
Spirito che aleggi sulle acque

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Il rapace in azione

Mi pare che una delle prove classiche dell'esistenza di Dio, elaborate da Tommaso d'Aquino, sia quella cosiddetta del moto.
Per caso, non sarà che i cristiani sono essi pure chiamati a « provare » la propria esistenza attraverso il movimento?
Il mistero della Trinità, che siamo invitati a contemplare in questa domenica, ci aiuta a puntare lo sguardo sul Protagonista della vita della Chiesa. Su Colui che, oserei dire, ha il compito specifico di imprimere alla comunità dei credenti quel dinamismo, quella forza, quell'audacia che costringono il popolo di Dio ad abbandonare i recinti difensivi, e a spalancare le porte dei vari cenacoli.
Lo Spirito Santo è lo specialista del movimento. E « soffio impetuoso » che spinge sulle strade del mondo, che strappa dagli accampamenti della paura e dai bivacchi della prudenza per scaraventare lungo le traiettorie impensate della follia evangelica.
Attraverso lo Spirito, Dio è in azione nel mondo.
Quando la Chiesa si affida a quel « vento impetuoso », accetta di lasciarsi letteralmente travolgere da un'azione imprevedibile (« il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va... » Gv 3, 8), irresistibile, che abbatte gli ostacoli, spazza via le paure, scuote i pregiudizi, scrolla le sicurezze, fa piegare le resistenze più accanite.
Il vento è inafferrabile. Non lo puoi ingabbiare, amministrare, controllare, sistemare. Lo puoi soltanto assecondare. Devi lasciarti travolgere.
Grazie allo Spirito, la Chiesa cessa di essere una forma imbalsamatrice per ridiventare una forza creatrice e trasformatrice.
Non si limita più ad adeguarsi agli avvenimenti, a prendere atto di ciò che è successo al di fuori di essa, senza di essa, o addirittura contro di essa. Crea gli avvenimenti.
Non subisce l'iniziativa altrui. Assume coraggiosamente l'iniziativa.
Non si accontenta di agganciarsi al carro della storia al momento giusto. Si presenta come forza trascinatrice.
Gli apostoli, il giorno della Pentecoste, non si sono accontentati di non lasciarsi travolgere dagli avvenimenti. Hanno scoperto il ruolo di protagonisti, non appena hanno fatto esperienza del « soffio ». Sono stati loro stessi, quel giorno, a « fare notizia ».
Lo Spirito fa capire che c'è un unico modo per non lasciarsi « superare » dagli avvenimenti, per non essere « tagliati fuori »dalla storia. Ed è quello di creare gli avvenimenti, fare la storia.
Una Chiesa che si rinnova, che si muove, meglio, che riprende a muoversi - la Chiesa è pietra, roccia: ma è roccia che cammina! -è una comunità che ha ritrovato la fedeltà allo Spirito, alla vita.
Perché la vita non è possibile senza cambiamento, trasformazione, rinnovamento.
La fedeltà fondamentale è fedeltà al movimento. Senza novità (le novità dello Spirito), le cose non rimangono « come sono », inutile farsi illusioni. Si deteriorano. Degenerano. Senza mutamenti, la vita « non si conserva ». Muore. Molti dimenticano che il nostro potere di conservazione è rigorosamente proporzionale alla capacità di rinnovamento.
Una Chiesa fedele al movimento dello Spirito, riesce ad armonizzare tradizione e novità, memoria e fantasia.
Ma lo Spirito non riguarda soltanto la vita della Chiesa nel suo complesso.
Deve, vuol avere accesso anche nell'esistenza dei singoli credenti.
E sarà bene valutare esattamente i « rischi » di quell'azione.
Ho letto, su un foglio cattolico, un'espressione singolare: « gli svolazzi dello Spirito Santo ».
A me non è mai capitata la fortuna di ammirare gli svolazzi in questione.
Lo Spirito, già duemila anni fa, aveva l'abitudine di presentarsi all'improvviso, annunciato da un rombo, « come vento che si abbatte gagliardo » (At 2, 2).
No. Non compie svolazzi, non fa giravolte decorative, come una pattuglia acrobatica, sul mio orizzonte spirituale. Non svolge esercizi di bella calligrafia sul tuo diario di viaggio
Lo Spirito è turbine, fuoco, non ghirigoro. La sua azione è tutt'altro che innocua. Scompiglia, lacera, graffia, prende d'infilata i tuoi diligenti foglietti, li disperde lontano. Sui tuoi taccuini lascia degli sbreghi, non dei punti esclamativi.
Allorché soffia il vento - e io l'ho provato nel Sahara -' ti si aggriccia la pelle, ti vien voglia di urlare, non di sospirare.
Siamo nel campo dello sconquasso più brutale, non dell'estetica. E alle viste un'azione di scasso.
Lo Spirito, quando fa irruzione nella nostra vita, non rispetta niente, trasforma ogni cosa manda all'aria l'ordine stabilito, sconvolge gli schemi che ci sono cari.
Il guaio è che noi, sovente, passiamo il nostro tempo a tamponare tutte le fessure attraverso le quali questo vento gagliardo potrebbe passare.
No. Non riesco proprio a immaginare lo Spirito Santo che compie svolazzi sulla mia testa.
Lo vedo, e lo temo - devo confessare - in atteggiamento rapace.
L'aquila, quando ha avvistato la preda, non distende le ali. Al contrario,
si appallottola, vien giù come un sasso, le zampe strette sotto la coda per fare l'aerodinamica.
Sentiamo la descrizione di un esperto: « L'aquila prima fa la picchiata, poi conclude l'attacco a volo radente; ma tutto avviene come se non passasse nessun tempo, il tempo fosse abolito. L'aquila non cala sulla preda, cala a una certa distanza da essa; la sua calata avviene in un lampo, l'aquila ripiega le ali e precipita, precipitando fa un sibilo come di una pallottola; se la preda ha il tempo di scorgerla, non ha quello di ricevere nel cervello quello che i suoi occhi hanno visto, e domandarsi che cos'è. Poi come un lampo radendo la terra giunge addosso, afferra... » (V. G. Rossi).
E quando si impenna tiene artigliata saldamente la vittima.
Oppure, ripenso all'immagine classica di san Girolamo: « Ascoltare la Parola significa tendere le vele al vento dello Spirito senza sapere a quali lidi approderemo ».
Una cosa sola so. Che quel vento non si limita a carezzare le vele. L'impatto è terribile. E se non mi aggrappo al parapetto, finisco in mare...
Quando è in azione lo Spirito-vento impetuoso, non hai neppure il tempo di domandarti che cos'è.
Ti rendi conto, semplicemente, che è accaduto qualcosa, per il fatto che vieni strappato via...
di A. Pronzato
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La forza di Colei che ha creduto (Lc 1,45)

Lo Spirito donato a Pentecoste è Spirito di fortezza.
Soffio potente che viene ad abitare la nostra debolezza rendendola spazio sacro della forza di Dio.
E la forza di Dio è l'amore.
Abitare in questo amore mediante il nostro affidarci a Lui ci rende solidi dentro.
Capaci di resistere oltre misura.
Resistere a che cosa?
Resistere alle avversità esterne, alle minacce, alle calunnie, resistere alle proprie paure ed incertezze, resistere ad ogni nemico esterno, certo... ma anche molto di più..
Resistere nella fede ai propri errori e alla propria leggerezza è più difficile.
L'autostima può anche rafforzarsi proprio grazie ai "nemici" esterni (ed è per questo che anche quando non ci sono spesso ce li inventiamo...), ma quando ti rendi conto dei danni fatti contro le tue stesse intenzioni per la tua leggerezza o per la mancanza di appropriata valutazione delle tue scelte può capitare di sentirti assalito dentro da squadre armate di rimorsi che ti attaccano al cuore e vorrebbero solo vederti morto... vorrebbero spazzare via ogni concetto positivo di te che ancora ti tiene in piedi e ti fa resistere nella complicata attraversata che questa vita è.
Maria di Nazareth.Beata.
Beata perché tu sei "Colei che ha creduto".
Contro ogni tua previsione ti sei trovata in situazioni impossibili. Umanamente ingestibili. Al di sopra delle tue forze di ragazza.
Dio ti ci ha messo, o così ha permesso.
E non ti ha detto come fare ad uscirne...
Ti ha fatto solo una promessa...
Che l'Amore in te avrebbe realizzato le sue vie, se solo tu gli avessi concesso la "via sacra" del tuo cuore.
E contro ogni umana sapienza sei stata "Colei che ha creduto all'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,145)
Hai creduto alla concretezza dell'Amore.
Hai creduto di essere amata, ma veramente!
E questo ha germogliato in te una solidità e una forza inspiegabili... che si irradiavano dal tuo silenzio e dal tuo sorriso... dal tuo non giustificarti davanti a Giuseppe, dal tuo lasciar fare a Dio... dal tuo non aver paura della tua debolezza e dei tuoi stessi errori (Lc 2,49).
Dal tuo stare sotto la croce di Lui.
Dal tuo essere cuore orante della Chiesa nascente.
Insegnami, o Maria, ad accogliere e vivere di questo Spirito di fortezza!
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Il vestito giusto per danzare la vita

Pentecoste è anche danza.
E danzare è semplicemente un bisogno dell'uomo.
Movimento, armonia, espressione dell'anima attraverso il librarsi leggero del corpo.
Liberare emozioni, cuore, vita e dare forma all'inesprimibile..
Non è successo forse tutto questo a Pentecoste, giorno benedetto che ha visto una ebbrezza sconosciuta irradiarsi nel mondo?
E' la scoperta esultante di aver rivestito finalmente la propria verità in questo mondo.Come un vestito che finalmente, sì, è proprio quello giusto per te, quello che non ti senti più neanche addosso, fa parte di te, esprime chi sei.
Il Dono di Dio, lo Spirito, promesso, invocato, accolto, è questo tutto ciò che ci manca per danzare finalmente i giorni di questa vita. Lui oggi riceviamo e ne godiamo.
Se solo ci sbarazzassimo di tutti quei cenci che ci portiamo addosso!
Nudità del nostro essere che temiamo, ma che è tanto necessario raggiungere per essere ri-vestiti di Lui!
Ah, e come è vero per chi ha fatto della danza la sua vita così per chi ha ritrovato se stesso trovando o lasciandosi trovare da Dio: per danzare non serve nemmeno la musica! Il ritmo te lo senti venire da dentro e piedi si muovono da soli... così ci dicono gli appassionati!
E del resto...
...è danzando al ritmo dello Spirito che sono venuti a noi i santi.
Liberi, leggeri, senza il peso della terra, ma con il peso di quella Gloria di Dio che ha plasmato le loro personalità e colorato di gioia i nostri orizzonti.
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Vento e Fuoco (II)

[...] Ma lo Spirito si presenta anche sotto forma di fuoco.
Il fuoco svolge una triplice azione di: illuminazione, calore, purificazione.
Il fuoco, però, tende a propagarsi. E’ fatto per appiccarsi. Non riesce a stare nei propri limiti..
«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).
Cristo è piuttosto impaziente a questo riguardo.
C'è bisogno, perciò, di qualcuno disposto a lasciarsi... incendiare.
Qualcuno che non abbia paura di scottarsi. Che non si mantenga a distanza di sicurezza.
Per favore, amico, non scambiare il tuo pigro tepore con il fuoco divorante dello Spirito.
Avvicinati a questo fuoco.
Unisci la tua fiammella a questo colossale incendio.
Acquista la sua incandescenza. Sopporta le sue temperature. Non buttarci sopra le ceneri della prudenza per tenerlo a bada.
Bruckberger osserva con crudele ironia che «i discorsi dei parroci non mancano no, di cuore. Ma è il loro cuore che emette suoni nasali!» Ciò si può dire anche di parecchi cristiani. E il guaio è dovuto al fatto che il loro cuore è protetto contro l'incendio dello Spirito dalle ceneri della paura, del calcolo, della «ragionevolezza», della timidezza.
Ci sono dei cuori che si difendono dal fuoco, lo circoscrivono, lo attenuano, cercano di limitarne i danni, invece di buttarvisi dentro.
Soprattutto, sii disponibile alla dolorosa azione purificatrice dello Spirito.
Il fuoco, per trasformare, deve liberare la materia da tutte le impurità, le scorie, le macchie.
Non c'è conversione senza cambiamento, e non c'è cambiamento senza purificazione, e non c'è purificazione indolore.
Non c'è trasfigurazione senza faticosa ascesi.
Devi affidarti al fuoco se vuoi che la tua vita acquisti trasparenza.
«Ciascuno sarà salato col fuoco...» (Mc 9,49).
Dunque. Sei disposto a non difenderti dal fuoco?
Accetti questo incendio di Dio nella tua vita?
Bada che, in questa prospettiva, possedere lo Spirito significa... maneggiare il fuoco. Significa diventare persone che non sono mai innocue, di fronte alle quali non si può restare indifferenti. Creature che lasciano il segno...
La familiarità col fuoco si esprime attraverso una fede contagiosa.
Devi essere luce, sale (il sale brucia, ha il fuoco dentro!), lievito.
Il tuo compito non è di rassicurare, ma di provocare.
Guai se ti riduci ad essere la camomilla, il benefico tranquillante di quanti ti avvicinano.
In tal caso la Pentecoste è una festa che non fa per te.
(A. Pronzato)
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Senza lo Spirito Santo...
SENZA LO SPIRITO SANTO, Dio è lontano,
il Cristo resta nel passato,
il Vangelo è lettera morta,
la Chiesa una semplice organizzazione,
l’autorità un dominio,
la missione una propaganda,
il culto una semplice evocazione,
e la condotta cristiana una morale da schiavi.
MA IN LUI, Dio è una sinergia indissolubile,
il cosmo viene risollevato e geme nel travaglio del Regno,
il Cristo risuscitato è vicino a noi,
il Vangelo diventa potenza di vita,
la Chiesa significa comunione trinitaria,
l’autorità un servizio liberatore,
la missione una Pentecoste,
la liturgia un memoriale e un’anticipazione,
l’agire umano viene deificato.
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Unire senza confondere, distinguere senza dividere

Sono parole che dicono bene il senso anche della separazione che avviene al momento in cui Gesù ascende al Cielo, sottraendosi a quel contatto visibile cui gli apostoli si erano ormai abituati:
Vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada... (Gv 16,7a)
Ma come? Come può essere un bene questa separazione?
Separazione da chi è ormai il senso della tua vita?
Ogni distacco per noi è non-senso, è quanto di più doloroso ci possa capitare.
Distacco da chi si ama, da chi si è riamati, da chi è sicurezza, affetto, dono di verità e presenza ricca di vita e significato.
Eppure...
Eppure l'amore nella sua verità, che è Dio, si è rivelato come Colui che per primo accetta, o subisce su di sé questa separazione. Necessaria per dare la vita. Perché sussista una libertà che possa liberamente scegliere, liberamente pensare ed amare...La creazione, se rileggiamo il libro della Genesi, avviene per successive separazioni: la luce dalle tenebre, le acque dalle acque, la terra dal mare...
Mi piace pensare soprattutto a questa immagine della massa azzurra delle acque che si ritirano perchè possa emergere qualcosa di totalmente diverso - la terra - e anche lì germogli la vita... ma non la vita che nasce e brulica nelle acque, ma una vita e forme di vita totalmente diverse... ma sempre vita.
Mi piace pensare a questa immagine come ad una figura di ciò che Dio ha fatto per me, per noi.
Egli si è ritirato perché io potessi emergere come persona libera, e liberamente, anche a tentoni, cercarLo, scoprirLo, amarLo... ma liberamente.
Se fosse brillato a me nel suo splendore di bellezza la mia libertà paradossalmente ne sarebbe stata schiacciata. L'avrei contemplato e basta e la mia personalità non sarebbe mai esistita.
Che grande questo Signore che umilmente si fa da parte, quasi scompare dalla creazione, perché essa possa esistere!
E la stessa cosa in fondo si ripete oggi, con la separazione dell'Ascensione.
Il Risorto ci ha affascinato con la sua gloria, i nostri cuori impazziscono di gioia quando lo possiamo stringere ed avere tutto per noi. I discepoli non cessano di fissare il cielo quando una nube lo sottrae infine al loro sguardo (cfr. At 1,9-10).
Eppure...
Vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada...
... perché se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore (Gv 16,7)
Questa separazione è amore. Anche questa separazione è amore che si rivela.
Amore che nella libertà che innalza ed esalta davanti a sè (la mia libertà) promette in realtà una comunione inimmaginabile.
Una comunione nella distinzione, una vera comunione di una profondità divina: avremo il Suo stesso Spirito che abiterà in noi! Una cosa sola in lui come Lui è una cosa sola con il Padre nell'unità di un solo Spirito d'amore.
Una cosa sola ma diversissimi. E questo è Dio.
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