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Il Testamento di San Francesco

giovedì 19 novembre 2009 alle 11:46

Testamento (1226)

Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare così a far penitenza: poiché, essendo io nei peccati,

mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia.
E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.
E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri.
E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi.
E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso.
E dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e coloro che amministrano le santissime parole divine, così come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita. E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò.
E quelli che venivano per abbracciare questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevano avere di più.
Noi chierici dicevamo l'ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater Noster; e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.
Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all'onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l'esempio e tener lontano l'ozio.
Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l'elemosina di porta in porta.
Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto:"Il Signore ti dia la pace! ".
Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e quanto altro viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e pellegrini.
Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non osino chiedere lettera alcuna (di privilegio) nella curia romana, nè personalmente nè per interposta persona, nè per una chiesa nè per altro luogo, nè per motivo della predicazione, nè per la persecuzione dei loro corpi; ma, dovunque non saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.
E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l'obbedienza e la sua volontà, perché egli è mio signore.
E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che mi reciti l'ufficio, così come è prescritto nella Regola.
E non dicano i frati: Questa è un'altra Regola, perché questa è un ricordo, un'ammonizione, un'esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco piccolino, faccio a voi, miei fratelli benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.
E il ministro generale e tutti gli altri ministri custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole.
E sempre tengano con se questo scritto assieme alla Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.
E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola e in queste parole dicendo: "Così si devono intendere" ma, come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di comprenderle con semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino alla fine.
E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell'altissimo Padre, e in terra sia ricolmato della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i Santi. Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. (Amen).

Relazioni,comunità, maturità umana e spirituale

venerdì 5 giugno 2009 alle 17:03





La maturità di una persona si manifesta nella sua capacità di relazione. Se uno non ha amici è sempre un segnale critico. Dipende anche dalla predisposizione di una persona il fatto che questa abbia capacità di relazione. Non possiamo fare nulla per migliorare questa predisposizione. Spesso, però, la mancanza di relazione dipende anche dal fatto che non abbiamo un buon rapporto con noi stessi. E su questo possiamo lavorare. Solamente se siamo in relazione con noi stessi riusciamo a costruire buone relazioni con uomini e donne.

Ho assistito una signora che si lamentava di non avere un rapporto soddisfacente con gli altri. Dopo alcuni colloqui apparve chiaro da che cosa dipendeva. Questa donna aveva sempre esaltato la sua infanzia. Solo quando ebbe il coraggio di guardare anche gli aspetti oscuri e offensivi della sua infanzia divenne capace di relazioni genuine. Dovette prima entrare in rapporto con se stessa e con la sua storia per riuscire a incontrare veramente gli altri ponendosi per quello che era. In precedenza aveva portato nell'incontro solamente una parte di sé e si meravigliava che l'incontro non riuscisse.

Se siamo in rapporto con noi stessi, non porremo aspettative e richieste esagerate ai nostri amici e alle nostre amiche. Diventeremo oggetto di doni e colmeremo di doni gli altri. È un bel dare e ricevere. Non saremo più oppressi dall'urgenza di dover dare prova di noi stessi. Potremo semplicemente essere quello che siamo e riusciremo a lasciare che gli altri siano quello che sono. Godremo dell'amicizia senza aggrapparci a essa.

C'è il pericolo di accentuare in senso religioso la propria capacità di relazione. Se uno pensa di aver bisogno solamente di Dio e non degli uomini per il suo cammino, rimuove il suo bisogno di relazioni vere. Alcune persone vanno così in estasi per le loro esperienze religiose e mistiche che saltano di pari passo i loro rapporti umani. Non vogliono ammettere di non riuscire ad allacciare relazioni. Decantano l'unione con Dio che soddisfa tutti i loro desideri. In realtà, se sono unito a Dio, per un istante sono pienamente soddisfatto. In quest'istante si realizza la parola di Teresa d'Avila: «Dio solo basta». Ma non riesco a mantenere a lungo questo essere una cosa sola con Dio. Nell'istante successivo sono nuovamente lacerato interiormente e allora, malgrado tutte le esperienze della vicinanza salvifica di Dio, ho bisogno anche di esseri umani con cui potermi confrontare.

La relazione con Dio non è un sostituto della relazione con una persona. Un buon rapporto con Dio e con gli uomini normalmente si completano. È pericoloso se vado in estasi per la mia unione con Dio e non mi accorgo che con questa mia esaltazione non faccio che coprire la mia incapacità ad avere un rapporto autentico con gli altri. Appena l’estasi cessa, mi sento solo e dispero di me stesso.

Se sono radicato in Dio, non divento dipendente dagli al­tri. Ma proprio questa libertà dalla dipendenza mi fa anche godere l'amicizia. Esiste quindi un altro pericolo, quello per cui gli uomini esaltano in senso religioso certi rapporti e si rendono dipendenti da padri o maestri spirituali. In questo caso non sviluppano veramente i loro bisogni di amicizia, ma si sentono realizzati sotto il mantello protettivo della guida spirituale e dell'aiuto dato dal maestro. Allora, però, nascono delle dipendenze che non fanno bene. Queste persone sono entusiaste della loro guida spirituale e non riescono più a vivere senza di lei. Proiettano su di lei tutti i loro ardenti desideri. Questo non fa bene né alla guida né al discepolo. Quest'ultimo si ferma alla relazione con la guida nel suo cammino interiore. Pensando di fare importanti esperienze spirituali solo standogli vicino, si rifiuta di percorrere la strada che Dio gli ha destinato. Ci si ferma a una dipendenza infantile dal maestro e si ha continuamente bisogno della sua vicinanza per inebriarsi della sua saggezza e del suo amore.

Per la chiesa delle origini la nuova comunanza di ebrei e greci, di uomini e donne, di poveri e ricchi fu un segno della venuta del regno di Dio. La spiritualità benedettina è sempre stata praticata nella comunità. I giusti e buoni rapporti nella comunità sono sempre stati un'importante conferma della relazione matura con Dio.

È un impegno faticoso compiere ogni giorno il proprio cammino spirituale dentro una comunità. Qui non ci si può differenziare. Qui ci si deve confrontare con conflitti quotidiani. Qui il problema è tollerare le debolezze dei confratelli e delle consorelle. E c'è continuamente bisogno di cercare dei compromessi onesti. La comunità ingentilisce tutte le stravaganze. Ci mette continuamente di fronte alle nostre zone d’ombra. Non si può dare a intendere nulla ai confratelli. Tutto ciò che vorremmo occultare sotto un pietoso mantello viene alla luce. Ma proprio in questo modo la comunità conduce all'umiltà.

È una spiritualità molto sobria quella annunciata da Benedetto. Egli fa i conti con le quotidiane «spine dei dispetti» che nascono nello stare insieme. Ed esige dall'abate che si opponga a questi dispetti e si preoccupi continuamente della pace nella comunità. Ma è un compito del singolo far sì che lo stare insieme riesca. C'è bisogno di rispetto e di comprensione degli altri, è necessario rinunciare a giudicare e a voler dirigere gli altri.

Alle persone che praticano una spiritualità molto ideologica riesce sempre molto difficile affidarsi a una comunità. Spesso spaccano la parrocchia o la comunità dei fedeli che fondano o alla quale si uniscono. Per un certo tempo può anche andare bene una comunità composta da persone ideologicizzate, soprattutto finché essa ha un avversario comune. Ma dopo un po' di tempo si spaccherà. Infatti, i suoi membri non hanno imparato a cimentarsi con i conflitti quotidiani. Preferiscono rifugiarsi in un'ideologia, nella prepotenza e in una lotta fanatica per la giusta dottrina. Ma tutto quello che è stato rimosso sotto la superficie dell'ideologia prima o poi riaffiorerà e si esprimerà in aggressività o in intrighi nei confronti degli altri.

Questo pericolo esiste anche in nuovi movimenti spirituali, nei quali all'inizio la comunità è viva e attraente perché tutti sono entusiasti. Ma se l'entusiasmo non si trasforma in una spiritualità matura che si confronta positivamente con le contrapposizioni quotidiane ed è quindi disposta ai compromessi, in poco tempo la comunità si sfalderà. Oppure verrà tenuta insieme da un'autorità forte che spegne sul nascere ogni conflitto. Appena, però, verrà a mancare l'autorità, la comunità si spezzerà.

Nella comunità si vede anche se i singoli individui sono una benedizione per lo stare insieme o se creano spaccature attorno a sé. Chi è scisso dentro di sé, spaccherà anche la comunità. Nella comunità ci sono membri che tengono insieme gli altri. Sono come la colla della comunità. E ci sono membri che utilizzano la comunità solamente per se stessi e non fanno niente per essa. Avanzano sempre e solo delle richieste alla comunità, senza essere disposti a impegnarsi per essa. Se qualcosa non va secondo le loro idee, criticano la comunità, dicendo che non è abbastanza spirituale, che è superficiale e che ognuno cerca solo il suo tornaconto. Il grado di maturità di una persona si coglie dal modo con cui si inserisce nella comunità. La persona matura è sempre anche una benedizione per gli altri. Attorno a lei si può formare una comunità. Essa non lega gli altri a sé, ma li collega tra loro.

 

Anselm Grün, monaco benedettino


Antonella

venerdì 2 maggio 2008 alle 22:56

Sono Antonella e provengo da una famiglia di origine reggiana. Sono stata battezzata da piccola e ho frequentato il catechismo in chiesa cattolica. Poi non ho più frequentato la chiesa se non per futili richieste, ad esempio superare brillantemente un compito in classe. Trascorsi la mia adolescenza divertendomi con le amiche, viaggiando per il mondo, frequentando le discoteche e legandomi sentimentalmente. Ho sempre avuto tutto e non mi è mai mancato nulla. Satana era molto bravo a tenermi legata a lui. Mi sembrava di essere libera da tutto invece... ero schiava di ogni cosa perché tutto aveva un prezzo. La vanità, i viaggi, il ragazzo sembrava tutto così bello.

Un giorno, durante un intervento chirurgico (io sono infermiera professionista), una manovra tecnica fece in modo che il sangue della paziente mi schizzò in viso e negli occhi. Mi era già successo altre volte e, nonostante la seccatura, speravo che tutto sarebbe andato bene. Per il tipo di lavoro che svolgo spesso avevo assistito persone morire, di varie età, e mi chiedevo cosa ci fosse dopo la morte. Presto però tornavo alla mia vita, che continuava a correre felicemente. Nel giro di pochi giorni dall'incidente venni a sapere che quella paziente aveva una malattia incurabile, e quindi era infettiva. L'idea di passare da infermiera che assiste a paziente non mi andava proprio. Vidi così infrangersi tutto i mio futuro, la mia vita piena dei progetti di una ragazza normale, il matrimonio, i figli, il lavoro, le vacanze…


Prendeva sempre più piede l'idea di essere allontanata dalla società, dal lavoro, dal mio ragazzo. Nessuno riusciva a comprendere il mio stato, la mia angoscia e nessuno poteva aiutarmi. Anche quando ne parlavo con le amiche del cuore mi davano una pacca sulla spalla e mi dicevano: "Non ti preoccupare!". I miei timori e il mio vuoto rimanevano. In casa dovevo fingere di essere serena, ma non era sempre così semplice. Avevo paura di infettare coloro che mi erano vicini e a cui volevo bene. Provavo un senso di emarginazione.


Per legge dovetti sottopormi a una serie di controlli ematici. Cosa mi aspettava? Andare nel reparto infettivi in fila assieme a persone ammalate e contagiose, era quello il mio futuro? Lì svanivano veramente tutti i miei bei progetti di vita.


Finalmente un giorno mi rivolsi a mia sorella, che mi aveva già parlato della sua nuova fede e della sua pace nel cuore.


Le chiesi di pregare per me, per questo mio problema di salute. Sapevo che lei aveva un Amico potente. Lei ne fu molto contenta e iniziò anche a parlarmi di Gesù, al punto che le chiesi di poter leggere qualcosa sull'argomento. Devo dire che, conoscendomi, dovevo essere proprio alla ricerca di una soluzione per arrivare a tanto. Mi consigliò di leggere il Vangelo di Giovanni.

Io che bestemmiavo il nome di Dio, che non mi sottraevo a menzogne e parolacce! Eccomi ora a leggere il Vangelo!
Inizialmente mi chiedevo perché proprio a me una simile punizione, io che non mi drogavo, non avevo fatto nulla di male! Solo leggendo il Vangelo iniziai a capire quanto la mia vita fosse distante dal Signore. Ero schiava della vanità e dell'orgoglio. Iniziavo a comprendere dal messaggio che leggevo, che non occorreva essere un omicida per meritarsi la punizione divina. Io ero già condannata.
Ai miei interrogativi sul dopo la morte trovai la soluzione al versetto 16 del capitolo 3 del vangelo di Giovanni:

"Perché Dio ha tanto amato il mondo,
che ha dato il suo unigenito Figlio,
affinché chiunque crede in lui non perisca,
ma abbia vita eterna."

Iniziai a cercare il Signore, fino a quando, nell'agosto del 1995, presi la mia decisione: donare il mio cuore al Signore e convertirmi a Lui. Da otto anni a questa parte ho avuto molte benedizioni nella mia vita. Non ho rimpianti di aver lasciato quel mondo che mi teneva schiava di tante ipocrisie e mode. Ora sono libera in Cristo. Ho molti più amici di prima, e sono veri amici, sui quali posso davvero contare. Ho conosciuto il vero amore perché Cristo è morto per me sulla croce. Ringrazio il Signore per quell'incidente che mi ha portato a conoscere Gesù. Non c'era altro modo per me di arrivare a Lui.

Probabilmente molte volte non ho udito la sua voce che mi chiamava a ravvedermi perché Satana continuava a darmi ciò che mi dava successo.

Oggi sono felicemente sposata, e sana di salute, e i miei nuovi progetti hanno basi solide, perché poggiano non su di me e sui miei sforzi, ma sul Signore stesso e sulle sue promesse.

Antonella


Fonte: Vangelo.org

Quaresima, un tempo per cambiare

mercoledì 6 febbraio 2008 alle 12:24

Quanto raramente si sentono parole come: ho sbagliato, perdonami.
Abbiamo sempre ragione.
Vediamo sempre giusto.
Se qualcosa non va, sono gli altri che sbagliano.
Se qualcosa va, sono io che ho fatto bene.

E se anche per una attimo si affaccia il pensiero di essere fuori strada, con Dio e con gli altri, con le nostre scelte, guai a rischiare di tornare sui propri passi ammettendo l'errore: dobbiamo salvare la faccia.

E allora meglio insabbiare tutto, far finta di niente e andare avanti.
Ma verso dove?

Non certo verso la gioia.

Adesso invece è tempo di sudore e fatica, se lo vogliamo, l'unica strada verso la gioia.

Che c'è già. E' già donata dal Cristo per noi. Basta riceverla.

Ma senza riconoscimento del peccato, non c'è perdono, non c'è riconciliazione.

E' tempo di imparare a riconoscere i propri errori.
E' tempo di chiedere perdono.
E' tempo di cambiare tutto.

E tutto è lì, a portata di mano, basta dire in verità: Sorry, blame it on me

Ancora su Zaccheo...

lunedì 5 novembre 2007 alle 21:50

Ancora a proposito di Zaccheo, riporto una bella testimonianza di Alessandro Pronzato:


Una domenica a Porto Azzurro, non precisamente a contempla­re il mare stupendo che accerchia l'isola d'Elba. Ero all'ergastolo, inguainato nei paramenti sacri, addossato a un altarino traballante, là dove si incrociano i vari bracci del carcere tetro.

Seicento uomini condannati a vita che ti fissano, tra il curioso e il diffidente. Loro si presentano così: «ci hanno fermato l'orolo­gio». Che tradotto suona: «ci hanno ucciso la speranza».

E’ arrivato il momento del Vangelo. Un'esperienza agghiaccian­te, che ricordo ancora come un incubo.

Mi sono ritrovato con un microfono sfrigolante davanti alla bocca. E le parole che stavano giù, a raspare in gola, e non si deci­devano proprio a venir fuori.

Cinque minuti di silenzio allucinante.

Loro mi scrutavano, stavano sul chi vive, quasi mi sfidavano. Certo mi prendevano le misure.

E io mi domandavo, angosciato, che cosa potevo dire, e se aves­si diritto di parlare.

Avrei voluto vederli quelli che, sulle riviste specializzate, teo­rizzano sull'attualizzazione del messaggio tenendo conto della situa­zione concreta degli ascoltatori. Avrei voluto vederli senza la penna in mano, e con quel microfono e soprattutto quelle facce davanti...

Sono stato salvato non dalle loro teorie, ma da Zaccheo. E’ stato lui a tirarmi fuori da quella situazione imbarazzante.

L'ho canonizzato immediatamente. Sì, per me è diventato san Zaccheo, protettore dei predicatori che, almeno qualche volta, pro­vano vergogna a parlare. Può bastare un miracolo. L'ha compiuto, per me, all'interno di un ergastolo. Tengo le prove.

Non so perché, ma l'immagine di quell'omino che si lasciava scivolare giù dal sicomoro, frutto maturato alla luce improvvisa di uno sguardo, mentre la gente si scansava per non essere colpita da quel proiettile umano, mi si è imposta perentoriamente, quasi con forza.

Zaccheo me ne aveva messo in bocca una diversa.

Mi fidavo di Zaccheo, del suo intervento provvidenziale.

Ho spiegato che la fede di Zaccheo è nata « dopo ».

Precedente c'è stata la fede del Cristo.

Il Cristo ha creduto in lui, quando gli altri ormai l'avevano giu­dicato e liquidato definitivamente come un poco di buono, uno da cui stare alla larga.

Ho parlato per tre quarti d'ora ‑ me l'hanno detto gli altri ‑senza mai perdere di vista la sagoma di Zaccheo.

E ho concluso: « Gli uomini vi hanno giudicato e condannato. Si sono liberati di voi. Molti dei vostri familiari (e sapevo a che cosa mi riferivo) non credono più in voi. Li avete delusi. Voi stessi avete smarrito chissà dove la fiducia, non credete più in voi stessi. Ebbene, ricordatevi ‑ e qui ho cominciato ad adoperare il «noi» ‑che qualunque cosa abbiamo fatto, per quanto grande e opprimente sia il peso delle nostre miserie, per quanto buio sia il nostro pas­sato, per quanto fallimentare sia stata la nostra vita finora, c'è Qualcuno che, nonostante tutto, continua ostinatamente a credere in noi e ad aspettarsi qualcosa di diverso da noi...

• Aver fede significa credere in Uno che crede in noi.

• Dobbiamo precipitarci, come Zaccheo, giù dall'albero delle rassegnazioni, dei rimorsi e delle paure, rispondere a una voce che ci chiama per nome, per rinfacciarci non le nostre malefatte ma le nostre possibilità ancora intatte ».

Alla fine, uno di loro, con la poesia nel sangue, ha sintetizzato la mia predica con un grido:

«Qualunque cosa Ti abbiamo fatto,
sia giorno anche per noi, o Signore!»

Uno sguardo... ed è subito primavera

domenica 4 novembre 2007 alle 09:51


In quel tempo, Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E' andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,1-10).

Zaccheo. Un odioso esattore delle tasse.
Un uomo invasivo. Meglio non averci
nulla a che fare.
Un uomo irrecuperabile, già giudicato e condannato da tutti. Senza speranza.
E' il suo carattere, noi diciamo. E' fatto così... da lui non si può aspettare niente di diverso da quello che già sappiamo...

Il suo limiti, la sua bassa statura non gli facevano forse vedere altri che se stesso.
Ma il vero Zaccheo che nessuno conosce è lì, in attesa di uno sguardo di speranza che ancora non viene... e sembra non dover mai arrivare.

Gesù quel giorno passava da quelle parti. E un sussulto nel cuore aveva fatto uscire per un'attimo il vero Zaccheo allo scoperto, fuori da quella coltre opprimente cadutagli addosso per i suoi stessi sbagli e resa inamovibile da chi non era stato capace di dargli una mano a venirne fuori, ma l'aveva isolato come "elemento pericoloso" per sè e per gli altri.

C'è chi ancora credeva in lui. Gesù.
"Oggi devo fermarmi a casa tua, presto!".
Incredibile! Quanto vuota era rimasta la casa di Zaccheo, e per quanto tempo!
Sì aveva ricchezze di ogni tipo accumulate dentro, ma non avevano più il sapore di quella fresca brezza mattutina che sentiva da bambino sul volto, amato e sorridente per lo sguardo di chi lo amava.

Un sguardo capace di dare speranza, di rinnovare il cuore, di andare oltre la crosta dell'apparenza e della condanna.
Da quel giorno Zaccheo non fu più lo stesso e non sarebbe più stato inverno dentro il suo cuore e nei suoi occhi.


Vento e Fuoco (II)

domenica 27 maggio 2007 alle 17:27

[...] Ma lo Spirito si presenta anche sotto forma di fuoco.

Il fuoco svolge una triplice azione di: illuminazione, calore, purificazione.

Il fuoco, però, tende a propagarsi. E’ fatto per appiccarsi. Non riesce a stare nei propri limiti..

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Cristo è piuttosto impaziente a questo riguardo.

C'è bisogno, perciò, di qualcuno disposto a lasciarsi... incen­diare.

Qualcuno che non abbia paura di scottarsi. Che non si manten­ga a distanza di sicurezza.

Per favore, amico, non scambiare il tuo pigro tepore con il fuoco divorante dello Spirito.

Avvicinati a questo fuoco.

Unisci la tua fiammella a questo colossale incendio.

Acquista la sua incandescenza. Sopporta le sue temperature. Non buttarci sopra le ceneri della prudenza per tenerlo a bada.

Bruckberger osserva con crudele ironia che «i discorsi dei par­roci non mancano no, di cuore. Ma è il loro cuore che emette suoni nasali!» Ciò si può dire anche di parecchi cristiani. E il guaio è dovuto al fatto che il loro cuore è protetto contro l'incendio dello Spirito dalle ceneri della paura, del calcolo, della «ragionevolezza», della timidezza.

Ci sono dei cuori che si difendono dal fuoco, lo circoscrivono, lo attenuano, cercano di limitarne i danni, invece di buttarvisi dentro.

Soprattutto, sii disponibile alla dolorosa azione purificatrice del­lo Spirito.

Il fuoco, per trasformare, deve liberare la materia da tutte le impurità, le scorie, le macchie.

Non c'è conversione senza cambiamento, e non c'è cambiamen­to senza purificazione, e non c'è purificazione indolore.

Non c'è trasfigurazione senza faticosa ascesi.

Devi affidarti al fuoco se vuoi che la tua vita acquisti trasparenza.

«Ciascuno sarà salato col fuoco...» (Mc 9,49).

Dunque. Sei disposto a non difenderti dal fuoco?

Accetti questo incendio di Dio nella tua vita?

Bada che, in questa prospettiva, possedere lo Spirito significa... maneggiare il fuoco. Significa diventare persone che non sono mai innocue, di fronte alle quali non si può restare indifferenti. Crea­ture che lasciano il segno...

La familiarità col fuoco si esprime attraverso una fede con­tagiosa.

Devi essere luce, sale (il sale brucia, ha il fuoco dentro!), lievito.

Il tuo compito non è di rassicurare, ma di provocare.

Guai se ti riduci ad essere la camomilla, il benefico tranquil­lante di quanti ti avvicinano.

In tal caso la Pentecoste è una festa che non fa per te.

(A. Pronzato)

È lo sguardo che salva

domenica 25 marzo 2007 alle 12:42


Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra (Gv 8,1-11)

Ho un amico pittore che si chiama Antonio Boatto e vive su un argine del Livenza. Il suo valore è almeno eguale alla modestia (che è grandissima).

Una sera abbiamo letto insieme e commentato l'episodio del­l'adultera. Poi l'ho costretto a prendere in mano i pennelli. E’ rima­sto assorto per un paio d'ore. Il quadro lui lo esegue prima « den­tro » ( dopo è soltanto una formalità). Quindi ha cominciato a tirare fregacci decisi sulla tela che aveva davanti.

E’ venuto fuori un quadro che mostro a tutti con orgoglio, quasi l'avessi dipinto io (che sono sempre stato un disastro in fatto di disegno).

Il volto della donna occupa completamente la scena. Tutto é giocato sullo sguardo. Uno sguardo che esprime prima paura, quindi stupore, quasi incredulità.

Quando alza gli occhi, l'adultera vede Uno che la guarda in modo diverso dagli altri. Non aveva mai visto un uomo osservarla in quella maniera.

Finora aveva fatto esperienza di due tipi di sguardo. Quello del desiderio, della cupidigia. E quello della condanna. E, forse, nella scena evangelica, i... titolari dei due tipi di sguardo erano le stesse persone: sì, quelle con le pietre in mano...

Ora i suoi occhi si incrociano con quelli di un Uomo che « vede » in lei né un oggetto di piacere né un bersaglio per le pietre di una sentenza crudele.

L'amico pittore aveva centrato perfettamente il senso della pa­gina evangelica.

Personalmente, non ho mai avuto dubbi: la carità comincia dallo sguardo.

Diceva Simone Weíl: « Una delle verità fondamentali del cri­stianesímo, verità troppo spesso misconosciuta, è questa: ciò che salva è lo sguardo ».

L'adultera, come del resto Zaccheo, deve la propria salvezza a uno sguardo.

Lo sguardo del Cristo è, in un certo senso, creatore. Chiama al­l'esistenza una persona. Risveglia il suo essere autentico, reale. Liquida il farabutto, la canaglia, e chiama il santo.

Lo sguardo del Cristo non si rassegna al « poco di buono ».

Si ostina a cercare, a mettere in luce il molto di buono, il me­glío che c'è in ogni persona.

Dunque, uno sguardo rivelatore. Perché manifesta all'uomo le sue possibilità, la sua vera dimensione.

E sembra molto significativa questa testimonianza che ho letto in un giornale: « Conoscevo una persona accanto alla quale ognuno non solo si sentiva se stesso, ma il più, il meglio di se stesso. Quando chiesi a quella persona quale era il suo segreto, mi rispose in tutta semplicità: «Basta mettere a fuoco la persona che ti sta dinanzi come se al mondo null'altro vi fosse che l'interesse di que­sta persona» ».

Il nostro sguardo dev'essere, prima di tutto, libero.

Soltanto uno sguardo libero rappresenta un appello alla libertà.

Libero perché ha sfondato la prigione del proprio egoismo, delle proprie comodità, della propria indifferenza, dei propri interessi, per aprirsi all'altro in un atteggiamento di accoglienza, simpatia, discrezione, cordialità, delicatezza, benevolenza.

Libero dalle lenti deformanti dei pregiudizi, delle prevenzioni, dei sospetti, della diffidenza.

Libero da ogni istinto di separazione e di discriminazione.

Costui mi serve ‑ Tu no!

Costui mi piace ‑ Tu no!

Costui mi interessa ‑ Tu no!

Costui mi è simpatico ‑ Tu no!

« Questo «tu no!» si rivela come una eco malefica che rimbalza su tutta la terra scavando voragini di solitudini aperte verso di noi come un urlo. «Guardami... perché io sappia se esisto» » (Agnese Baggio).

Le persone che il nostro sguardo rífiuta saranno condannate, forse, a portare per tutta la vita un marchio di rifiuto, di solitudine, di insignificanza.

Anche uno sguardo indifferente può essere « omicida ». Il suo messaggio, infatti, si può tradurre così: « Per me tu non esisti. Negandoti importanza, ti nego il diritto all'esistenza ». Uno sguardo di indifferenza ha la capacità dì cancellare una persona.

Uno sguardo libero è uno sguardo che non si limita a sfiorare le persone che incontra. Non è uno sguardo frettoloso. Non è sfug­gente. Sa fermarsi e accogliere. Accogliere, ma non forzare.

E’ necessario, ogni mattina, purificare il nostro sguardo.

Si tratta, infatti, di:

‑ Svincolarlo da ogni istinto di possesso.

‑ Disarmarlo dai vari elementi di ostilità, aggressività, mali­gnità, durezza.

‑ Ringiovanirlo, restituendogli la capacità di stupore e di me­raviglia che fa nuove le cose, e ridandogli il gusto della scoperta dell'altro. L'altro come « inatteso ».

‑ Renderlo sensibile all'altro. Ossia capace di vedere l'altro come io vorrei essere veduto, in quella situazione concreta.

In tal modo, l'attenzione diventa espressione di rispetto e vei­colo di liberazione.

Soltanto l'attenzione che nasce dall'amore dichiara all'altro: « Io ti riconosco il diritto di essere quello che sei. Desidero che tu sia tutto quello che puoi essere » (Agnese Baggio).

Sì, soltanto se acquistiamo uno sguardo purificato, le pietre co­minceranno a cadere dalle nostre mani.


Alessandro Pronzato


E’più difficile recuperare il figlio che non si è allontanato

domenica 18 marzo 2007 alle 11:32
Per questa IV domenica di quaresima posto una riflessione di Alessandro Pronzato


Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta... Dopo non motti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì) per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Luca 15, 11‑32)


Questa parabola ha subito il torto di vedersi affibbiare un titolo errato. Infatti, viene comunemente indicata come la storia del fi­gliol prodigo. Invece, la figura centrale, il protagonista indiscusso è il padre.


Di questo padre colpisce, prima di tutto, il silenzio.

C'è il figlio minore che parla, pretende.

Il padre non dice una parola.

Il suo è il silenzio dell'amore, rispettoso della libertà del figlio. Accetta il rischio di questa libertà. Senza libertà non c'è amore. Un dottore della Chiesa parla appunto dell'uomo, al momento della creazione, come «rischio di Dio».

Certo addolorato, ma non adirato per la richiesta.

Lui non può sostituirsi alla scelta del figlio.

Noi ci domandiamo, d'istinto: perché non l'ha trattenuto? Per­ché non gli ha rifilato una buona razione di legnate sulla schiena, invece della parte del patrimonio che gli « spetta »?

La vera paternità è discrezione. E’ accettare il rischio della libertà...

La paternità non va confusa col paternalismo. Quest'ultimo ne rappresenta la deformazione. Con l'intento di proteggere, finisce col soffocare la crescita dell'individuo e di bloccarlo in uno stadio infantile.

«Nel contesto del Vangelo, Dio non appare come il padre che spranga la porta perché i figli non escano di notte, ma la luce illu­minante, la misteriosa bussola che orienta l'uomo nelle sue scelte, che non lo abbandona nell'esercizio rischioso della libertà, e che crea nuove prospettive di liberazione, rifacendosi agli epiloghi che parrebbero disastrosi. Il padre può aiutare solo essendo un model­lo... » (Arturo Paoli).

Il padre non ha bisogno di partire, visibilmente, col figlio. Va con lui in una forma nascosta, interiore, che più tardi esploderà nella nostalgia.

E poi l'attesa.

Sembra che il padre sia rimasto in casa ad aspettare il figlio scappato, a scrutare l'orizzonte.

In realtà non esiste più la «casa patema» dal momento che il figlio se n'è andato. La casa patema si trova là dove c'è il cuore del padre. Ora, il cuore del padre è andato lontano...

Ha camminato più il padre che non il figlio, a pensarci bene.

L'amore non si rassegna alle distanze, alla separazione.

L'amore è una realtà dinamica, non statica.

L'amore non si identifica con i muri. Né sta a custodire le pie­tre o «la roba».

L'amore è sempre in movimento, sempre in anticipo, prende co­stantemente l'iniziativa, non si chiude in un'attesa corrucciata e in­dispettita.

I passi del perdono arrivano molto più lontano della distanza scavata dalla rottura.

Dio non si rassegna alla perdita dell'uomo peccatore. Lo spia, lo insegue, lo bracca tenacemente, lo tormenta.

Pascal fa dire a Dio: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Forse sarebbe meglio precisare: «Non mi cercheresti se io non ti avessi già trovato...»

Quando si commenta questa parabola, normalmente si mette in rilievo la lunga strada (partenza e ritorno) percorsa dal figlio pro­digo, una strada che l'ha condotto «in un paese lontano», dove, attanagliato dalla nostalgia della casa patema, ha compiuto il primo passo importante: «Rientrò in se stesso». Dopo di che, ha matu­rato la decisione: «Mi leverò e andrò da mio padre».

Si trascura, invece, il fatto che è essenzialmente il padre ad aver camminato parecchio.

Eccolo, infatti, uscir fuori e «correre incontro» al figlio che e­ alle viste.

E poi andare dai servi a ordinare la festa.

Ma, per un figlio scavezzacollo che ritorna da lontano, c'è l'al­tro, che sta dentro da sempre, «esemplare» nella sua condotta, che non vuoi rientrare. Che non gradisce la festa, non sopporta la gioia del padre, non riconosce il fratello che non possiede i suoi titoli di merito («questo tuo figlio», sottolinea con acredine... E il padre in­siste: «questo tuo fratello»).

E allora il padre deve di nuovo uscir fuori a «pregare» il figlio obbediente. Pregarlo di cambiare cuore, di essere d'accordo con la propria gioia.

Uno ritorna con una mentalità da servo («Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni»).

L'altro rimane ostinatamente fuori perché ha la mentalità dei ragioniere e non è in sintonia col cuore del padre.

Il padre, invece, resta convinto che «bisognava far festa e ral­legrarsi».

Per questo non esita a «uscir fuori». A cercare quello che è rimasto, a recuperare quello che non si è perduto.

Quanto deve camminare questo Padre instancabile per convin­cere il lontano che torna come nella Casa si entri a testa alta in qualità di « graziati » e non nella veste di condannati, si è accolti come figli e non come servi. E l'unica penitenza che si riceve è quella di una festa incredibile con la musica e la danza. Nella Casa si ritrova e non si perde la libertà. C'è la musica, il canto, la festa, non il lamento funebre.

E quanto deve camminare il Padre soprattutto per tentare di convertire il figlio «fedele» che rifiuta di entrare perché è convin­to di essere dentro...

Già. Perché c'è qualcosa di peggio che non essere a posto.

Ed è credersi a posto.

C'è qualcosa di peggio che camminare su una cattiva strada.

Ed è la spavalda sicurezza ‑ mai incrinata dal minimo dubbio ‑di trovarsi sulla strada buona.

Non c'è niente di più «mostruoso» di questo «monumento di inappuntabilitá», di questo insopportabile «avente diritto» quale, appare il figlio maggiore.

Lui ha bisogno di sicurezza. E si sente «assicurato» nel fare, nelle sue prestazioni esatte, senza uno sgarro.

Un calcolatore, uno squallido burocrate della virtù, senza un guizzo di vita, di gioia, di spontaneità, di «gratuità».

La sua è una perfezione esecutiva, senz'anima, senza creatività. Non c'è soltanto un abisso tra lui e il fratello scavezzacollo. Ma, soprattutto, tra la sua mentalità e quella del padre.

In fondo, la conversione più difficile è la sua.

Facile convincersi che il posto, nella casa, non lo si può «con­servare», ma soltanto «ritrovare» giorno per giorno. E che la fedeltà non è semplicemente un «rimanere», ma un accettare, quo­tidianamente, le sorprese e la logica paradossale e le sconvolgenti iniziative del Padre.

Non basta non abbandonare la casa. Bisogna sapere tener dietro al «vecchio» che corre incontro al figlio scapato che ritorna.

E partecipare alla festa, senza produrre la nota stonata.

Nella parabola manca il «lieto fine».

Ci sarà soltanto quando si verificherà l'avvenimento della con­versione del figlio maggiore. Quello rimasto. Quello che si ritiene a posto.

Il padre ha potuto provvedere il vitello grasso, l'anello, il ve­stito più bello, i calzari, per il ragazzo che è tornato pentito.

Ma non ha potuto provvedere l'accoglienza del fratello maggio­re. Questa non era in suo potere.

Eppure, come sarebbe stato bello se avesse potuto offrire anche il cuore colmo di gioia del fratello rimasto. Un cuore dilatato dalla bontà, dal perdono.

Di questo, purtroppo, non poteva disporre...

Sia che ci riconosciamo in quello che se n'è andato, come nel figlio rimasto a lavorare sodo (ma senza gioia e senza amore), la pa­rabola ci presenta l'esigenza della conversione. Conversione come capacità di misurare i nostri passi su quelli del Padre. E di condi­videre la sua «voglia» di festa.

 













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