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Ci sono uomini che osano dire: "Così parla il Signore.."

venerdì 31 ottobre 2008 alle 23:20
Non posso non segnalarvi questo libro...
Se volete sapere come ha parlato e come parla ancora oggi nella storia il Signore Dio nostro...


La Bibbia attesta che Dio parla: parla per suscitare la ricerca, per insegnare all'uomo le sue parole, perché l'uomo nasca alla vita di figlio. Nello specifico, i profeti sono la testimonianza che la creatura è capace non solo di domandare, ma di ricevere il Mistero che si rende conoscibile in parole umane. Ed è in Israele che la profezia si afferma, si trasmette, si fa letteratura, per il bene di tutti.Le pagine del volume sono il frutto di una lettura dei profeti protrattasi diversi decenni, «lettura paziente e amorosa, che ha tentato di capire come il Signore parla, per farne partecipi i fratelli» (dalla Presentazione).
I vari contributi proposti dall'autore, nati in momenti diversi, ma successivamente rivisitati in modo da costituire un percorso di lettura unitario, ben consentono di esplorare le principali dimensioni del profetismo biblico. Due sono gli ambiti di maggiore rilevanza oggetto dello studio. Il primo (cc. 1-4) analizza la questione della definizione stessa del fenomeno profetico. Il secondo (cc. 5-11) esamina il contenuto della parola profetica, sviluppandone alcune tematiche, fra le più rilevanti. Tra queste va sottolineato come il genere letterario assunto dai profeti sia spesso quello della lite giuridica, che non costituisce affatto un verdetto di condanna, ma piuttosto una procedura volta a creare le condizioni per la riconciliazione, per un nuovo rapporto nella verità e nella giustizia.

Pietro Bovati, della Compagnia di Gesù, è professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove insegna ermeneutica biblica, esegesi e teologia dell'Antico Testamento. Ha pubblicato: Ristabilire la giustizia, Editrice Pontificio Istituto Biblico, Roma 1986, 22005; Il libro del Deuteronomio (1-11), Città Nuova, Roma 1994; in collaborazione con R. Meynet, Il libro del profeta Amos, Edizioni Dehoniane, Roma 1995.

Vista la curiosità di Daniela allungo questo post con qualche altro pezzo tratto dalla Presentazione dell'Autore:


L’essere umano sa porre delle domande. Sentendo acutamente la spinta della sua natura intelligente, desidera conoscere, perché avverte che capire il senso di tutto è mediazione di vita. Ma la via del comprendere è l’interrogarsi, e l’uomo sa farlo.

Fin dal primo manifestarsi della coscienza, fin dai primi tentativi del parlare, il bambino chiede il perché dei fenomeni e ne questiona la finalità. Nel dialogo con chi è più grande, il piccolo spinge il suo interrogare fino all’estremo, in maniera talvolta esasperante; e fa l’esperienza dunque che ci sono molte domande che rimangono sospese, constata che ci sono più interrogativi che risposte adeguate. Ma questo non spegne il suo ricercare; il suo questionamento si affina anzi di fronte al mistero, si purifica forse, e, crescendo negli anni, può trasformarsi in ricerca pura del senso ultimo della vita, può diventare ricerca di Dio.

E allora le domande assumono una tonalità diversa, più umile, più attenta: l’uomo sa infatti che non può ottenere risposta se l’oggetto, o meglio se il soggetto che è ricercato non decide lui stesso di venire benignamente incontro, parlando, a chi desidera conoscerlo. La Bibbia attesta di questo evento, narrandone la storia. Dice che Dio parla, e lo fa anzi prima ancora che l’uomo sia in grado di ascoltare e di chiedere. Dio parla infatti per suscitare la ricerca, parla per insegnare all’uomo le sue parole, parla dunque perché l’uomo entri in un dialogo di desiderio, di fiducia, di rivelazione. Dio parla perché l’uomo nasca alla vita di figlio.

I profeti sono la meravigliata testimonianza che l’uomo può cercare e ascoltare Dio, essi sono il segno storico che la creatura non è solo capace di domandare, fermandosi alle soglie del mistero, ma è in grado anche di penetrare nell’abisso della verità, senza perdersi, perché, per amorosa condiscendenza, l’Origine insondabile del tutto si fa conoscere, in parole umane, in discorsi che ognuno può accogliere.

Qualche timido barlume di questa sublime conoscenza è stato intravisto in tutte le culture, fin dai primordi della civiltà. Ma è in Israele, in un lembo minimo della terra abitata, in un piccolo popolo, praticamente ignorato dalla storiografia antica, che questa consapevolezza e questa grazia si sono pienamente manifestate. È in Israele che la profezia si afferma, si trasmette, si fa letteratura, per il bene di tutti.

Noi siamo «i figli dei profeti» (At 3,25); ciò che conosciamo di Dio, quel prodigio inimmaginabile di grazia che l’occhio non può vedere (1Cor 2,9) ci è stato rivelato in parole umane, ed è giunto a noi, generazione dopo generazione, come una magnifica eredità di cui vivere. La divina rivelazione è condensata nelle parole profetiche, pronunciate nello Spirito, per degli esseri spirituali: parole sacre e vitali, che ci dicono la verità e ci chiamano all’essere. Così parla il Signore, e parlando nello Spirito ci comunica il medesimo Spirito.

L’uomo desideroso di verità ricerca nelle più alte forme della letteratura, della filosofia e della teologia quelle aperture di luce che sono la traccia del senso, la traccia di Dio. Molte esitazioni, molti dubbi, molte delusioni si producono però nella coscienza di fronte alla variegata e disparata gamma di voci che pretendono assenso. L’incertezza può frenare il desiderio, può far abbandonare l’impegno per la verità.

A chi vive questa dolorosa esperienza di oscurità, a chi non riesce a trovare in se stesso le risorse per un deciso orientamento di vita, viene in aiuto la parola dei profeti, accolta dalla tradizione credente, riconosciuta nella comunità come vera parola di Dio. A questa parola ognuno «fa bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro» (2Pt 1,19), perché lo sguardo viene affinato dalla contemplazione rispettosa di tale testimonianza, perché il cuore diventa progressivamente capace di discernimento, così che, guidato dolcemente dalla parola di un fratello (Es 7,1; Dt 18,15.18), sappia riconoscere nella sua storia concreta la presenza di Dio. Istruiti dai profeti, i credenti vedono la luce, e la stella del mattino si leva nei loro cuori (2Pt 1,19), appare loro la beata manifestazione della vita vera, che si è consegnata nell’evento del Signore Gesù, vertice sublime della divina rivelazione, il Verbo nel quale Dio ha condensato ogni sua parola.

Eredi di un così prezioso tesoro, noi diventiamo a nostra volta capaci di profezia. Le nostre parole si trasformano nell’assimilazione graduale della Parola, il nostro cuore e la nostra vita si dilatano e si nobilitano a motivo dell’obbedienza alla voce di Colui che rinnova ogni giorno la sua creazione per mezzo dello Spirito (Sal 104,30). «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore», sospirava Mosè, testimone di un dono di profezia fatto a pochi (Nm 11,29); «tutti profetizzeranno» dal più piccolo al più grande, uomini e donne, giovani e vecchi, annunciava Gioele (Gl 3,1-2); e questa profezia si compie nella Pentecoste, quando il credente diventa luogo dello Spirito e principio di parola profetica (At 2,4.17-19).

Un tale progetto divino, corrispondente alle più segrete e quasi inconfessate aspirazioni dell’uomo, un tale disegno, proporzionato al bisogno più radicale della persona di vivere in verità, tale mistero di grazia, concesso largamente a tutti, dovrebbe risultare facile da riconoscere, come aprire gli occhi al fulgore della luce. Eppure «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1,5), eppure il Verbo «venne fra i suoi, ma non fu riconosciuto» (Gv 1,11); Dio manda i suoi servi, i profeti, con paziente fedeltà, con instancabile premura (Ger 7,25), ma gli uomini rifiutano di ascoltare, respingono il dono (Mt 22,5). E questo perché la voce di Dio scuote le foreste (Sal 29,5), penetra nel cuore rivelandone il male nascosto e perverso (Lc 2,35; Eb 4,12), impone scelte coraggiose, e persino il sacrificio della vita. E l’uomo ha paura di morire, l’uomo di fronte a questa luminosità teme di essere accecato, teme di dipenderne, teme di soccombere.

E allora assistiamo al paradosso di una storia che mostra il sistematico rifiuto del rivelarsi di Dio. Proprio ciò che si desidera nel più intimo della coscienza, proprio questo viene respinto, perché difficile, perché incredibile, perché sovrumano. [...] continua...

Davanti ai tribunali degli uomini

domenica 22 giugno 2008 alle 11:27

Ger 20, 10ss


Io sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all'intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile.

Mt 10, 26-33

‡ In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non temete gli uomini poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.


La stragrande maggioranza di noi per fortuna, non è mai stata davanti a un tribunale, nè ha la minima voglia di andarci, per nessun motivo.
E fin qui tutto normale.

Ma poi vedo che questa innata paura del giudizio invade sempre più lo spazio del nostro vivere quotidiano. Il giudice, o il potenziale giudice, è sempre l'altro, chi mi può vedere, giudicare, pensare o dire male di me. E' il terrore puro a volte.
Certo mai dichiarato.
Ma che induce i livellamento del nostro cervello.

Oggi si pensa così? Bene, adeguiamoci immediatamente... che non succeda di apparire ed essere giudicato diverso!!!
Oggi ci si veste così? E giù veri percorsi di ascesi per raggiungere la taglia giusta, per far entrare quei jeans, per scovare i capi giusti, per mettere quelle scarpe, per scoprire quella nuova parte di pelle che finora aveva visto forse troppo poco sole... meditazioni di ore centrate sul look...
Oggi tutti fregano e rubano? E allora vedi che a quello il favore va fatto per forza... eppoi così anche lui lo deve fare a me...

L'importante è non fare nulla che possa sottopormi al giudizio (negativo) degli altri.
Siamo schiavi che pensano di essere liberi.
Ma i risultati si vedono nei nostri occhi. Tristi.

Se è vero che la fede si accresce donandola mi domando a che livelli sia la nostra, se nemmeno abbiamo il coraggio di dirci cristiani, di fare un segno della croce, di nominare Dio in pubblico, con amici e conoscenti. Certo, la carità prima di tutto. Ma è carità suprema indicare il volto di Colui che ci ama e ci manda per annunciarlo a chi non lo conosce.

Nel momento stesso in cui si prova a farlo, si va contro la "legge" che imponeva di tacere, di non parlare di cose "vecchie", di non pensare al senso della vita e quant'altro.

Persecuzione? non esageriamo. Ma basta un briciolo di disapprovazione affrontato per amore di Gesù a innescare la reazione a catena della gioia. Proviamoci! E vedremo se è vero o no!

Buona domenica nel Signore a tutti!

Le lacrime del profeta, l'esperienza dell'esilio

sabato 10 novembre 2007 alle 16:58


Oggi vorrei condividere questa profonda riflessione di Pietro Bovati sul senso delle lacrime e del dolore del profeta Geremia di fronte all'indurimento del cuore del suo popolo, amato immensamente da Dio e lui stesso...


Il peccato di Giuda è totale: non solo perché nessuno ne è esente, ma soprattutto perché esso non è percepito come peccato. Il cuore indurito non capisce di volere il male; non capisce perché venga minacciata una sanzione, e deride tale prospettiva; non capisce infine quando la collera divina col­pisce con la punizione (2,19; 44,15-19).

Quando il male si rivela così profondamente, quando l'insipienza dell'uomo raggiunge il suo culmine, la parola del profeta si muta in pianto:


«Chi farà del mio capo una

fonte d'acqua, dei miei

occhi una sorgente

di lacrime, perchè pianga

giorno e notte

gli uccisi della figlia

del mio popolo?» (8,23).


«Se voi non ascolterete,

io piangerò in segreto

dinanzi alla vostra superbia;

il mio occhio si scioglierà in lacrime,

perché sarà deportato il gregge del Signore» (13,17).

«I miei occhi grondano lacrime

notte e giorno, senza cessare» (14,17).


Queste lacrime sono in primo luogo segno di compas­sione per il popolo che il profeta ama perché è il «suo» popolo. Come il pianto di Gesù su Gerusalemme (Lc 19,41), il pianto di Geremia non è solo lo sfogo per un'amara delu­sione, ma è piuttosto un'ultima muta parola che invita il pec­catore a convertirsi, e che intercede presso Dio.

Le lacrime sono inoltre un gesto profetico che anticipa ciò che faranno gli abitanti di Gerusalemme, una volta deportati in terra straniera o condannati alla miseria nel loro paese devastato. Basti pensare alle Lamentazioni:


«Ah, come sta solitaria

la città un tempo ricca di popolo...

Essa piange amaramente nella notte,

le sue lacrime scendono sulle guance» (Lam 1,1-2).


Ad alcuni cattivi interpreti della storia biblica questa situazione può sembrare la fine. A causa del peccato radi­cale di Israele, si dice, viene inflitta una punizione radicale; non si capisce che si tratta invece del principio. Il compiersi della parola di Dio, con il suo destino di sofferenza per il peccatore, non è il segno del fallimento dì Dio nella storia; al contrario, il tempo delle lacrime è il tempo della fecon­dità.

Dicevamo che il cuore di Israele si era chiuso nell'osti­nazione del peccato; nessuna intelligenza, nessuna verità sembrava più possibile. Ora Dìo, nel suo misterioso dise­gno di sapienza, porta l'uomo nell'abisso della sofferenza e della umiliazione, così che il suo cuore venga spezzato; nel­l'insopportabile esperienza del dolore, nelle lacrime dell'e­silio, il peccatore rientra in se stesso, e si apre al riconosci­mento del suo peccato e all'ascolto della parola di Dio (Dt 30,1-2).


Geremia visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 e oltre il 587 a.C., nell’epoca convulsa che vide consumarsi la tragedia della città santa, del tempio e delle istituzioni che reggevano il popolo di Dio Perseguitato, incarcerato e percosso come traditore e disfattista a motivo del suo messaggio che non incontrava i progetti dei governanti, egli resta fedele alla sua missione: denuciare il peccato del suo popolo, proclamare la minaccia dell'esilio ma anche la speranza di una nuova Alleanza e una nuova relazione con Dio, fatta di amore e fedeltà incisa nel profondo del cuore e non solo su talvole di pietra.


Ecco, io oggi faccio di te una fortezza

sabato 27 gennaio 2007 alle 23:50
[Nei giorni del re Giosia], mi fu rivolta la parola del Signore:
«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo [ti ho (ri)conosciuto] , prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, ma và da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti». Oracolo del Signore. Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare.
Tu, poi, cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro.
Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». (Ger 1, 4-10. 17-19)

La liturgia di domani inizia con alcuni stralci dal bellissimo cap. I del libro di Geremia (io per la verità ho riportato qualche versetto in più perchè mi sembra davvero un peccato prendere solo qualche frammento di testo un pò' di qua e un po' di là...).
La parola di Dio che raggiunge l'uomo Geremia (e noi) nel suo oggi ("nei giorni del re Giosia...") è da vertigine.
Prima che tu fossi plasmato, prima che tu vedessi la luce di questo mondo, prima di ogni principio, io ti ho riconosciuto come mio figlio. Riconosciuto come figlio (non solo "conosciuto" come purtroppo quasi sempre si traduce in questo contesto il verbo ebraico). Appartieni a tuo padre e tuo padre appartiene a te. Sei consacrato, ogni fibra del tuo essere è abitata da questa volontà amorosa di Dio. Dice il salmo 27,10: "mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto".
E in Geremia si esplicita ciò che vale per tutti. La consapevolezza di questa paternità originaria che ci costituisce essenzialmente nella relazione di figli amati, voluti, desiderati, riconosciuti, abilitati a parlare la parola stessa di Dio che ci è stata rivolta.
"L'uomo è definito dalla sua vita visibile, quella che va dalla sua nascita alla sua morte; ma questo tempo è in rapporto con un altro tempo, più breve, quello della sua vita invisibile, della vita noscosta nel grembo materno. Vi è il tempo della (relativa) autonomia dell'uomo, della sua storia personale; ma questa è da rapportarsi con il tempo delle origini, quando si realizza una particolare presenza di Colui che "fa" in colui che "è fatto". Per capire veramente un uomo bisogna tenere presente l'articolazione tra questi due momenti, perchè ciò che è "originario" e invisibile rappresenta il senso che si svela poi nella storia" (P. Bovati).
In Geremia si rivela un amore particolare che "elegge", sceglie tra tanti per una missione in favore di tanti (addirittura "le nazioni"). In favore, a vantaggio, a servizio, per il bene di molti. Questa volontà amorosa di Dio si riversa su un uomo concreto (e su uomini e donne concrete anche oggi) e si fa desiderio di incarnazione e di manifestazione al mondo della Sua alterità che cerca l'amore dell'uomo.
La piccolezza umana di Geremia trema di fronte a questa missione di "parola". Percepisce quasi un senso di espropriazione oltre che di radicale inadeguatezza. Egli dice di essere un na'ar, un ragazzo. Ma non tanto nel senso della timidezza, quanto in quello della mancanza di autorità di parola e nella incapacità di dire la verità. La sua sarà una parola di ragazzo rivolta a re, autorità, a tutto un popolo, a delle nazioni! Come potrà essere ascoltato, obbedito? Che senso ha questa scelta di Dio? "Non so parlare"!
Eppure è proprio in questo paradossosale incontro tra debolezza (umana) e potenza (di Dio) che si attua il mistero della parola profetica. Essa suscita sempre come accadde a Nazareth per Gesù, la domanda: "ma come, non è il figlio di Giseppe?"; "ma da dove viene tanta sapienza?" (cfr. Mt 13,54.56; 21,23; Gv 7,15).
"Non dire: sono giovane, sono un na'ar". Non si diventa veramente uomini per accumulo di competenze, ma per un sì detto a Dio. E l'essere del profeta è radicalmente assenso, accoglienza di questo mistero. Così la sua bocca farà udire la Parola, e la Parola si inciderà nel suo stesso corpo, nella sua stessa vita, nel suo celibato, nel suo non indietreggiare di fronte alla morte e nel suo miracoloso scampare alla morte. Buttato in una cisterna a morire e dà laggiù ritirato su (cap. 38) figura di Colui - Cristo Signore - che è il Primogenito [di coloro che risalgono] dai morti (Col 1,18).
Quante cose ci sarebbero da dire! Ma voglio andare subito a ciò che mi ha colpito rileggendo anche il Vangelo di domani.
Tu sei debole, inadatto. Ma io oggi faccio di te una fortezza, un muro di bronzo. Contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ma come! Non era una missione "per"? Perchè allora si dice che egli dovrà essere "contro"?
Il corpo del profeta viene investito dalla forza di Dio. Che è il suo stesso essere: essere Amore.
Un Amore che l'uomo non conosce perchè ha preferito i suoi "amori", altre relazioni, altri luoghi dove attingere la vita, dimenticando l'Origine, il Padre. Voglio essere io a fare me stesso. Non voglio un padre, non voglio una origine che non sia la mia stessa decisione di essere e fare ciò che voglio. "Ti faranno guerra".
La libertà data da Dio (per amore) all'uomo prevede questa possibilità: che il Padre venga rifiutato, ucciso. Ma l'Amore non muore. L'Amore non desiste. Non cede di fronte al rifiuto di chi in fondo ha deciso di suicidarsi rifiutandoLo. Una fortezza. Un Amore che per amore non si piega e continua a parlarti, a cercarti. Un Amore che trasfigura il corpo e la vita di altri uomini in fortezze, che non devono cedere di fronte al non-amore. E a noi invece basta una foglia a spaventarci, a metterci in fuga come conigli, di fronte ad una sola parola dettaci con freddezza, di fronte ad non-saluto, di fronte alla paura di fare figuracce perchè semplicemente ci facciamo un segno della croce... altro che fortezze...
E allora ripenso al Signore.
Il vangelo di domani (IVa del T.O.; Lc 4, 21-30) riprende esattamente da dove era terminato quello di domenica scorsa: Gesù si rivela, nell'ordinarietà del rito del sabato, come Colui in cui si adempie tutta la parola profetica della Scrittura. Parla ai suoi concittadini di Nazareth, dove era cresciuto, a gente che lo conosceva, o pensava di conoscerlo. E gli fanno guerra. Non accolgono e non accettano, ritengono assurdo che Dio possa così rivelarsi, mentre cammini per la città, quando un tuo amico ti dice una cosa, mentre studi o lavori, quando parla il tale prelato o insomma "la Chiesa" come si dice, è assurdo che Dio si possa rivelare così, in mezzo a tanta povera umanità!

"Nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio".

Un rifiuto che accompagnerà la missione del Figlio di Dio fino alla fine.
Un rifiuto che si scontra con una fortezza inespugnabile: L'Amore. Desiderio di comunione e di vita. Amore che non si piega sotto i flagelli, non recede di fronte agli insulti, non si pente di averci dato fiducia e libertà. Amore che tace per non accusare; si fa silenzio per parlare e rivelarsi come Amore. Essere abitati dall'Amore significa sentire questa irriducibile forza crescere dentro. E' quello che chiediamo entrando nella preghiera in questo riposo domenicale.





Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia...

sabato 20 gennaio 2007 alle 22:59
Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,14-21).

Così il vangelo di domani, Giorno del Signore. Una parola che si compie. Una parola antica. Una parola che pronunciata nell'eternità di Dio si è fatta parola di uomo e ha attraversato i giorni, i secoli, per raggiungerti. Una parola giovane, fresca, sempre viva, che si compie oggi.
E' l'oggi del tuo atto di lettura e di ascolto.

Come per Gesù il Figlio, la Parola stessa del Padre, anche noi senza questo parlarci di DIo nemmeno esistiamo. Lui è la Parola fatta carne che dà sostanza alle parole dei suoi messaggeri, i profeti. Parole dette, parole scritte, parole che possiamo sentire anche oggi. Che dobbiamo sentire e accogliere, per vivere.
Sì perchè senza relazioni siamo morti. Ma ci sono relazioni che danno la vita e pseudorelazioni che affossano nella morte, lentamente o meno. La relazione che dà la vita, con Dio, come sarà possibile senza qu
esto ascolto, senza farci raggiungere dalla parola profetica?
Non si tratta tanto di una parola che ti dice il futuro, ma di una parola che ti dice la verità. Di te stesso. Delle persone e delle cose in relazione a te. Ti svela quello che tu non vedi, anche se pensi di vedere, ti dice, ti sussurra o ti sbatte in faccia il verso senso delle scelte che hai fatto o devi fare. Avere sete di una parola così è già predisporsi alla sua irruzione nel nostro oggi.
Ieri è stata una bellissima giornata. Ho benedetto il DIo della vita, l'ho benedetto per avermi pensato, creato, concesso di vedere la luce, sperimentare il suo amore attraverso l'amore di tante belle persone che ieri hanno benedetto Lui con me. E' stata una giornata di un gioia serena. E il regalo più bello è arrivato alla sera. La parola profetica!
Una parola che non sentivo così potente da tempo.. difficile da descrivere. Il mezzo: una persona cara, in carne ed ossa ovviamente, perché così (di norma) ci raggiunge la Parola di Dio, facendosi piccola piccola. Piccola perché detta attraverso l'uomo, con tutti i suoi limiti. E piccola perchè rivestita di qualcosa che pensiamo di conoscere già fin troppo bene. Come Gesù, l'uomo che tutti conoscevano, il tuo vicino, il figlio di Maria, il falegname. E in lui quel sabato si rivela il termine ultimo di tutta la parola profetica della Scrittura. in Lui! Per me ieri una parola che spacca la roccia, come l'ha sentita Geremia (Ger 23,29). Una parola violenta, una parola che accusa, una parola che deve far male, per spazzare via il velo che è sopra i tuoi occhi e sopra il tuo cuore, un parola bellissima, che ti spiazza o ti getta a terra, ma solo per riconsegnarti alla verità, a Dio e a te stesso. Una parola che proprio accusando diventa annunzio alla tua povertà di un lieto messaggio, proclamazione che la tua prigionia sotto il giogo della falsità è finita, annunzio che la vista del vero bene ti è ridonata!
Certo è un fatto isolato, limitato ad un fatto concreto.
Molto resta ancora da essere illuminato e chiarito.
Ma è come una profezia: è un seme di speranza che se vuoi accogliere riempirà la tua vita dei suoi frutti di vita. Amen!

 













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