli uomini poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.


La stragrande maggioranza di noi per fortuna, non è mai stata davanti a un tribunale, nè ha la minima voglia di andarci, per nessun motivo.
E fin qui tutto normale.

Ma poi vedo che questa innata paura del giudizio invade sempre più lo spazio del nostro vivere quotidiano. Il giudice, o il potenziale giudice, è sempre l'altro, chi mi può vedere, giudicare, pensare o dire male di me. E' il terrore puro a volte.
Certo mai dichiarato.
Ma che induce i livellamento del nostro cervello.

Oggi si pensa così? Bene, adeguiamoci immediatamente... che non succeda di apparire ed essere giudicato diverso!!!
Oggi ci si veste così? E giù veri percorsi di ascesi per raggiungere la taglia giusta, per far entrare quei jeans, per scovare i capi giusti, per mettere quelle scarpe, per scoprire quella nuova parte di pelle che finora aveva visto forse troppo poco sole... meditazioni di ore centrate sul look...
Oggi tutti fregano e rubano? E allora vedi che a quello il favore va fatto per forza... eppoi così anche lui lo deve fare a me...

L'importante è non fare nulla che possa sottopormi al giudizio (negativo) degli altri.
Siamo schiavi che pensano di essere liberi.
Ma i risultati si vedono nei nostri occhi. Tristi.

Se è vero che la fede si accresce donandola mi domando a che livelli sia la nostra, se nemmeno abbiamo il coraggio di dirci cristiani, di fare un segno della croce, di nominare Dio in pubblico, con amici e conoscenti. Certo, la carità prima di tutto. Ma è carità suprema indicare il volto di Colui che ci ama e ci manda per annunciarlo a chi non lo conosce.

Nel momento stesso in cui si prova a farlo, si va contro la "legge" che imponeva di tacere, di non parlare di cose "vecchie", di non pensare al senso della vita e quant'altro.

Persecuzione? non esageriamo. Ma basta un briciolo di disapprovazione affrontato per amore di Gesù a innescare la reazione a catena della gioia. Proviamoci! E vedremo se è vero o no!

Buona domenica nel Signore a tutti!

Antonella

venerdì 2 maggio 2008 alle 22:56

Sono Antonella e provengo da una famiglia di origine reggiana. Sono stata battezzata da piccola e ho frequentato il catechismo in chiesa cattolica. Poi non ho più frequentato la chiesa se non per futili richieste, ad esempio superare brillantemente un compito in classe. Trascorsi la mia adolescenza divertendomi con le amiche, viaggiando per il mondo, frequentando le discoteche e legandomi sentimentalmente. Ho sempre avuto tutto e non mi è mai mancato nulla. Satana era molto bravo a tenermi legata a lui. Mi sembrava di essere libera da tutto invece... ero schiava di ogni cosa perché tutto aveva un prezzo. La vanità, i viaggi, il ragazzo sembrava tutto così bello.

Un giorno, durante un intervento chirurgico (io sono infermiera professionista), una manovra tecnica fece in modo che il sangue della paziente mi schizzò in viso e negli occhi. Mi era già successo altre volte e, nonostante la seccatura, speravo che tutto sarebbe andato bene. Per il tipo di lavoro che svolgo spesso avevo assistito persone morire, di varie età, e mi chiedevo cosa ci fosse dopo la morte. Presto però tornavo alla mia vita, che continuava a correre felicemente. Nel giro di pochi giorni dall'incidente venni a sapere che quella paziente aveva una malattia incurabile, e quindi era infettiva. L'idea di passare da infermiera che assiste a paziente non mi andava proprio. Vidi così infrangersi tutto i mio futuro, la mia vita piena dei progetti di una ragazza normale, il matrimonio, i figli, il lavoro, le vacanze…


Prendeva sempre più piede l'idea di essere allontanata dalla società, dal lavoro, dal mio ragazzo. Nessuno riusciva a comprendere il mio stato, la mia angoscia e nessuno poteva aiutarmi. Anche quando ne parlavo con le amiche del cuore mi davano una pacca sulla spalla e mi dicevano: "Non ti preoccupare!". I miei timori e il mio vuoto rimanevano. In casa dovevo fingere di essere serena, ma non era sempre così semplice. Avevo paura di infettare coloro che mi erano vicini e a cui volevo bene. Provavo un senso di emarginazione.


Per legge dovetti sottopormi a una serie di controlli ematici. Cosa mi aspettava? Andare nel reparto infettivi in fila assieme a persone ammalate e contagiose, era quello il mio futuro? Lì svanivano veramente tutti i miei bei progetti di vita.


Finalmente un giorno mi rivolsi a mia sorella, che mi aveva già parlato della sua nuova fede e della sua pace nel cuore.


Le chiesi di pregare per me, per questo mio problema di salute. Sapevo che lei aveva un Amico potente. Lei ne fu molto contenta e iniziò anche a parlarmi di Gesù, al punto che le chiesi di poter leggere qualcosa sull'argomento. Devo dire che, conoscendomi, dovevo essere proprio alla ricerca di una soluzione per arrivare a tanto. Mi consigliò di leggere il Vangelo di Giovanni.

Io che bestemmiavo il nome di Dio, che non mi sottraevo a menzogne e parolacce! Eccomi ora a leggere il Vangelo!
Inizialmente mi chiedevo perché proprio a me una simile punizione, io che non mi drogavo, non avevo fatto nulla di male! Solo leggendo il Vangelo iniziai a capire quanto la mia vita fosse distante dal Signore. Ero schiava della vanità e dell'orgoglio. Iniziavo a comprendere dal messaggio che leggevo, che non occorreva essere un omicida per meritarsi la punizione divina. Io ero già condannata.
Ai miei interrogativi sul dopo la morte trovai la soluzione al versetto 16 del capitolo 3 del vangelo di Giovanni:

"Perché Dio ha tanto amato il mondo,
che ha dato il suo unigenito Figlio,
affinché chiunque crede in lui non perisca,
ma abbia vita eterna."

Iniziai a cercare il Signore, fino a quando, nell'agosto del 1995, presi la mia decisione: donare il mio cuore al Signore e convertirmi a Lui. Da otto anni a questa parte ho avuto molte benedizioni nella mia vita. Non ho rimpianti di aver lasciato quel mondo che mi teneva schiava di tante ipocrisie e mode. Ora sono libera in Cristo. Ho molti più amici di prima, e sono veri amici, sui quali posso davvero contare. Ho conosciuto il vero amore perché Cristo è morto per me sulla croce. Ringrazio il Signore per quell'incidente che mi ha portato a conoscere Gesù. Non c'era altro modo per me di arrivare a Lui.

Probabilmente molte volte non ho udito la sua voce che mi chiamava a ravvedermi perché Satana continuava a darmi ciò che mi dava successo.

Oggi sono felicemente sposata, e sana di salute, e i miei nuovi progetti hanno basi solide, perché poggiano non su di me e sui miei sforzi, ma sul Signore stesso e sulle sue promesse.

Antonella


Fonte: Vangelo.org

I cristiani nel mondo

mercoledì 23 aprile 2008 alle 09:31

Dalla «Lettera a Diogneto» (antichissimo testo cristiano anonimo del II secolo d.C.)


I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.

Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo.


Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi.

Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.

Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l'onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.

In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.

La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male.

Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste.

L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.

"La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità"

venerdì 4 aprile 2008 alle 15:05

Il monaco buddista Palden Gyatso apre il "sacchetto della memoria" e racconta decenni di violenze subite, da lui e dal suo popolo. Dentro e fuori dal carcere. E l'Occidente?




di ANAIS GINORI / foto di JOAKIM ENEROTH (fonte: Repubblica)







Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".


Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico. A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".
I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo. Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi. Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme".


Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista. Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione.


Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti". I cimeli della prigionia Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia.


"Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti". Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".


Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".


La voce interiore Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama. "Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti.


Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere". Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008".


La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni. Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".


Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".


Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie.


In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni. Soldi sulla punta del coltello Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.


"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità". (3 aprile 2008)


Chi dona con gioia

mercoledì 9 gennaio 2008 alle 22:36

Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.



Ariete è una bambina che dimostra circa 11 anni. E stata abbandonata in un ospedale psichiatrico vicino a Kigali non molto tempo fa. Dopo diversi mesi di ricovero, non riuscendo a rintracciare i genitori, è stata affidata alla nostra "Casa Amahoro". È davvero scapestrata, simpatica, impertinente, irrefrenabile a volte manesca, impulsiva. A tutti si rivolge dicendo «mama wanjye, papa wanjye», «tu sei la mia mamma, il mio papà». Eppure non è così, anche se ci piacerebbe davvero poter colmare il suo vuoto, il desiderio di riavere una mamma tutta per sé.


In questi giorni di vacanze scolastiche, abbiamo riaccompagnato a casa tutti i bambini che vivono qui in casa, 8 bimbi in tutto. Anche Ariete chiedeva di andare a casa. A casa dove? Non sappiamo da dove iniziare a cercarla la tua casa, perché a quel recapito che lasciarono i tuoi non si è mai trovato nessuno. Tutto il giorno chiede insistentemente di andare dal "dottore", quel dottore che forse in ospedale le dava un senso di sicurezza e paternità.


Forse i suoi genitori vivono un dramma ancora più grande che non ci è dato di sapere, ma Ariete è e resta una abbandonata: non possiede nulla, non ha una famiglia che qui è quasi tutto, non ha gli strumenti per costruirsi una vita o un futuro, né qui né altrove. Eppure la sera, durante il vespro, al momento del canto finale, tutto d'un tratto Ariete si alza e inizia a danzare.


Balla con le braccia alzate al cielo e il suo viso ride. Balla come è, con il suo fare maldestro e un po' sgraziato, ma con quei passi al ritmo di tamburo fa nascere una poesia che rigenera i nostri cuori. La sua è una preghiera densa. Una preghiera piena di vita, di gioia, di desiderio, piena del suo sorriso, una preghiera che è tutta presenza.


Questa danza è un canto alla vita che si alza al Padre. Anche se vita incerta, spezzata, sfortunata. È la preghiera di chi nulla ha da vantarsi, nulla vuole supplicare, nulla vuole lamentare, ma offre semplicemente se stesso con la gioia che il Signore ama. Ho riconosciuto davvero queste parole: Dio ama chi dona con gioia.


Ariete dona con gioia tutto quello che ha: se stessa.


Un'operatrice Caritas


L'ultima messa di padre Ragheed

lunedì 2 luglio 2007 alle 21:04
L'ultima messa di padre Ragheed, martire della Chiesa caldea
L'hanno ucciso a Mosul, assieme a tre suoi suddiaconi. In un Iraq martoriato, era uomo e cristiano di fede limpida e coraggiosa. Ecco un suo ritratto, scritto da chi lo conosceva bene

di Sandro Magister



ROMA, 5 giugno 2007 – L'hanno ucciso la domenica dopo Pentecoste dopo che aveva celebrato messa nella chiesa della sua parrocchia dedicata allo Spirito Santo, a Mosul.

Hanno ucciso padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico caldeo, assieme ai tre suddiaconi che erano con lui, Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho, Gassan Isam Bidawed. Gli assalitori hanno allontanato la moglie di quest'ultimo e hanno abbattuto i quattro a sangue freddo. Poi hanno collocato attorno ai loro corpi delle auto cariche d'esplosivo perché nessuno osasse avvicinarsi. Solo a tarda sera la polizia di Mosul è riuscita a disinnescare gli ordigni e a raccogliere i corpi.

La Chiesa caldea li ha subito pianti come martiri. Da Roma Benedetto XVI ha pregato. Padre Ragheed era uno dei testimoni di vita cristiana più limpidi e coraggiosi, in un paese dei più martoriati.

Era nato a Mosul 35 anni fa. Laureato in ingegneria all’università locale nel 1993, dal 1996 al 2003 ha studiato teologia a Roma all’Angelicum, l'Università Pontificia San Tommaso d'Aquino, conseguendo la licenza in teologia ecumenica. Oltre all'arabo, parlava correntemente italiano, francese e inglese. Era corrispondente dell'agenzia internazionale "Asia News", del Pontificio Istituto Missioni Estere.

Il giorno dopo il suo martirio "Asia News" ha pubblicato di lui questo ritratto:


"L’Eucaristia ci ridona la vita che i terroristi cercano di toglierci"


“Senza domenica, senza l’Eucaristia i cristiani in Iraq non possono vivere”: padre Ragheed raccontava così la speranza della sua comunità abituata ogni giorno a vedere in faccia la morte, quella stessa morte che ieri pomeriggio ha affrontato lui, di ritorno dalla messa.

Dopo aver nutrito i suoi fedeli con il corpo e il sangue di Cristo, ha donato anche il proprio sangue, la sua vita per l’unità dell’Iraq e per il futuro della sua Chiesa.

Con piena consapevolezza questo giovane sacerdote aveva scelto di rimanere a fianco dei suoi fedeli, nella sua parrocchia dedicata allo Spirito Santo, a Mosul, giudicata la città più pericolosa dell’Iraq, dopo Baghdad. Il motivo è semplice: senza di lui, senza il pastore, il gregge si sarebbe smarrito. Nella barbarie dei kamikaze e delle bombe almeno una cosa era certa e dava la forza di resistere: “Cristo – diceva Ragheed – con il suo amore senza fine sfida il male, ci tiene uniti, e attraverso l’Eucaristia ci ridona la vita che i terroristi cercano di toglierci”.

È morto ieri, massacrato da una violenza cieca. Ucciso di ritorno dalla chiesa, dove la gente, anche se sempre meno, sempre più disperata e impaurita, continuava però a riunirsi come poteva.

“I giovani – raccontava Ragheed alcuni giorni fa – organizzano la sorveglianza dopo i diversi attentati già subiti dalla parrocchia, i rapimenti e le minacce ininterrotte ai religiosi. I sacerdoti dicono messa tra le rovine causate dalle bombe. Le mamme, preoccupate, vedono i figli sfidare i pericoli e andare al catechismo con entusiasmo. I vecchi vengono ad affidare a Dio le famiglie in fuga dall'Iraq, il paese che loro invece non vogliono lasciare, saldamente radicati nelle case costruite con il sudore di anni. Impensabile abbandonarle”.

Ragheed era come loro, come un padre forte che vuole proteggere i suoi figli: “Quello di non disperare è un nostro dovere. Dio ascolterà le nostre suppliche per la pace in Iraq”.

Nel 2003 dopo gli studi a Roma decise di tornare nel suo paese, “perché lì è il mio posto”. Tornò anche per partecipare alla ricostruzione della sua patria, alla ricostruzione di una “società libera”. Parlava dell’Iraq pieno di speranza, con il suo sorriso accattivante: “È caduto Saddam, abbiamo eletto un governo, abbiamo votato una Costituzione!”. Organizzava corsi di teologia per i laici a Mosul; lavorava con i giovani; consolava le famiglie disagiate. In questo ultimo mese stava operando per far curare a Roma un bambino con gravi problemi alla vista.

La sua è la testimonianza di una fede vissuta con entusiasmo. Obiettivo di ripetute minacce e attentati fin dal 2004, ha visto soffrire parenti e scomparire amici, eppure ha continuato fino all’ultimo a ricordare che anche quel dolore, quella carneficina, quell’anarchia della violenza, aveva un senso: andava offerta.

Dopo un attacco alla sua parrocchia, la scorsa domenica delle Palme, 1° aprile, diceva: “Ci siamo sentiti simili a Gesù quando entra a Gerusalemme, sapendo che la conseguenza del Suo amore per gli uomini sarà la Croce. Così noi, mentre i proiettili trafiggevano i vetri della chiesa, abbiamo offerto la nostra sofferenza come segno d’amore a Gesù”.

Raccontava ancora poche settimane fa: “Attendiamo ogni giorno l’attacco decisivo ma non smetteremo di celebrare messa. Lo faremo anche sotto terra, dove siamo più al sicuro. In questa decisione sono incoraggiato dalla forza dei miei parrocchiani. Si tratta di guerra, guerra vera, ma speriamo di portare questa Croce fino alla fine con l’aiuto della Grazia divina”.

E tra le difficoltà quotidiane lui stesso si stupiva di riuscire così a comprendere in modo più profondo “il grande valore della domenica, giorno dell'incontro con Gesù Risorto, giorno dell'unità e dell'amore fra di noi, del sostegno e dell'aiuto”.

Poi le autobombe si sono moltiplicate; i rapimenti di sacerdoti a Baghdad e Mosul si sono fatti sempre più frequenti; i sunniti hanno iniziato a chiedere una tassa ai cristiani che vogliono rimanere nelle loro case, pena la loro confisca da parte dei miliziani. Continua a mancare elettricità, acqua, la comunicazione telefonica è difficile. Ragheed comincia ad essere stanco, il suo entusiasmo si indebolisce. Fino a che, nella sua ultima mail ad "AsiaNews", il 28 maggio scorso, ammette: “Stiamo per crollare”. E racconta dell’ultima bomba caduta nella chiesa del Santo Spirito, proprio dopo le celebrazioni del giorno di Pentecoste, il 27 maggio; della “guerra” scoppiata una settimana prima, con 7 autobombe e 10 ordigni in poche ore; del coprifuoco che per tre giorni “ci ha tenuti imprigionati nelle nostre case”, senza poter celebrare la festa dell’Ascensione, il 20 maggio.

Si chiedeva quale sentiero avesse imboccato il suo paese: “In un Iraq settario e confessionale, che posto sarà assegnato ai cristiani? Non abbiamo sostegno, nessun gruppo che si batta per la nostra causa, siamo soli in questo disastro. L’Iraq è già diviso e non sarà mai più lo stesso. Qual è il futuro della nostra Chiesa?”.

Ma poi a confermare la forza della sua fede, provata ma salda: “Posso sbagliarmi, ma una cosa, una sola cosa, ho la certezza che sia vera, sempre: che lo Spirito Santo continuerà ad illuminare alcune persone perché lavorino per il bene dell’umanità, in questo mondo così pieno di male”.

Caro Ragheed, con il cuore che grida di dolore, tu ci lasci questa tua speranza e certezza. Colpendo te hanno voluto annientare la speranza di tutti i cristiani in Iraq. Invece, con il tuo martirio, tu nutri e doni nuova vita alla tua comunità, alla Chiesa irachena e a quella universale. Grazie, Ragheed!

Don Andrea Santoro: riflessione di una cristiana turca

lunedì 5 febbraio 2007 alle 22:30
Riporto dal sito del Pime (Milano) questa bella riflessione di una sorella turca...


«La morte che genera vita»


Riflessioni di una cristiana turca


Da Antiochia


Era domenica 5 febbraio quando, a Trabzon – città turca sul mar Nero - al culmine di una giornata di proteste e di violenze nel mondo islamico per le caricature di Maometto apparse su alcuni giornali occidentali, dopo aver celebrato come consueto la Messa domenicale del pomeriggio, mentre stava pregando inginocchiato nelle ultime panche della chiesa, il sessantenne sacerdote romano Andrea Santoro venne freddato alle spalle con due colpi di proiettili.

Il presunto omicida è stato arrestato, i vertici politici e religiosi hanno condannato il gesto, la maggior parte dell’opinione pubblica si è dimostrata allibita di fronte ad un simile gesto, noi, sparuta comunità di cristiani, abbiamo pianto sgomenti un nostro amico, testimone e martire. Ora, però, tutto sembra essere tornato ad una tremenda normalità. Anche le guardie del corpo assegnate a diversi sacerdoti dell’Hatay e di Smirne sono state richiamate ad altri incarichi. Eppure noi cristiani turchi non vogliamo e non possiamo lasciare che questo martirio cada invano.

In quei giorni anch’io, come tutti, saltando da un canale all’altro, sfogliando le pagine dei più svariati giornali, in maniera spasmodica ho cercato di capire, di trovare una ragione, un movente, un senso a questa morte così improvvisa e violenta.
Tante sono le cose che si sono dette… ognuno ha espresso il suo parere, la sua rabbia, il suo sgomento, la sua disapprovazione, il suo stupore: mi sono sentita stordita e svuotata. Ora è arrivato il silenzio, che lascia risuonare in me i sentimenti più svariati che ribollono nel cuore e nella mente di una semplice cristiana che cerca di vivere in Turchia, Paese a maggioranza musulmana.


Ero un’adolescente quando tredici anni fa quest’uomo si fermò tra noi la prima volta.


Già allora silenzioso, meditativo, passava le ore nella nostra chiesetta in preghiera. Noi ragazzi – e io non ero neppure cristiana a quei tempi – chiedemmo stupiti al nostro parroco il perché di quelle sue lunghe soste davanti al tabernacolo. Ci rispose che stava chiedendo al Signore di illuminargli la strada. Una possibile venuta in Turchia. Gli facemmo festa il giorno del suo onomastico e lui commosso prima di ripartire per Roma ci salutò: “Insciallah (se Dio vuole), ci rivedremo”.
Ho saputo che andò a Urfa l’anno in cui sono stata battezzata. Ma non l’ho mai più rivisto se non ora, da morto, nelle tante foto riprodotte sui mass media.

Nel passato ci è capitato di sentire echi lontani di preti uccisi, ma si trattava sempre di Paesi lontani, mai avremmo sospettato che sarebbe successo anche qui, in terra di Turchia. Eppure la Turchia, nei tempi remoti è stata terra di grandi martiri. Ce lo ricordano continuamente i numerosi pellegrini che vengono apposta fin qua da tutto il mondo per ricordare le radici della propria fede cristiana. Questa terra è impregnata del sangue di sant’Ignazio di Antiochia, di san Crisostomo, san Babila e tanti altri. Tempo di persecuzioni e di odio verso i cristiani. Sono le loro icone in chiesa a parlarcene. È sul loro sangue e su quello di san Paolo, che tanto ha lavorato per il Vangelo, che è fondata e fecondata la nostra chiesa di Turchia.


Poi le comunità cristiane – quasi non fossero più stesse membra dell’unico corpo di Cristo - sono state dimenticate dall’Occidente, impegnato su altri fronti, e sono cadute nel silenzio. Nel 1846, sappiamo, la Chiesa cattolica di rito latino, che lungo i secoli non aveva mai perso di vista Antiochia, torna in questa nostra città con i frati cappuccini, dopo ben oltre sette secoli dalla partenza dei crociati. Il primo ad arrivarci fu l’italiano padre Basilio Galli. Instancabile, attivo, si conquistò la simpatia della gente; aprì una cappella e una piccola scuola. La lapide all’ingresso della nostra chiesa ci ricorda che pagò con la vita il suo zelo da pioniere: fu martirizzato il 12 maggio 1851. Sgozzato in chiesa da dietro le spalle da due assassini, subito dopo avere celebrato la Messa del mattino. Primo martire in Turchia dei tempi moderni. Dopo 155 anni, il secondo: stesso zelo, stessa dinamica, stessa passione.


Il sangue del martirio feconda la terra. Ci dicono che ora, in Turchia, la comunità cristiana ad Antiochia è la più viva, la più dinamica e aperta nel dialogo e nell’ecumenismo. Cosa ne sarà, allora, di quella di Trabzon, un tempo fiorente, ma ora ridotta ai minimi termini?

Il nostro parroco ci spiega che don Andrea è ricordato come una persona che si è data da fare per i poveri, per le prostitute, per i diseredati. In Italia era molto impegnato nel sociale e aveva fatto costruire varie strutture per i bisognosi. Sappiamo bene che qui si può fare ben poco. Si aiuta qualcuno quando si può e come si può, ma non credo che fosse questo a riempire di senso la giornata di don Andrea.


Guardando i nostri preti, le nostre suore che hanno lasciato tutto il loro mondo per venire da noi, - ma perché sono così pochi quelli che decidono e hanno la forza di stare quaggiù? - mi chiedo come possono restare. Qui si sperimenta l’aridità, l’inefficienza – rispetto a parametri occidentali – una vita povera, priva di successi immediati: è solo la fede che sostiene e giustifica una presenza così.


L’altra sera, al nostro settimanale incontro di preghiera ci è stato letto uno spezzone dell’ultima lettera di don Andrea rivolta ai suoi amici italiani: «Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti? Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei "portato in grembo", come si dice di Rebecca, due "figli" che "cozzano tra di loro" (Gen. 25,22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo? Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro. Così accade anche a me. Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso "calice" e radunati ai piedi della stessa croce. Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, accettarsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell'altro. Altre volte ho l'impressione che questi mondi non si parlino in profondità, ma facciano come quelle coppie che parlano solo di spesa, di bollette, di mobili da spostare e di salute dei figli e si illudono di comunicare e invece diventano sempre più estranei».


E lui ha voluto stare nel mezzo, essere con la sua vita elemento di riconciliazione: tutto ciò ci ha scosso profondamente. Qualcuno ha voluto dare la vita per noi, cristiani “inesistenti”, per molti. E poi più avanti scrisse: «Dopo una prima fase di residenza a Urfa-Harran, conclusasi qualche settimana fa con la chiusura della “casa di Abramo" e il trasloco definitivo a Trabzon e dopo la seconda fase conclusasi con il completamento dei lavori di restauro della chiesa di Trabzon, è iniziata una terza fase tutta avvolta ancora nell'oscurità, in attesa che Dio ci indichi le sue vie. Questa attesa è fatta di silenzio, di preghiera, di speranza, di intima disponibilità a quello che Dio vorrà, di umiltà nell'accettare la povertà di risorse, di persone, di strumenti, di capacità personali. In questa fase, rileggo il passato della missione, scruto il presente, rivado agli inizi della chiesa a Gerusalemme, ascoltiamo le Scritture, cerchiamo di capire meglio il mondo da cui veniamo e il mondo dove siamo arrivati, cerchiamo di renderci accoglienti quanto più possibile».

Cosa faceva dunque a Trabzon? Era in attesa.


Allora perché in Italia su alcune prime pagine dei giornali fu proclamato come un eroe??? Un eroe combatte, lotta con violenza, si ribella con le armi, vuole la giustizia a tutti i costi, si difende e vince ammazzando il nemico. A me pare che, secondo la logica umana, don Andrea sia proprio la figura dell’ anti-eroe.


Non era neppure un santo, ci dicono. Di quelli che spesso ci immaginiamo noi sulle immaginette: languidi, sdolcinati, sempre accondiscendenti e sorridenti. Aveva un carattere energico, deciso, a volte persino brusco, il volto risoluto, non ammetteva compromessi… pare di sentire riecheggiare quel “e indurì il suo volto deciso verso Gerusalemme” con cui Luca descrive Gesù.


Una suora amica ci ha rivelato che prima di rientrare in Turchia questo fine gennaio le aveva telefonato da Roma confidandogli: «Lo sai, prega per me, sento che sto dando fastidio a Satana…». Una settimana dopo è stato ammazzato, nel nome di Dio. Perché?

La sua morte ci ha risvegliato dal torpore delle nostre coscienze, ci sta ricordando cosa vuol dire morire per amore. Ci ha ricordato che il cristiano è un personaggio scomodo, che si vuole togliere di mezzo, eliminare. E se non è così, non può essere vero discepolo di Gesù.


Ma dopo la morte viene la Vita.


La Chiesa di Turchia, forse aveva bisogno di ciò.


Noi, forse, avevamo bisogno di ciò.


La sua morte ci ha sgomentato, ma ci dà una nuova forza, una nuova speranza, una nuova dritta. Ci insegna l’amore. Quell’Amore per cui io ho chiesto il battesimo, andando anche contro il parere della mia famiglia.

Da lassù abbiamo un nuovo protettore e intercessore.


Anche voi, per favore, non dimenticatevi di noi, non lasciateci soccombere dalla stupidità della gente. Non associatevi a coloro che, per gioco o per scherzo, in nome di un’ottusa libertà, mettono a repentaglio la vita dei fratelli lontani.

Lui ha scelto di stare dalla nostra parte. Con gli innocenti e gli indifesi. Senza ribellarsi. Fino in fondo. Per amore di Dio e dei fratelli. Questo è martirio. Questa è la morte che genera Vita.




Una cristiana turca


I fili d’erba crescono anche nella steppa

alle 09:30
Lultima lettera di don Andrea Santoro, resa nota dalla sorella Maddalena

Oggi posto lultima lettera scritta da don Andrea Santoro martirizzato a Trabzon, in Turchia, esattamente un anno fa, il 5 febbraio 2006. Lha resa nota sua sorella Maddalena che lha consegnata ad Avvenire. La lettera, terminata circa 10 giorni prima di venire ucciso ed indirizzata a tutti gli amici, è stata pubblicata sulle pagine di Avvenire il 5 marzo 2006.



Carissimi,

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c la pioggia. Inoltre è giusto vedere il filo d'erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.

Ecco dunque alcuni fili d'erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell'ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumorosi. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4-5 ragazzi, sui 14-15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: «Ma sei qui perché ti hanno obbligato?». «No, sono venuto volentieri, liberamente». «E perché?». «Perché mi piace la Turchia. Perché c'era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani». «Ma sei contento?» (hanno usato la parola mutlu che in turco vuol dire felice). «Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi, sono ancora più contento. Vi voglio bene». A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: «Anche noi ti vogliamo bene». Dirsi «ti vogliamo bene», dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi?

Lo getti e poi lo lasci fare…E non è forse vero che «se ami conosci Dio» e lo fai conoscere e se non ami, quand'anche possedessi la scienza o parlassi tutte le lingue, o distribuissi i beni ai poveri, non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?

Un altro filo d'erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l'irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l'altro ancora che voleva trascinarmi.

Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte mi fa ancora male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano tre giovani sui 25-30 anni. Uno mi ha chiesto: «Si ricorda di me?». Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. «Sono venuto a

chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni». «Va bene, gli ho

detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro». Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa.

Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del vangelo esposta nella bacheca:

«Amate i vostri nemici» e allora ha capito perc lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c un

detto: «Getta i fiori a chi ti getta i sassi». Quindi ha continuato: «Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l'avevamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?». «Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto

al prossimo. Diciamo però anche che se l'innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da

Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia». A quel punto hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C'è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall'Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto!

Qualche altro filo d'erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato

e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano. Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con

molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: «Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri».

Un'altra volta entrano due ragazze: «Padre mi riconosce?», mi fa una. «Si, certo!». «Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?». «Sì, è così». «Maometto - mi fa - l'ha usata è vero,

ma solo come ultima possibilità…». «Gesù - le rispondo - neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male p male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?». «No, acqua». «Ecco, appunto. Ma non è facile. Questo però è il vangelo. Nelle mani di Gesù non c'è la spada,

ma la croce». Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non

solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano

in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa e su ogni campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sullaereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, cerano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava lidea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo derba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il «mio» Fondatore, quello che non usa né la spada né spine, ma ha subìto e luna e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, dellinimicizia, dellostilità. Gli chiedo di farmi grazia del «suo» Spirito per tenere a bada il mio.


Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di «piccoli provocatori» di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei «piccol che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li «scandalizzan cioè quanti sono per essi

«motivo di inciampo e di induzione al male». Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo

«parlare male» dellunica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che «tutti i turchi

fanno cose turche». Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione

di Gesù: «Tutto il mio vicinato mi è addosso anche i monelli hanno ribrezzo di me mi danno la baia» (Giobbe 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e

accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon, mi ha parlato del pianto dei suoi bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con linsegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza.

Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. «Se mi assalgono e io rispondo sono ancora cristiano?», mi chiedeva preoccupato e pensoso. «Sì gli rispondevo perché il Signore capisce

la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito locchio per occhio e dente per dente. Noi

siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: Rimetti la spada nel fodero. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza".

Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito allostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle «premure» della polizia che pur garantendogli piena libertà («la Turchia è uno stato laico, sei libero», gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio...

Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché «pagana e idolatra», e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente «liber e davvero «sorella».

Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, lumiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena

di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre

sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dellIslam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno

rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è

quando si è daccordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun

cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o lassetto giuridico degli stati.

La ricchezza del Medio Oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere «terra santa» per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla

«rivelazione» di Dio oltre che da unaltissima civiltà. Anche la complessità del Medio Oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che «si rivela» e che

«appassionatamente» si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo «luminoso», «unico» e

«malato» del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio.

La chiarezza va unita allamorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme,

in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere «signor della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un vangelo che proibisce lodio, lira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si

fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé lorgoglio e lodio, in un Dio che attira con lamore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un «vantaggio» che può sembrare

«svantaggioso» e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo.

Diceva S.Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli, non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di «questo» Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come «cristiano», «sale» nella minestra, «lievito» nella pasta, «luce» nella stanza, «finestra» tra muri innalzati, «ponte» tra rive opposte, «offerta» di riconciliazione? Molti ci sono ma di molti di più cè bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!

Vi lascio ringraziandovi dellaccoglienza nelle tre settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze.

Ringrazio Dio per quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso.

La mente sia aperta a capire, lanima ad amare, la volontà a dire «sì» alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare p la steppa che i fili derba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventa cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea, Trazbon 22 gennaio 2006



 













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