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Il Cristo crocifisso e risorto

giovedì 1 aprile 2010 alle 23:57



Ove si riconosce
che la potenza della morte è infranta,
ove il miracolo della resurrezione
e della vita nuova
splende in mezzo
al mondo di morte,
lì non si pretendono dalla vita cose eterne,
lì si prende dalla vita quanto essa dà,
non il tutto o il nulla,
bensì il bene e il male,
le cose importanti
e quelle meno,
la gioia e il dolore,
lì non ci si aggrappa convulsamente
alla vita, ma neppure la si getta via
spensieratamente.
E si attende
l'uomo nuovo
e il mondo nuovo
solo al di là
della morte,
dalla potenza
che l'ha vinta.
Il Cristo risorto
porta la nuova umanità in sè, l'ultimo glorioso
sì di Dio
all'uomo nuovo.

D. Bonhoeffer
Etica come conformazione



Questo è il giorno che ha fatto il Signore!

domenica 23 marzo 2008 alle 15:09

Questo è « il giorno » per eccellenza.

Il giorno che ha fatto il Signore.

Gli altri giorni li abbiamo fatti noi. Sono opera nostra. I giorni del tradimento, dell'abbandono, della fuga, del rinne­gamento, dell'odio, della vigliaccheria, del peccato, li abbiamo in­ventati noi. Fanno parte del nostro « vecchio » calendario.

Oggi, invece, è il giorno creato dal Signore.

E il primo mattino del mondo.

E un giorno « nuovo ».

E il giorno che inaugura un mondo nuovo.

E il primo giorno della nuova creazione.

Noi abbiamo inventato le tenebre. Lui ci offre la luce.

Noi abbiamo accumulato sozzure. Lui ci inonda di acqua pu­rificatrice.

Noi abbiamo cercato la morte, lavoriamo per la morte. Lui ci regala la vita.

Noi ci siamo specializzati nel combinare guai, nel rovinare ogni cosa. Lui ha provveduto a « rifare », a proprie spese, tutto da capo.

Noi abbiamo fabbricato l'odio. Lui ha risposto con l'ostinazio­ne dell'amore e del perdono.

Noi abbiamo scelto il peccato. Lui ha reagito con la miseri­zordia.

Noi l'abbiamo condannato. Lui ci ha « graziati ».

Questo è il giorno del « passaggio ».

Passaggio dall'uomo vecchio all'uomo nuovo.

Traslochiamo dal mondo vecchio a un mondo nuovo.

« Cristo, nostra Pasqua... » (1 Cor 5, 7).

Pasqua viene tradotta abitualmente con « passaggio ».

Ora, Cristo è il nostro « passaggio ».

In Lui passiamo da uno stato di separazione a un rapporto di comunione. Da una situazione di morte alla vita.

La pietra tombale è quella che ci murava nel nostro mondo vecchio, fatiscente, inabitabile. Lo stesso mondo decrepito, soffo­cante, in cui siamo rimasti imprigionati.

Cristo ha scaraventato lontano quel masso.

E noi siamo usciti con Lui fuori dalla prigione.

Lui ci ha fatti passare nel mondo nuovo della libertà. Ci ha fatto sgomberare dal « paese della schiavitù », per intro­durci nella Terra Promessa.

Ci ha strappato alla nostra miserabile contabilità per spinto­narci nel mondo della gratuità.

Attraverso questo « passaggio » siamo usciti dalla cella oscura, e a stento gli occhi riescono a sopportare la luce che ci viene in­contro quando ci affacciamo fuori.

Cristo, oggi, ci offre il « suo » giorno.

Ci consegna un mondo nuovo.

E l'unica raccomandazione è quella di non tornare indietro. Neppure per recuperare le nostre povere carabattole.

Dobbiamo tagliare i ponti col vecchio, con l'odio, con le di­visioni.

(A. Pronzato)

Dio non è d'accordo con la morte

domenica 9 marzo 2008 alle 11:24

Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà» .
Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà» .
Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno» .
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?» .
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» .
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama» . Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là» . Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» .
Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:
«Dove l'avete posto?» . Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» . (cfr. Gv 11).




(Di Al. Pronzato)

[...] Mentre si avvia al sepolcro, «Gesù scoppiò in pianto».

Direi che mi bastano queste lacrime, questo pianto dirotto. Un Dio che piange la morte dell'amico, che non nasconde i propri sentimenti, che non si vergogna di apparire umano, mi convince quanto il Dio che richiama in vita colui che è morto da quattro giorni. Per me, anche quelle lacrime sono un grande miracolo.

«Vedi come lo amava», commentano alcuni dei presenti.

E poco importa che altri stiano a cavillare, in base a un atteg­giamento ostile pregiudiziale nei suoi confronti: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non moris­se?» In fondo, questi ultimi rendono omaggio all'umanità di Gesù. Dubitano del suo potere soprannaturale, ma non possono con­testare il valore e il significato di quelle lacrime.

E poco prima, di fronte al pianto dell'altra sorella, Maria, e degli amici che la attorniavano, Gesù «si commosse profonda­mente, si turbò...» Due verbi che rendono il Maestro assai vicino alle nostre angosce, al nostro sgomento di fronte al dolore, alla nostra protesta contro la morte.

Neppure il Cristo è d'accordo con il male, non accetta a occhi asciutti il sepolcro. Neppure lui si rassegna facilmente alle separa­zioni più brutali.

Da un Dio che ama in quella maniera « tanto umana », c'è da aspettarsi di tutto in favore dell'uomo.

Al sepolcro Gesù si avvia non come un essere al di sopra delle debolezze dei comuni mortali, ma «profondamente commosso».

Ed è soltanto dopo essere stato in comunione con la nostra de­bolezza, che ritrova il tono imperioso del comando:

- Togliete la pietra!

- Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro gior­ni - gli fa osservare Marta.

Il fetore che esala dal cadavere non è un particolare macabro. Vi si può cogliere un significato teologico.

F l'artefice divino che si ritrova di fronte al proprio capolavoro deturpato, all'uomo che ha scelto la degradazione, la morte, il pec­cato, dal momento che si è sottratto alla «conversazione col pro­prio Creatore», ha rifiutato l'amore.

Nel racconto della Genesi troviamo il compiacimento: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (oppure: bella)» (Gn 1,31).

Qui: «Manda cattivo odore».

Sono i due poli estremi. È l'itinerario percorso dall'uomo lungo la strada della fuga, della disobbedienza. Dagli spazi smisurati del­l'Eden alla prigione del sepolcro.

Ma seguiamo la conclusione della narrazione: «Gesù gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!" Il morto esce, con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto coperto da un sudario».

Quel grido imperioso è rivolto a ciascuno di noi. Cristo non si rassegna ai nostri sepolcri, alla nostra coabitazione con la morte, alle nostre scelte di morte. Lui ci provoca, ossia, letteralmente, ci «chiama fuori». Fuori della prigione in cui ci rinchiudiamo volon­tariamente, accontentandoci di una vita fittizia, impoverita di ideali, di slanci, spoglia dei veri valori. Fuori dagli orizzonti soffocanti. Fuori dalle dimensioni «riduttrici» della nostra grandezza più autentica.

Quella voce ci impone di camminare, spezzando le «bende»in cui ci siamo avvolti oppure che gli altri ci hanno cucito addosso.

La risurrezione comincia quando, ubbidendo a quel comando, decidiamo di uscire alla luce, alla vita.

Quando permettiamo al nostro essere più autentico - finora confinato nel sepolcro delle nostre paure - di uscir fuori allo scoperto.

Quando dalla nostra faccia cadono le maschere e ritroviamo il coraggio del nostro volto «originale».

E intollerabile, per Cristo, che noi fissiamo la nostra dimora in un sepolcro-prigione, prima ancora di aver assaporato il gusto della vita.

Pace minacciata

lunedì 16 aprile 2007 alle 19:17
Stasera vorrei condividere alcuni pensieri del card. Carlo M. Martini che oggi ho avuto modo di leggere. Si riferiscono all'esperienza dell'apostolo Paolo, ma riguardano anche quello che diceva A. Pronzato sul dono della pace. Un regalo del Risorto, un tesoro da accogliere, vivere e difendere...


Innanzi tutto dobbiamo riconoscerci estremamente fragili, suscettibili di essere tentati, forse anche in cose da poco e di dover passare per questi momenti difficili.
Il senso della fragilità è importante perché, altrimenti, rischiamo di parlare di queste cose con facilità, e quando ci troviamo a viverle reagiamo in modo del tutto contrario, cambiando, per così dire, mondo e linguaggio.
La coscienza della nostra fragilità ci permette di collegare meglio ciò che leggiamo con ciò che in realtà viviamo"[...]

L'esistenza cristiana è una prova non da poco perché ci mette di fronte ad un avversario implacabile che continuamente torna ad attaccarci.
Quando consideriamo la realtà quotidiana, le cose semplici di ogni giorno, questo linguaggio ci sembra eccessivo; ma se andiamo più a fondo nella nostra storia, nella storia degli altri uomini, nelle prove dolorosissime che la gente vive, nei problemi che portano all'angoscia e alla disperazione, allora vediamo molto più chiaramente che il nemico dell'uomo è all'opera.
Esso cerca in tutte le maniere pià semplici, più coperte, più subdole, di portare ciascuno di noi a mancare di fede e di speranza, suggerendoci una visione rassegnata della vita, senza la luce interpretativa del piano salvifico di Dio.
Continuamente vuole distruggere la scintilla della fede che ci permette di vedere tutto come cammino di Dio in noi e cammino nostro verso di Lui. [...].

Dice l'apostolo Paolo:

Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze perchè sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,3-5).

Se queste parole fossero dette da un neoconvertito ai primi inizi dell'entusiasmo, potremmo pensare che parli senza esperienza.

Dette da un missionario che ha vissuto 20 anni di prove, acquistano un suono diverso e ci fanno profondamente riflettere.

Nessuno sforzo umano può giungere a questo atteggiamento: è la carità di Dio diffusa nei nostri cuori per lo Spirito che ci è dato.

La trasfigurazione di Paolo è, ancora una volta, la forza del Risorto che entra nella sua debolezza e vive in lui.

Cristo ci regala la sua pace

domenica 15 aprile 2007 alle 11:07
Una bella riflessione di Alessandro Pronzato...

Gesù si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! » (Gv 20, 19‑31)

Pace è il nome della Risurrezione.

Cristo, quando appare ai suoi amici, usa il termine Shalom, che era saluto familiare per ogni israelita, un'espressione augurale.

La pace era dono di Yhwh e, più che un vocabolo, era un concetto religioso.

Lo stato di pace, in una persona, indicava una condizione di benessere, con un'accentuazione in senso materiale, realizzabile soltanto attraverso un'intima comunione con Yhwh.

Il risorto, dunque, augura la pace.

E si tratta, beninteso, della sua pace.

Fermiamoci a considerare questa pace che dobbiamo possedere in noi stessi, per poterla irradiare sugli altri e diventare così – per usare il linguaggio delle Beatitudini ‑ « operatori di pace ».

Come per la gioia, anche per la pace si può dire che ne esistano in commercio due tipi.

Quella nostra e quella che ci danno gli altri.

La prima ha caratteristiche di inalterabilità. L'altra è all'inse­gna della precarietà e provvisorietà.

Mi spiego con un esempio. Ho assistito personalmente a que­sta scenetta.

Paolo è un simpatico bambino. Un giorno decide di costruire, nel proprio cortile, una capanna. Convoca i compagni di gioco e tutti s'impegnano a collaborare all'impresa. Chi porta i pali, chi una tenda, chi una sedia, chi una stuoia, chi un vaso, chi uno spec­chio.

La faccenda regge per alcune settimane. Un pomeriggio i ra­gazzi bisticciano con Paolo. « Se non ci fosse il mio cortile... », si fa forte lui. «Ma noi abbiamo messo tutto il resto», protestano gli altri. Al termine dell'acceso litigio, ognuno ritira ciò che aveva offerto per la costruzione della capanna. Ognuno recupera precipitosamente e riporta a casa il proprio pezzo. Tutto si sfascia in un attimo. E Paolo rimane col suo cortile vuoto e una scopa!

Ecco. Il problema sta tutto qui. Con quali materiali abbiamo costruito la nostra pace?

Quando qualcuno, in confessionale, si lamenta:

‑ Padre, mi hanno fatto perdere la pace...

Io rispondo:

‑ Se gliel'hanno portata via gli altri, è perché la pace non era sua. Gli altri si sono limitati a riprendersi ciò che avevano pre­stato... Erano nel loro diritto.

Troppe volte la nostra pace è costruita con materiali che non ci appartengono. Qualcuno ci dà un briciolo di stima, un altro ci offre un po' di simpatia, altri ancora un pizzico di apprezzamento per il nostro lavoro, una dichiarazione di accordo con le nostre idee, un complimento, un elogio.

E noi stiamo in pace nella nostra capanna. Tutto fila alla per­fezione.

Non abbiamo il coraggio di riconoscere che quella costruzione è tenuta insieme da materiali d'accatto.

Che la nostra pace dipende, in realtà, da ciò che hanno messo gli altri.

Poi, un giorno, succede un piccolo o grosso incidente. Qualcuno ritira il suo pezzo (uno sgarbo, un'incomprensione, un'osservazione ingiusta, un'indelicatezza, una malignità, un'interpretazione male­vola di una nostra azione). E la nostra pace si sfascia.

Naturale. Non era nostra.

Abbiamo perso, semplicemente, ciò che non ci apparteneva.

La pace che non è nostra dura finché tutto va bene.

La pace nostra, invece, dura anche quando tutto va a rotoli.

« Non ho più la pace... »

Non l'hai mai posseduta veramente.

Quella che avevi era esposta alle intemperie, alle variazioni me­teorologiche, ai capricci altrui, agli umori mutevoli delle persone che ti stanno accanto.

Perché la pace sia nostra, occorre riceverla in dono dal Cristo. Lui ci dà la sua pace. E non se la riprende più. Ci appartiene.

Teniamo presente, però, secondo l'invito di uno studioso ‑ P. Ricca ‑ le caratteristiche fondamentali di questa sua pace che può diventare nostra, se l’amiamo, se la accettiamo.

È una spada che taglia, divide, spezza certi legami. Per cui la sua pace rappresenta la crisi, e forse la fine della nostra pace.

È una pace militante. «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Non possiamo separare questo fuoco dalla sua pace. Non si tratta dun­que di una pace tiepida, ma di una pace che brucia, lascia il segno sulla carne. La pace evangelica chiama al combattimento più che al riposo. Non è un punto di partenza, ma di arrivo.

È una pace diversa. Esclude la paura, scaturisce dalla logica dell'andare oltre, dalla capacità di andare controcorrente.

È, infine, una pace crocifissa. Colui che è la nostra pace, è an­che Colui che è stato tradito, arrestato, consegnato, giudicato, con­dannato a morte, crocifisso. Ossia, la sua è una pace rifiutata. Non è la pace trionfante, come la « pax romana ».

Se questa pace ancor oggi viene annunciata, proclamata, vis­suta, ciò è dovuto al fatto che Dio ha risuscitato il Crocifisso. Per­ciò è ancora presente e operante in mezzo a noi.

La pace che ci dona il Cristo si colloca al centro, nelle profon­dità del nostro essere, non si appiccica semplicemente alla pelle, col rischio di vederla sparire alla minima bava di vento contrario.

Lui è la nostra pace.

Accogliere la pace di Cristo significa accogliere la sua Persona, non soltanto un dono «staccato». La pace è la conseguenza ne­cessaria del dono fondamentale della sua Persona, ed è il segno più evidente che abbiamo spalancato le porte al Cristo.

In tal caso, soltanto noi possiamo perdere questa pace. Sba­razzandoci dell'Ospite. Oppure, che è lo stesso, costringendolo a coabitazioni sgradevoli.

La pace, più che una conquista, è una scelta.

Nel silenzio del deserto è infine sbocciata la vita

domenica 8 aprile 2007 alle 04:10
Ecco, io faccio una cosa nuova!
Essa già germoglia, non ve ne accorgete?
Sì! Aprirò nel deserto una strada,
farò scorrere fiumi nella solitudine!
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
gli sciacalli e gli struzzi,
perché immetterò acqua nel deserto
e fiumi nella steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
(Is 43,19-20)



Prima di cantare alleluia, rimango ancora in silenzio in questo buio mattino di Pasqua. Sono le 3 e sento che c'è bisogno di non disturbare questo nuovo giorno ancora in fasce. Richiede discrezione, attenzione, premura. E' come prendere in braccio una vita appena sbocciata.


Prima di cantare alleluia e per cantarlo in verità, voglio rendermi ben conto di quello che è successo... se ci credo davvero. Altrimenti è meglio tacere. E' più onesto rimanere realisticamente freddi come gli apostoli all'annucio delle donne tornate vocianti dal sepolcro del Crocifisso. Del resto quello che sperimentiamo più spesso è la concretezza della morte, l'angoscia della disfatta, la disillusione delle speranze... e l'incertezza del futuro o i graffi al cuore della solitudine, preludio della morte come solitudine assoluta...


Resurrezione?

Una parola che può essere detta e ascoltata ma difficile da capire (cfr. Mc 9,10).

Eppure voglio fare come Pietro e Giovanni, e senza dire parole correre verso quella tomba. E lì dentro scendere, guardare di nuovo in faccia il deserto della morte, il deserto che è la morte.

Dentro questo deserto ho visto accasciarsi stremato il Figlio di Dio, prostrato dal dolore, immerso nella notte. Come ogni Figlio dell'Uomo, come me, come te. E vedendo Lui così, il mio fratello, ogni mia sorella, l'angoscia ha attanagliato il mio cuore. Questa vita che a volte sembra così difficile, assurda, ingannevole. E ho compatito il Cristo-fratello compatendo in fondo me stesso, osservando magari da lontano (cfr. Mc 15,40) il suo combattimento, la sua solitaria agonia.

Sì, solitaria, perchè il dolore dell'altro è irraggiungibile il più delle volte.

Puoi solo dire che forse hai sperimentato o creduto di sperimentare qualcosa di simile... forse...


E infatti l'ho accompagnato solo per un breve tratto... fino all'orlo di quell'abisso tenebroso che è la morte. Laggiù l'ho visto precipitare, cadere in un grido di dolore (cfr. Mc 15,37).

Era troppo! E mi sono voltato indietro... sono ritornato a casa. Con la fretta di dimenticare, di non pensare. E ora invece mi ritrovo qui, a passare la mano su questa ruvida e fredda pietra su cui era deposto il suo Corpo. Mi ritrovo a spingere la vista avanti verso l'orizzonte di questo deserto... mi ritrovo a cercare ai miei piedi, vicino a me, dei segni di qualcosa di nuovo...

Mi spinge a questo inusitato movimento una parola che adesso ritorna nel cuore, come non abbia secoli e lingua straniera. Come avesse il sapore di una familiarità amorosa, di un sussurro intimo.


Ecco, io faccio una cosa nuova!

Una cosa nuova! Tu Signore, tu solo puoi fare qualcosa di radicalmente nuovo, di mai visto. Spezzare il già-visto che ha reso il nostro cuore duro come la pietra, inattaccabile dagli abbordaggi della Speranza. E allora la Parola insiste:


Essa già germoglia, non ve ne accorgete?


Non mi sto accorgendo di cosa? Che guardando dentro le ferite di questa terra riarsa si scorge un nuovo colore. Il colore della vita! Vita che germoglia, comincia a farsi spazio lì dove non era possibile che il regno della morte! Che il deserto possa davvero rifiorire?


Sì! Aprirò nel deserto una strada, farò scorrere fiumi nella solitudine! Mi glorificheranno le bestie selvatiche, gli sciacalli e gli struzzi, perché immetterò acqua nel deserto e fiumi nella steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto.


Improvvisamente gli occhi si aprono. Stupore! Posso ora seguire il Cristo con lo sguardo dentro quell'abisso che prima me lo aveva nascosto, inghiottito.


Quel grido di dolore con cui spirava nell'assurdo adesso lo avverto come uragano che si abbatte sull'impero della morte.


Non un povero condannato ora vedo, ma un re possente i cui piedi calpestano le porte degli inferi, le cui braccia spezzano tutti i catenacci infernali e ne dischiudono tutte le serrature. Esse giacciono al suolo infrante, aperte.


La discesa agli inferi del Re della gloria ne spalanca tutti i sepolcri, ne fa uscire gli uomini prigionieri. Tutti gli uomini schiavi del peccato e della morte, rappresentati da Adamo ed Eva, sono afferrati saldamente dalle mani del Cristo. Raggiunti nel loro abisso da questa terrificante discesa nelle loro tenebre ne partecipano ora alla vertiginosa ascesa verso il Padre della vita, nella gloria indicibile della Resurrezione.


Resurrezione!


Adesso questa parola comincia ad assumere forma e corpo! La mia croce, il mio deserto non è più lo stesso ora. Ne sono certissimo. Non avevo mai scorto questo germoglio di vita, questo Dio che non ti salva dalla morte, ma nella morte stessa, quando umanamente tu diresti la parola fine.


Acqua sgorga in mezzo a questa aridità spietata. Fiotti di vita, sprizzi di speranza, gorgoglìo di freschezza. Gratitudine. Gratitudine che non ti farebbe barattare un solo attimo dei deserti che hai vissuto per nessuna cosa al mondo.


Ora sai. Ora sei certo. Ancora non osi gridarlo alleluia...


Ancora vuoi assaporare in silenzio questa Vita, che insieme anche alle tue lacrime adesso fa fiorire il deserto...


 













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