
D. Bonhoeffer
Etica come conformazione

Passo dopo passo dietro a Gesù in ascolto della Parola


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Questo è « il giorno » per eccellenza.
Il giorno che ha fatto il Signore.
Gli altri giorni li abbiamo fatti noi. Sono opera nostra. I giorni del tradimento, dell'abbandono, della fuga, del rinnegamento, dell'odio, della vigliaccheria, del peccato, li abbiamo inventati noi. Fanno parte del nostro « vecchio » calendario.
Oggi, invece, è il giorno creato dal Signore.
E il primo mattino del mondo.
E un giorno « nuovo ».
E il giorno che inaugura un mondo nuovo.
E il primo giorno della nuova creazione.
Noi abbiamo inventato le tenebre. Lui ci offre la luce.
Noi abbiamo accumulato sozzure. Lui ci inonda di acqua purificatrice.
Noi abbiamo cercato la morte, lavoriamo per la morte. Lui ci regala la vita.
Noi ci siamo specializzati nel combinare guai, nel rovinare ogni cosa. Lui ha provveduto a « rifare », a proprie spese, tutto da capo.
Noi abbiamo fabbricato l'odio. Lui ha risposto con l'ostinazione dell'amore e del perdono.
Noi abbiamo scelto il peccato. Lui ha reagito con la miserizordia.
Noi l'abbiamo condannato. Lui ci ha « graziati ».
Questo è il giorno del « passaggio ».
Passaggio dall'uomo vecchio all'uomo nuovo.
Traslochiamo dal mondo vecchio a un mondo nuovo.
« Cristo, nostra Pasqua... » (1 Cor 5, 7).
Pasqua viene tradotta abitualmente con « passaggio ».
Ora, Cristo è il nostro « passaggio ».
In Lui passiamo da uno stato di separazione a un rapporto di comunione. Da una situazione di morte alla vita.
La pietra tombale è quella che ci murava nel nostro mondo vecchio, fatiscente, inabitabile. Lo stesso mondo decrepito, soffocante, in cui siamo rimasti imprigionati.
Cristo ha scaraventato lontano quel masso.
E noi siamo usciti con Lui fuori dalla prigione.
Lui ci ha fatti passare nel mondo nuovo della libertà. Ci ha fatto sgomberare dal « paese della schiavitù », per introdurci nella Terra Promessa.
Ci ha strappato alla nostra miserabile contabilità per spintonarci nel mondo della gratuità.
Attraverso questo « passaggio » siamo usciti dalla cella oscura, e a stento gli occhi riescono a sopportare la luce che ci viene incontro quando ci affacciamo fuori.
Cristo, oggi, ci offre il « suo » giorno.
Ci consegna un mondo nuovo.
E l'unica raccomandazione è quella di non tornare indietro. Neppure per recuperare le nostre povere carabattole.
Dobbiamo tagliare i ponti col vecchio, con l'odio, con le divisioni.
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Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà» .
Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà» .
Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno» .
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?» .
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» .
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama» . Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là» . Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» .
Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:
«Dove l'avete posto?» . Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» . (cfr. Gv 11).
(Di Al. Pronzato)
[...] Mentre si avvia al sepolcro, «Gesù scoppiò in pianto».
Direi che mi bastano queste lacrime, questo pianto dirotto. Un Dio che piange la morte dell'amico, che non nasconde i propri sentimenti, che non si vergogna di apparire umano, mi convince quanto il Dio che richiama in vita colui che è morto da quattro giorni. Per me, anche quelle lacrime sono un grande miracolo.
«Vedi come lo amava», commentano alcuni dei presenti.
E poco importa che altri stiano a cavillare, in base a un atteggiamento ostile pregiudiziale nei suoi confronti: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse?» In fondo, questi ultimi rendono omaggio all'umanità di Gesù. Dubitano del suo potere soprannaturale, ma non possono contestare il valore e il significato di quelle lacrime.
E poco prima, di fronte al pianto dell'altra sorella, Maria, e degli amici che la attorniavano, Gesù «si commosse profondamente, si turbò...» Due verbi che rendono il Maestro assai vicino alle nostre angosce, al nostro sgomento di fronte al dolore, alla nostra protesta contro la morte.
Neppure il Cristo è d'accordo con il male, non accetta a occhi asciutti il sepolcro. Neppure lui si rassegna facilmente alle separazioni più brutali.
Da un Dio che ama in quella maniera « tanto umana », c'è da aspettarsi di tutto in favore dell'uomo.
Al sepolcro Gesù si avvia non come un essere al di sopra delle debolezze dei comuni mortali, ma «profondamente commosso».
Ed è soltanto dopo essere stato in comunione con la nostra debolezza, che ritrova il tono imperioso del comando:
- Togliete la pietra!
- Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro giorni - gli fa osservare Marta.
Il fetore che esala dal cadavere non è un particolare macabro. Vi si può cogliere un significato teologico.
F l'artefice divino che si ritrova di fronte al proprio capolavoro deturpato, all'uomo che ha scelto la degradazione, la morte, il peccato, dal momento che si è sottratto alla «conversazione col proprio Creatore», ha rifiutato l'amore.
Nel racconto della Genesi troviamo il compiacimento: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (oppure: bella)» (Gn 1,31).
Qui: «Manda cattivo odore».
Sono i due poli estremi. È l'itinerario percorso dall'uomo lungo la strada della fuga, della disobbedienza. Dagli spazi smisurati dell'Eden alla prigione del sepolcro.
Ma seguiamo la conclusione della narrazione: «Gesù gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!" Il morto esce, con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto coperto da un sudario».
Quel grido imperioso è rivolto a ciascuno di noi. Cristo non si rassegna ai nostri sepolcri, alla nostra coabitazione con la morte, alle nostre scelte di morte. Lui ci provoca, ossia, letteralmente, ci «chiama fuori». Fuori della prigione in cui ci rinchiudiamo volontariamente, accontentandoci di una vita fittizia, impoverita di ideali, di slanci, spoglia dei veri valori. Fuori dagli orizzonti soffocanti. Fuori dalle dimensioni «riduttrici» della nostra grandezza più autentica.
Quella voce ci impone di camminare, spezzando le «bende»in cui ci siamo avvolti oppure che gli altri ci hanno cucito addosso.
La risurrezione comincia quando, ubbidendo a quel comando, decidiamo di uscire alla luce, alla vita.
Quando permettiamo al nostro essere più autentico - finora confinato nel sepolcro delle nostre paure - di uscir fuori allo scoperto.
Quando dalla nostra faccia cadono le maschere e ritroviamo il coraggio del nostro volto «originale».
E intollerabile, per Cristo, che noi fissiamo la nostra dimora in un sepolcro-prigione, prima ancora di aver assaporato il gusto della vita.
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Stasera vorrei condividere alcuni pensieri del card. Carlo M. Martini che oggi ho avuto modo di leggere. Si riferiscono all'esperienza dell'apostolo Paolo, ma riguardano anche quello che diceva A. Pronzato sul dono della pace. Un regalo del Risorto, un tesoro da accogliere, vivere e difendere...
tremmo pensare che parli senza esperienza.
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Gesù si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! » (Gv 20, 19‑31)
Pace è il nome della Risurrezione.
Cristo, quando appare ai suoi amici, usa il termine Shalom, che era saluto familiare per ogni israelita, un'espressione augurale.
La pace era dono di Yhwh e, più che un vocabolo, era un concetto religioso.
Lo stato di pace, in una persona, indicava una condizione di benessere, con un'accentuazione in senso materiale, realizzabile soltanto attraverso un'intima comunione con Yhwh.
Il risorto, dunque, augura la pace.
E si tratta, beninteso, della sua pace.
Fermiamoci a considerare questa pace che dobbiamo possedere in noi stessi, per poterla irradiare sugli altri e diventare così – per usare il linguaggio delle Beatitudini ‑ « operatori di pace ».
Come per la gioia, anche per la pace si può dire che ne esistano in commercio due tipi.
Quella nostra e quella che ci danno gli altri.
La prima ha caratteristiche di inalterabilità. L'altra è all'insegna della precarietà e provvisorietà.
Mi spiego con un esempio. Ho assistito personalmente a questa scenetta.
Paolo è un simpatico bambino. Un giorno decide di costruire, nel proprio cortile, una capanna. Convoca i compagni di gioco e tutti s'impegnano a collaborare all'impresa. Chi porta i pali, chi una tenda, chi una sedia, chi una stuoia, chi un vaso, chi uno specchio.
La faccenda regge per alcune settimane. Un pomeriggio i ragazzi bisticciano con Paolo. « Se non ci fosse il mio cortile... », si fa forte lui. «Ma noi abbiamo messo tutto il resto», protestano gli altri. Al termine dell'acceso litigio, ognuno ritira ciò che aveva offerto per la costruzione della capanna. Ognuno recupera precipitosamente e riporta a casa il proprio pezzo. Tutto si sfascia in un attimo. E Paolo rimane col suo cortile vuoto e una scopa!
Ecco. Il problema sta tutto qui. Con quali materiali abbiamo costruito la nostra pace?
Quando qualcuno, in confessionale, si lamenta:
‑ Padre, mi hanno fatto perdere la pace...
Io rispondo:
‑ Se gliel'hanno portata via gli altri, è perché la pace non era sua. Gli altri si sono limitati a riprendersi ciò che avevano prestato... Erano nel loro diritto.
Troppe volte la nostra pace è costruita con materiali che non ci appartengono. Qualcuno ci dà un briciolo di stima, un altro ci offre un po' di simpatia, altri ancora un pizzico di apprezzamento per il nostro lavoro, una dichiarazione di accordo con le nostre idee, un complimento, un elogio.
E noi stiamo in pace nella nostra capanna. Tutto fila alla perfezione.
Non abbiamo il coraggio di riconoscere che quella costruzione è tenuta insieme da materiali d'accatto.
Che la nostra pace dipende, in realtà, da ciò che hanno messo gli altri.
Poi, un giorno, succede un piccolo o grosso incidente. Qualcuno ritira il suo pezzo (uno sgarbo, un'incomprensione, un'osservazione ingiusta, un'indelicatezza, una malignità, un'interpretazione malevola di una nostra azione). E la nostra pace si sfascia.
Naturale. Non era nostra.
Abbiamo perso, semplicemente, ciò che non ci apparteneva.
La pace che non è nostra dura finché tutto va bene.
La pace nostra, invece, dura anche quando tutto va a rotoli.
« Non ho più la pace... »
Non l'hai mai posseduta veramente.
Quella che avevi era esposta alle intemperie, alle variazioni meteorologiche, ai capricci altrui, agli umori mutevoli delle persone che ti stanno accanto.
Perché la pace sia nostra, occorre riceverla in dono dal Cristo. Lui ci dà la sua pace. E non se la riprende più. Ci appartiene.
Teniamo presente, però, secondo l'invito di uno studioso ‑ P. Ricca ‑ le caratteristiche fondamentali di questa sua pace che può diventare nostra, se l’amiamo, se la accettiamo.
È una spada che taglia, divide, spezza certi legami. Per cui la sua pace rappresenta la crisi, e forse la fine della nostra pace.
È una pace militante. «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Non possiamo separare questo fuoco dalla sua pace. Non si tratta dunque di una pace tiepida, ma di una pace che brucia, lascia il segno sulla carne. La pace evangelica chiama al combattimento più che al riposo. Non è un punto di partenza, ma di arrivo.
È una pace diversa. Esclude la paura, scaturisce dalla logica dell'andare oltre, dalla capacità di andare controcorrente.
È, infine, una pace crocifissa. Colui che è la nostra pace, è anche Colui che è stato tradito, arrestato, consegnato, giudicato, condannato a morte, crocifisso. Ossia, la sua è una pace rifiutata. Non è la pace trionfante, come la « pax romana ».
Se questa pace ancor oggi viene annunciata, proclamata, vissuta, ciò è dovuto al fatto che Dio ha risuscitato il Crocifisso. Perciò è ancora presente e operante in mezzo a noi.
La pace che ci dona il Cristo si colloca al centro, nelle profondità del nostro essere, non si appiccica semplicemente alla pelle, col rischio di vederla sparire alla minima bava di vento contrario.
Lui è la nostra pace.
Accogliere la pace di Cristo significa accogliere
In tal caso, soltanto noi possiamo perdere questa pace. Sbarazzandoci dell'Ospite. Oppure, che è lo stesso, costringendolo a coabitazioni sgradevoli.
La pace, più che una conquista, è una scelta.
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Prima di cantare alleluia, rimango ancora in silenzio in questo buio mattino di Pasqua. Sono le 3 e sento che c'è bisogno di non disturbare questo nuovo giorno ancora in fasce. Richiede discrezione, attenzione, premura. E' come prendere in braccio una vita appena sbocciata.Una cosa nuova! Tu Signore, tu solo puoi fare qualcosa di radicalmente nuovo, di mai visto. Spezzare il già-visto che ha reso il nostro cuore duro come la pietra, inattaccabile dagli abbordaggi della Speranza. E allora la Parola insiste:
Essa già germoglia, non ve ne accorgete?
Non mi sto accorgendo di cosa? Che guardando dentro le ferite di questa terra riarsa si scorge un nuovo colore. Il colore della vita! Vita che germoglia, comincia a farsi spazio lì dove non era possibile che il regno della morte! Che il deserto possa davvero rifiorire?
Sì! Aprirò nel deserto una strada, farò scorrere fiumi nella solitudine! Mi glorificheranno le bestie selvatiche, gli sciacalli e gli struzzi, perché immetterò acqua nel deserto e fiumi nella steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Improvvisamente gli occhi si aprono. Stupore! Posso ora seguire il Cristo con lo sguardo dentro quell'abisso che prima me lo aveva nascosto, inghiottito.
Quel grido di dolore con cui spirava nell'assurdo adesso lo avverto come uragano che si abbatte sull'impero della morte.
Non un povero condannato ora vedo, ma un re possente i cui piedi calpestano le porte degli inferi, le cui braccia spezzano tutti i catenacci infernali e ne dischiudono tutte le serrature. Esse giacciono al suolo infrante, aperte.
La discesa agli inferi del Re della gloria ne spalanca tutti i sepolcri, ne fa
uscire gli uomini prigionieri. Tutti gli uomini schiavi del peccato e della morte, rappresentati da Adamo ed Eva, sono afferrati saldamente dalle mani del Cristo. Raggiunti nel loro abisso da questa terrificante discesa nelle loro tenebre ne partecipano ora alla vertiginosa ascesa verso il Padre della vita, nella gloria indicibile della Resurrezione.
Resurrezione!
Adesso questa parola comincia ad assumere forma e corpo! La mia croce, il mio deserto non è più lo stesso ora. Ne sono certissimo. Non avevo mai scorto questo germoglio di vita, questo Dio che non ti salva dalla morte, ma nella morte stessa, quando umanamente tu diresti la parola fine.
Acqua sgorga in mezzo a questa aridità spietata. Fiotti di vita, sprizzi di speranza, gorgoglìo di freschezza. Gratitudine. Gratitudine che non ti farebbe barattare un solo attimo dei deserti che hai vissuto per nessuna cosa al mondo.
Ora sai. Ora sei certo. Ancora non osi gridarlo alleluia...
Ancora vuoi assaporare in silenzio questa Vita, che insieme anche alle tue lacrime adesso fa fiorire il deserto...
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