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Tutto è pronto! (ma è' una festa non un funerale...)

domenica 12 ottobre 2008 alle 13:39

Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchet­to di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chia­mare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire... Matteo 22, 1-14

Diciamo la verità.
E una parabola impossibile.
Riesce difficile, infatti, ammettere che degli uomini possano ri­fiutare un invito a nozze. Tanto più che si tratta di un re, non di un individuo qualunque.
E poi non c'è proprio nulla da perdere. « Tutto è pronto ». L'invito è all'insegna della più assoluta gratuità. Viene richiesta unicamente la presenza. Anche a mani vuote.
E riesce ancora più arduo comprendere, dopo il rifiuto dei pri­mi destinatari, quell'invito indifferenziato: « Andate ai crocicchi delle strade, e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze ».

Notiamo quel « tutti », senza distinzione.
Di fatto, « usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali ».

Che banchetto regale è mai questo, in cui vengono abolite le differenze, azzerati i ranghi, annullati i meriti, e addirittura i buoni si ritrovano a fianco con delle persone « indegne »?
Non c'è gusto. Via, un minimo di selezione, di classe. Non è bello ritrovarsi intruppati in una combriccola così scalcagnata. Il rango, le benemerenze acquisite, il buon nome, dovrebbero pur va­lere qualcosa.

Se il re premia così anche i cattivi, non vale proprio la pena comportarsi onestamente.
Infine, il terzo elemento « impossibile » della parabola: l'uomo sorpreso senza abito di nozze. Sembra strano che soltanto questo disgraziato sia stato ritenuto «indegno ». Eppure il reclutamento è stato fatto senza guardare troppo per il sottile. Naturale che gen­te presa alla sprovvista, agli angoli delle strade, non potesse pre­sentarsi abbigliata con decoro.
Già. Una parabola « impossibile ».

Perché sono non solo strani, ma addirittura «impossibili » i comportamenti degli uomini nei confronti di Dio. Impossibili ma reali, abituali.
Se Dio convocasse per una puntigliosa resa di conti, oppure per una discussione su alcuni problemi urgenti, non c'è dubbio che lasceremmo da parte ogni cosa, interromperemmo qualsiasi at­tività, ci presenteremmo puntualmente, compresi della gravità del­la cosa.
Oserei dire che se Dio ci chiamasse, come un Padrone esigente, a portare i frutti del nostro lavoro, a pagare ciò che Gli è dovuto, a regolare le nostre pendenze, faremmo la fila alla Sua porta, pa­zientemente. E i servi dovrebbero intervenire per disciplinare l'af­flusso.
Dio, invece, ci sorprende con l'invito a un banchetto nuziale. Che seccatura!
L'ideale cristiano non è una morale opprimente, ma una beati­tudine. Il credente non è uno schiavo curvo sotto il giogo di un codice, ma una persona liberata. L'esistenza cristiana non è una condanna, ma una festa.

E ciò ci sorprende, ci coglie alla sprovvista. Ci irrita.

La giustizia, la severità, la costrizione sono normali, logiche. La gratuita', quella dà scandalo.
Il dono imprevedibile, immeritato, quello non riusciamo pro­prio ad ammetterlo.
E allora non prendiamo neppure in considerazione l'invito. Non lo discutiamo.
Semplicemente, lo ignoriamo.
Ci comportiamo come se quella convocazione alla gioia non fosse mai risuonata alle nostre orecchie.

« Non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari ».
La vita continua affogata nelle solite meschinità, dispersa nelle solite cose insignificanti. Importante è correre, affannarsi, anche se non sappiamo dove si va e perché. Ci teniamo tanto alle nostre schiavitù quotidiane. Meno esigenti, dopo tutto, che non la libertà.
Qualcuno adotta perfino un comportamento villano e criminale
nei confronti dei messaggeri: « Presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero »
Fossero state guardie armate, incaricate di recapitare un man­dato di comparizione, le avrebbero seguite rispettosamente.

Quelli, invece, erano disarmati e recavano un invito. Un'offesa intollerabile.
L'uomo riscopre tutta la sua carica di violenza e di aggressività dinanzi a Chi non impone nulla, offre senza chiedere nulla in cambio.
L'uomo è disposto a pagare.
La gratuità gli è intollerabile.
L'uomo, ahimé, non sa usare le mani vuote per ricevere.

Ma fermiamoci sull'inquietante individuo sorpreso senza abito nuziale.
I commenti si sprecano. E non sempre convincono.
Qualcuno parla di opere buone, di virtù.
Evidentemente ci si dimentica che là dentro sono stipati « buoni e cattivi ». Il re, ovviamente, non ha richiesto il certificato di buo­na condotta. Sarebbe assurdo lo pretendesse a pranzo iniziato.
Mi pare, invece, assai interessante l'intuizione di un commen­tatore contemporaneo, A. Maillot, il quale spiega: quell'individuo ha frainteso sul significato dell'invito. Ha creduto di dover parte­cipare a un funerale, non a un pranzo di nozze.
E il simbolo di quei cristiani che non arrivano a credere che il Regno è un banchetto nuziale. E si vestono, e adottano una faccia come per una sepoltura.
E l'immagine del « credente, ma rivestito di severità, austerità, tristezza, silenzio, mentre invece bisognerebbe indossare l'abito del­la gioia e della speranza. Un uomo che si fa l'idea che occorra por­tare la tristezza del mondo, invece di recare al mondo il sorriso di Dio».
Proviamo a domandarci: il clima delle nostre assemblee litur­giche rivela che siamo seduti intorno alla mensa per festeggiare le nozze del Figlio, oppure che compiamo una mesta, pesante, noiosa cerimonia?

Il nostro volto esprime la gioia dei risuscitati, degli invitati a celebrare la vittoria dei Cristo sulla morte, oppure tradisce la cu­pezza, la sofferenza, la sfiducia, o, peggio, la noia?
Oh, lo so. Qualcuno tirerà in ballo la fame nel mondo, la vio­lenza, la minaccia nucleare, i regimi oppressivi.

Ma questo qualcuno non comprende che la gioia non è evasione. La gioia è una forza. E una sfida. E qualcosa che afferra il cristiano quando celebra l'Eucarestia e lo costringe ad andare a re­carla in un mondo senza pace e senza gioia.
La gioia il cristiano non la tiene per sé. Né la rinchiude all'in­terno della chiesa.
In questa prospettiva, indossare l'abito di nozze significa met­tersi addosso il vestito da lavoro...

A. Pronzato

Inno alla vita (e... saluti)

venerdì 25 luglio 2008 alle 23:25

... mi prendo un po' di vacanza "meditativa" e in attesa di risentirci vi lascio queste bellissime parole di Madre Teresa di Calcutta, un inno alla vita... che è un programma di vita!

A presto! (verso metà Agosto o i primi di settembre...)



INNO ALLA VITA

La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontale.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, conservala.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, vivila.
La vita è una gioia, gustala.
La vita è una croce, abbracciala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è pace, costruiscila.
La vita è felicità, meritala.

La vita è vita, difendila.

Mille e ancora mille doni stupendi per cui ringraziare!

sabato 19 gennaio 2008 alle 06:30
Oggi festeggio il dono stupendo della mia vita!!!

Ed è una bella occasione.
Per un grandissimo grazie
a tutti quelli che hanno acceso
il mio sorriso con il loro sorriso,
a chi con la sua vita e il suo amore, la sua fatica e speranza
ha accolto, fatto sbocciare e crescere la mia vita.

Grazie con tutto il cuore!

A chi ha condiviso con me in più o meno lunghi tratti di strada (o finora!)
giochi e ammaccature,
riso e pianto,
gioie e travagli,



a chi ha saputo comunicarmi la speranza nel futuro
e la voglia di costruire insieme qualcosa di bello
senza paura per fatiche e fallimenti
,
a chi mi ha fatto scoprire nel volto del Cristo
il compimento di tutto ciò che di più inesprimibile
il cuore contiene senza poterlo contenere,
a chi semplicemente c'è stato o c'è adesso con la sua presenza,
con la sua parola e con la sua amicizia.

Sono nomi e volti, occhi e sorrisi che rimangono nel cuore
come fresche fonti di gratitudine e di gioia di vivere.

Grazie!

Grazie a chi mi ha fatto intuire cosa significhi Amore
accogliendomi così come sono,
allargandomi il cuore e facendomi fissare la meta,
l'unico Amore verso cui aneliamo e camminiamo,
Lui, che sarà in noi il tutto
e noi tutti saremo in Lui uniti
nella gioia che senza fine celebreremo
con il nostro canto di lode.

Chi dona con gioia

mercoledì 9 gennaio 2008 alle 22:36

Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.



Ariete è una bambina che dimostra circa 11 anni. E stata abbandonata in un ospedale psichiatrico vicino a Kigali non molto tempo fa. Dopo diversi mesi di ricovero, non riuscendo a rintracciare i genitori, è stata affidata alla nostra "Casa Amahoro". È davvero scapestrata, simpatica, impertinente, irrefrenabile a volte manesca, impulsiva. A tutti si rivolge dicendo «mama wanjye, papa wanjye», «tu sei la mia mamma, il mio papà». Eppure non è così, anche se ci piacerebbe davvero poter colmare il suo vuoto, il desiderio di riavere una mamma tutta per sé.


In questi giorni di vacanze scolastiche, abbiamo riaccompagnato a casa tutti i bambini che vivono qui in casa, 8 bimbi in tutto. Anche Ariete chiedeva di andare a casa. A casa dove? Non sappiamo da dove iniziare a cercarla la tua casa, perché a quel recapito che lasciarono i tuoi non si è mai trovato nessuno. Tutto il giorno chiede insistentemente di andare dal "dottore", quel dottore che forse in ospedale le dava un senso di sicurezza e paternità.


Forse i suoi genitori vivono un dramma ancora più grande che non ci è dato di sapere, ma Ariete è e resta una abbandonata: non possiede nulla, non ha una famiglia che qui è quasi tutto, non ha gli strumenti per costruirsi una vita o un futuro, né qui né altrove. Eppure la sera, durante il vespro, al momento del canto finale, tutto d'un tratto Ariete si alza e inizia a danzare.


Balla con le braccia alzate al cielo e il suo viso ride. Balla come è, con il suo fare maldestro e un po' sgraziato, ma con quei passi al ritmo di tamburo fa nascere una poesia che rigenera i nostri cuori. La sua è una preghiera densa. Una preghiera piena di vita, di gioia, di desiderio, piena del suo sorriso, una preghiera che è tutta presenza.


Questa danza è un canto alla vita che si alza al Padre. Anche se vita incerta, spezzata, sfortunata. È la preghiera di chi nulla ha da vantarsi, nulla vuole supplicare, nulla vuole lamentare, ma offre semplicemente se stesso con la gioia che il Signore ama. Ho riconosciuto davvero queste parole: Dio ama chi dona con gioia.


Ariete dona con gioia tutto quello che ha: se stessa.


Un'operatrice Caritas


Davide e Golia!

lunedì 17 dicembre 2007 alle 23:18

Togliete la musica del blog per prima cosa.

Fate silenzio assoluto, fate attenzione e cliccate sul video. Vi mancherà il respiro.

Pazzesco. Impressionante.

È un crescendo incredibile, sbalorditivo, da starci male.

All’inizio non ci si immagina dove ci sta portando quel surfista, sembra qualcosa di normale.

Ma poi… una montagna, un mostro, un gigante d’acqua e un minuscolo uomo in fuga dalla sua morsa tremenda.




È una potenza spaventosa e maestosa insieme, solenne, da brivido assoluto. Mi vengono in mente quei pomeriggi di fine estate al mare, dove appena dopo un grosso temporale ci si precipitava a cercare la spiaggia migliore per andare a massacrarsi con le onde inconsuete che si abbattevano con forza e ripetutamente sulla battigia, lanciate da un mare ancora sconvolto. Un divertimento da pazzi (anche perché non era una cosa molto “consentita” dai bagnini anche comunali…). Anche se le onde non superavano i 2 metri esercitavano sul tuo corpo una potenza allucinante. Quando ti facevi prendere in pieno (senza tentare di surfarla con qualche attrezzo di fortuna) ti sentivi un fuscello insignificante e venivi sbattuto sott’acqua da tutte le parti fino quasi a riva… e a voglia di trattenere il fiato gonfiandosi d’aria i polmoni un attimo prima dell’impatto fatale… sembrava di non tornare più fuori…

Però era spettacolare. Adrenalina pura. Peggio ancora quando insieme ad altri pazzi andavamo fin sulla scogliera a circa 100 m dalla spiaggia, proprio dove si infrangevano i cavalloni più grossi… aggrappati fino a tagliarsi agli scogli in qualche postazione idonea, si affrontava l’impatto con questi mostri di potenza.. che paragonati adesso a questo video erano dei microbi…

Ma al di là adesso del pazzo che surfa il mostro in questione c’è da rimanere affascinati e farci una piccola riflessione. Si fa presto a dire “pazzo”… ma da quando conosco un po’ il Signore Gesù non mi meraviglio più di tanto. Il primo pazzo che chiede cose pazze è Lui stesso!!!

E noi che siamo attaccati alla nostra comoda “normalità”! Normali e annoiati, senza stupore, senza adrenalina dello Spirito, quasi dei morti in piedi. Che squallore.

Vorrei cantare con tutte le forze un inno alla pazzia dell’amore del Signore.

Che ha scelto un minuscolo Davide e lo ha fatto vincere contro il tremendo Golia.

Alla pazzia di tanti nostri fratelli e padri che hanno rischiato tutto, spinti da quella moto d’acqua ad affrontare il Golia di turno, il mostro con forza spropositata.

Pazzia di Dio, del suo amore per noi, che ci vuole coinvolgere in questa pazzia.

Via ogni paura!

Tutti i tuoi problemi, i tuoi fallimenti, tutto ciò che ti minaccia e ti terrorizza. Tutto ciò che mai vorresti affrontare.. vai!

Guarda questo pazzo di surfista. Da solo, con il suo coraggio, il suo equilibrio, la sua pazzia..

Il mostro è dietro di lui, è come se cercasse di afferrarlo e schiacciarlo, annullarlo. Ma non ce la fa… e alla fine la sua forza si esaurisce, si spegne.. Come le prove della vita.. è stato concesso loro un tempo ben limitato, poi finiranno. “Non può piovere per sempre” diceva una frase cult del film “il Corvo”.

Ciò che di per sé sarebbe da panico assoluto, ciò che sarebbe solo da fuggire, diventa un cavallo da domare e cavalcare. Anzi, uno spasso assoluto. Irripetibile. Il surfista sembra fuggire, ma in realtà è come se danzasse, disegnando traiettorie armoniose ed eleganti.

Fuor di metafora: potenza della fede, della pazzia di un affidamento totale al Signore.

Lo auguro a tutti e mi auguro di sperimentarlo sempre di più. Se finora mi sono divertito con onde da 2 o 3m aspetto questi mostri alti come montagne! E arrivano, eccome se arrivano nella nostra vita.

Solo che, incredibilmente, quando arrivi alla fede nuda e cruda, certa, inamovibile, assoluta, di essere amato da Dio QUALUNQUE COSA SUCCEDA, anche la cosa peggiore che dovrai affrontare diventerà occasione per qualcosa di stupefacente, una surfata incredibile e spettacolare, bellissima, mozzafiato.

Chissà in paradiso quanti “video” avremo da condividere con tutti i nostri fratelli e sorelle santi, senza bisogno del P2P o youtube!

Vedremo vite spettacolari, da adrenalina pura, vite che hanno affrontato montagne di dolore, di prove, di traumi, di testimonianza e tentazione, vite che lo Spirito del Cristo ha trasfigurato e reso pezzi da cineteca. Sarà un wow continuo, uno scambio di esperienze, una lode continua al Maestro che ha insegnato a tutti i suoi piccoli Davide ad abbattere i loro Golia, a surfare con quella piccolissima tavola della fede sui cavalloni di questa vita. Non solo “per un mercoledì da leoni”, ma per una vita intera e un’eternità da leoni!

Sorpresi da una Luce che arriva "solo" per noi

domenica 2 dicembre 2007 alle 18:58


Ogni volta che il Signore mi chiama a condividere la sua Parola con altri fratelli e sorelle non manca mai di farmi qualche regalo. Magari di sottobanco.. così quasi all'ultimo momento.

Ormai lo so.

Vado per parlare (per balbettare qualcosa anzi) e mi preparo a ricevere io per primo.

Sarà una parola che io stesso leggo o dico, o una condivisione, un incontro, una domanda, un saluto. E così, improvvisamente, mi sorprende l'alba.

Arriva un raggio di luce nuova dritto al cuore. Per me, solo per me.

Egocentrismo? Forse, ma il Signore fa così anche con te.

Certo il Signore lo fa con tutti, ma sai bene che quel raggio, anche se per gli altri sarà sempre bellissimo, avrà però una gamma di colori diversa. Questi sono per te e per te solo. Non so come spiegarlo ma è così.

Una volta cercavo subito di condividerlo, ne parlavo con entusiasmo... ma poi mi rendevo conto che non sempre riuscivo a trasmettere quel dono ricevuto. Ho capito ancora di più quanto e come il Signore ci ami personalmente.

Ci sono doni che DEVI condividere, altri invece sono solo per te. Incomunicabili (se non per uno speciale dono) o comunque mai nella stessa forma in cui l'hai ricevuto mi sa.

Non è detto che quello che ti ha colpito faccia lo stesso effetto su un'altra persona. Non ti stupire, non rimanerci male.

Quello che il Signore ti ha dato, lo aveva preparato da tempo, aveva pensato a tutti i dettagli..

... al tuo bisogno, ai tuoi desideri. Aveva da tempo e con cura pensato a come presentarti il dono, a come renderlo più bello, a come incartarlo, alle circostanze migliori per dartelo in modo che tu lo apprezzassi e lo capissi... poi zac!

Arrivato il momento ("la pienezza dei tempi"? vabbè non esageriamo...:-) eccolo lì per te. Solo per te.

E tu vuoi subito farlo vedere in giro... addirittura regalarlo ad altri.

Ma daai! Come puoi pensare a questo punto di "riciclare" un regalo così amato - pensato - creato solo per te!??

Ma gli altri?

Avranno anche loro i loro doni. Non ti preoccupare questa volta. Non essere in ansia per la loro "conversione".

Intanto convertiti tu apprezzando il dono.

Gli altri ne riceveranno allora il tuo sorriso, la tua solarità, il tuo sentirti profondamente amato.

E dai tuoi occhi partirà anche per loro un inatteso raggio di sole. Unico e irripetibile.

Direttamente da Lui, attraverso di te, solo per la persona che ti sta davanti in quel momento.

Il tempo di Avvento ci fa gustare e ci prepara a queste venute inattese nella nostra vita.

Ciao!

Come una stella cadente

lunedì 12 novembre 2007 alle 15:40
Ho letto il bel post che il carissimo Lorenzo (da non confondersi in questo caso con l'altrettanto caro p. Lorenzo) ha messo sul suo blog (Diario di bordo).

I poeti (e gli artisti in genere) hanno il dono di saper dire in modo splendido quello che c'è non solo nel loro cuore ma nel cuore dell'uomo in genere. Credo che in ognuno di noi, chi più che meno, ci sia questa capacità.. magari nascosta. In ogni caso è bello poter ritrovarsi e sentire come proprie parole, immagini, suoni e melodie forgiate da altri compagni di viaggio. A volte è una musica, a volte un'immagine o una parola.. qualcosa che riesce a farti dire: ecco! è proprio così per me, è quello che sento e vivo anch'io adesso! Magari l'immagine della stella "cadente" è imperfetta... ma lo è del resto il linguaggio stesso, che nella sua imperfezione aspira a compiersi Lì dove non ci sarà bisogno di parole per capirsi...


Con il suo permesso fraterno faccio mie le sue parole e i suoi desideri.
Buona lettura. E grazie a te Lore.





Sono nato il 10 di agosto, quando il cielo si dipinge e s'incendia di mille stelle luminose. E sono sempre stato orgoglioso di questo fatto e ne vado proprio fiero, fiero di un qualcosa che non di pende certo da me, e nemmeno dai miei genitori, e da nessun altro se non da Dio stesso, Colui che decide.

Non voglio vivere molto, ma la vita che vivo la voglio vivere a mille. Non a dieci, non a cento, ma a mille. E vorrei che il mio passaggio su questo mondo, il mio attraversamento fra gioie e dolori, fosse come quello di una stella cadente che passa nel cielo: un vero e proprio incendio d'Amore, dentro e fuori di me.Come una stella cadente. Il suo passaggio è veloce, deciso, e lascia una scia luminosa nel cielo azzurro-blu-scuro, inconfondibile. Il suo passaggio, forse inconsapevolmente, fa accendere un sorriso nel cuore e nel viso di tutti colori i quali hanno la fortuna di osservarne il tragitto. Loro non sanno dove la stella cadente abbia esaurito la sua energia nè da dove essa sia scaturita, nè perchè sia apparsa proprio in quell'attimo e non prima e nemmeno dopo... però sono contenti di essere stati testimoni ed esprimono il loro più intimo desiderio confidando che quel segno del cielo sia un segno di benevolenza.

Così voglio vivere e non in un altro modo. Questo è il mio desiderio per la mia vita. Essere acceso ed accendere. Rimanere acceso, lasciarmi accendere, divampare nel buio delle giornate faticose e ravvivare luoghi e persone attorno a me.

Dunque, accogliere La Luce per essere Luce, accogliere l'Amore per essere Amore, custodire la Vita dentro di me per ridonarla agli altri. Accogliere il Bene per essere Bene, godere di ogni cosa esistente e condividere la Gioia della vita con chiunque abbia voglia di farlo con me, anche se fosse soltanto per cinque minuti del suo preziosissimo tempo. E così avanzare velocemente, incessantemente, procendendo assieme nell'infinito Cielo, correndo verso il giorno in cui ci sarà una stella in meno e gli uomini non potranno più sorridere del mio passaggio.

Lutto e speranza

venerdì 2 novembre 2007 alle 14:16

Separazione, morte, dolore dell’assenza.

Ricordare i nostri cari passati da questo mondo al Padre riapre forse antiche o recenti ferite.

Ed è ancora la ferita sempre sanguinante dell’assenza, della mancanza.

È’ un dolore che rende evidente che siamo creati per la comunione, per l’amore.

Vivere il lutto è non oltrepassare la soglia della disperazione, ma attendere in silenzio il compimento della Speranza.

Quando ogni lacrima sarà asciugata da ogni volto

E in Lui la pienezza di ogni attesa con ogni lancinante solitudine

sarà finalmente colmata dal calore dell’abbraccio eterno

Foto: il marito di Giovanna Reggiani il giorno del funerale. Lo abbiamo ricordato nella nostra preghiera comunitaria e chiediamo ancora per lui al Signore il suo Spirito di consolazione per questo momento dolorosissimo.


Solennità di Tutti i Santi

giovedì 1 novembre 2007 alle 14:08

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Mercoledì, 1° novembre 2006

Il Santo Padre ha introdotto la Celebrazione e l'atto penitenziale con le seguenti parole:

Fratelli e sorelle amatissimi, noi oggi contempliamo il mistero della comunione dei santi del cielo e della terra. Noi non siamo soli, ma siamo avvolti da una grande nuvola di testimoni: con loro formiamo il Corpo di Cristo, con loro siamo figli di Dio, con loro siamo fatti santi dello Spirito Santo. Gioia in cielo, esulti la terra! La gloriosa schiera dei santi intercede per noi presso il Signore, ci accompagna nel nostro cammino verso il Regno, ci sprona a tenere fisso lo sguardo su Gesù il Signore, che verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi. Disponiamoci a celebrare il grande mistero della fede e dell'amore, confessandoci bisognosi della misericordia di Dio.

Cari fratelli e sorelle,

la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l'esortazione "Rallegriamoci tutti nel Signore". La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.

Quest'oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di "madre dei santi, immagine della città superna" (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l'autore del libro dell'Apocalisse li descrive come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Questo popolo comprende i santi dell'Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell'inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l'impulso dell'eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo.

Ma "a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi - egli dice - non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell'odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione.

Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All'interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà. "Se uno mi vuol servire - Egli ci ammonisce - mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12, 26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25). L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione - si legge nell'Apocalisse - e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso. L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l'unica vera causa di tristezza e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.

La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell'uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all'amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici.

Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all'annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5, 3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l'afflitto, il mite, l'affamato e l'assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l'operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela - ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l'impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell'ago (cfr Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5, 48).

Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

Benedetto XVI

Occasione o tentazione?... ancora sul discernimento

sabato 21 luglio 2007 alle 23:44
Tralascio questa volta il commento alle letture della domenica, e prima di partire vi lascio una simpatica storia sul discernimento, un tema che ritorna spesso nei miei pensieri... e preghiere.

Lo collego ancora al titolo del libro di S. Fausti che mi pare di avere già segnalato su questo blog: "Occasione o tentazione?"

Se non si impara da soli, è la vita stessa con i suoi imprevisti, soprese, illusioni e delusioni, gioie e amarezze impreviste che pone innanzi alle nostre scelte questa domanda: occasione o tentazione? Ciò che ho davanti è una opportunità da cogliere o un mortale tranello? O ancora detto in altre parole: è un dono di Dio, una grazia o una insidia mortale del Nemico?

Non ho imparato forse molto sul discernimento, ma ora risuona molto più spesso dentro di me - grazie a quanto Gesù Maestro ha fatto per me - questa domanda: occasione o tentazione? Già porsela credo sia una gran cosa. Con troppa facilità andiamo dietro alla prima idea o sensazione piacevole, al primo incontro luminoso, o al contrario, ci spaventiamo e ci impressioniamo davanti alla prima difficoltà o imprevisto, lasciandoci a volte abbattere fuori misura e scansando o giudicando negativamente e troppo affrettatamente persone di cui conosciamo solo l'apparenza.

Con quanta facilità si sbaglia! tra chi non crede (ma non solo) si usano spesso parole come fortuna o sfortuna (e sinonimi vari...), nei nostri ambienti è più facile sentire dire: è proprio un segno! E' un dono grande aver incontrato quella persona! é una grazia o una disgrazia che le cose si siano messe in questo modo... Oppure: ma perché mi vanno tutte storte? ecc... ecc..

Il discernimento è un arte che si impara con tanta preghiera, riflessione, e spesso una buona dose di dolore. Ma è necessario. Non basta essere liberi di scegliere..il che sarebbe già tanto... occorre anche scegliere bene. Muovere i nostri passi là dove è la nostra vera gioia... vera, sì.. perchè di "gioie" in giro se ne possono cogliere anche tante... di vere solo Una.

Ma vi lascio alla storiella (che forse è po' troppo cinica.. ma qualche spunto lo dà lo stesso) e vi dò l'arrivederci a Settembre o giù di lì. Un carissimo saluto a tutti, amici e lettrici e lettori vicini e lontani!

Il blog(ger) si prende un po' di vacanza...
Ci si risente a Settembre!


Un povero cinese suscitava la gelosia dei più ricchi del paese perché possedeva uno straordinario cavallo bianco. Ogni volta che gli offrivano una fortuna per acquistare l'animale, il vecchietto rispondeva: "Questo cavallo è molto più di un animale per me, è un amico, non posso venderlo".
Un giorno, il cavallo sparì. I vicini radunati davanti alla stalla vuota, diedero il loro parere: "Povero idiota, dovevi prevedere che ti avrebbero rubato quella bestia. Perché non l'hai venduta? Che sfortuna!".
Il contadino si mostrò più circospetto: "Non esageriamo", disse. "Diciamo che il cavallo non si trova più nella stalla. E' un dato di fatto. Tutto il resto è solo una vostra valutazione. Come faccio a sapere se è una fortuna o una sfortuna? Noi conosciamo solo un frammento della storia. Chi può sapere cosa succederà?".
La gente prese in giro il vecchio. Da molto tempo lo consideravano un sempliciotto. Quindici giorni dopo, il cavallo bianco tornò. Non l'avevano rubato, era semplicemente scappato in campagna e di ritorno dalla fuga aveva portato con sé una dozzina di cavalli selvaggi.
I paesani si assembrarono di nuovo: "Avevi ragione, non era una sfortuna, ma una benedizione".
I paesani si allontanarono, convinti che il vecchio sragionasse. Ricevere dodici bei cavalli era inevitabilmente un dono del Cielo. Chi poteva negarlo?
Il figlio del contadini iniziò a domare i cavalli selvaggi. Uno di questi lo gettò a terra e lo calpestò. I paesani vennero ancora a dare il loro parere: "Povero amico! Avevi ragione, questi cavalli selvaggi non ti hanno portato fortuna. Adesso il tuo unico figlio è storpio. Chi ti aiuterà dunque nella vecchiaia? Sei davvero da compatire".


"Vedremo", ribatté il contadino, "non precipitiamo le cose. Mio figlio ha perso l'uso delle gambe, tutto qui. Chi può dire cosa ci riserverà questo? La vita si presenta a pezzettini, nessuno può predire il futuro".


Qualche tempo dopo, scoppiò la guerra e tutti i giovani del villaggio furono arruolati nell'esercito, tranne l'invalido. "Vecchio", si lamentarono i paesani, "avevi ragione, tuo figlio non può camminare ma resta con te, mentre invece i nostri figli vanno a farsi ammazzare".


"Vi prego", rispose il contadino, "non giudicate così in fretta. I vostri giovani sono stati arruolati nell'esercito, il mio resta a casa, è tutto quello che possiamo dire. Dio solo sa se è un bene o un male".


Rallegratevi con Gerusalemme, voi che avete partecipato al suo lutto

venerdì 13 luglio 2007 alle 19:27
Ringrazio Ombretta che addirittura condivide un pensiero da postare! psalva



Solo poche righe per condividere un pensiero sulla liturgia di domenica scorsa

Mi colpiva tanto l’inizio della prima lettura:


Rallegratevi con Gerusalemme,

esultate per essa quanti l’amate.

Sfavillate di gioia con essa,

voi tutti che avete partecipato al suo lutto (Is 66,10)


L’invito è chiaramente un invito alla gioia, all’esultanza, a non rimanere prigionieri delle nostre tristezze, anzi è addirittura un “comando”, un imperativo: Dio non ci vuole tristi perché ci ha creati per la pienezza della felicità.

Nello stesso tempo però la Parola pone delle condizioni precise perché questo possa verificarsi: amare Gerusalemme e aver partecipato al suo lutto.

Paradossalmente gioia e dolore, ancora una volta vanno a braccetto, camminano insieme.

Non possiamo godere della gioia di Gerusalemme se non l’amiamo, se non siamo in comunione con lei... Penso alla Chiesa, alle nostre parrocchie, alle nostre comunità religiose....

Quanto sappiamo rimanere nell’amore anche quando le cose non sono come le vorremmo?

E questo “partecipare al suo lutto”: avere il coraggio anche noi di scendere nella morte con lei per godere della vita che ci verrà certamente ridonata, che ci viene sempre, di nuovo, ridonata.

In fondo questo è stato il cammino di Gesù che ha amato la sua Gerusalemme (quella storica del suo tempo, ma anche quella di oggi... noi ) e ha partecipato davvero al suo lutto fino a morire Lui stesso: non potremo evitare che sia anche il nostro cammino se vogliamo stare con Lui....

sr. Ombretta

Amore come libertà (III)

sabato 30 giugno 2007 alle 13:34

[...]

11. Non avvenuta elaborazione del fantasma dell’altro o dell’altra: quando una persona ha avuto un’esperienza affettiva, l’altro o l’altra gli si «colloca dentro». Non si può pensare di eliminarlo con facilità. «Siamo stati insieme sei, sette, otto anni...» e allora quello o quella non si può più cancellare con un colpo di spugna. Soltanto una persona poco avveduta si imbarca in una storia d’amore ferita da un simile passato; una persona intelligente ti dice: «Prima scacci il fantasma, cioè il ricordo dell’altra persona, poi ti do tutto me stesso». E bisogna sempre precisare che non esiste l’amore generico: noi parliamo di amore sponsale, non l’amore fra madre e figlio, fratello e sorella, no! L’amore sponsale è un’altra cosa.

12. Complesso di onnipotenza: è tipico dei maschietti che, vivendo in una cultura che ti dà tutto, sono persone non cresciute. E’ un atteggiamento di molti, anche se si tratta di spilungoni alti due metri e di trent’anni, che però hanno il cervello di un adolescente, perché credono di potere tutto.

13. Troppo lavoro: il maschietto soprattutto si aliena nell’opera delle sue mani. Quando le cose non funzionano si dà al lavoro; dopo succede puntualmente che questa persona si affloscia, perché le energie psichiche sono quelle che sono. Si possono spendere tante energie per un certo periodo di tempo, ma non può essere una costante.

14. Trauma da stato abbandonico: significa che le persone possono avere dei traumi. II bambino a tre mesi già riconosce il volto della mamma. Se la mamma muore, se è ospedalizzato o anche per altri motivi, cade in stato abbandonico. Questo conduce ad una fenomenologia che ho incontrato spesso: la persona porta dentro di sé il concetto che l’altro, prima o poi, l'abbandonerà, anche se è un fenomeno inconscio.

15. Bugie destabilizzanti: è tipico di una psicologia fragile. «Non gli ho detto questo perché poi... Ma dopo se lo scopre...».

16. Rapporto idolatrico: significa che tu dal partner ti aspetti che ti faccia da dio, che sia la sorgente della vita. Ma Dio è un’altra cosa.

17. Silenzio di copertura: certe aree della personalità fanno soffrire; la persona tende a rimuoverle e per questo evita a chiunque di entrare nel suo profondo. La situazione si sblocca solo con il dialogo, con l’apertura, con la confidenza reciproca.

18. Struttura nevrotica della personalità: cioè lui, lei o tutti e due sono rimasti bambini e fanno richieste bambine. È difficile intervenire, ma succede molto spesso.

19. Corporeità in stato reattivo: significa che, soprattutto nel mondo femminile, dopo un trauma, il corpo cambia di significato. Allora se ti do la mano, un gesto normale, umano, di comunicazione, quello che dovrebbe essere una manifestazione, un passaggio di amore, lo recepisci come un disagio, come qualcosa che dà fastidio.

20. Emozioni e sentimenti altalenanti per distanza della psiche dal corpo. Non realistica rappresentazione psichica della propria corporeità e distanza da essa. Si va cercando «l'isola della felicità» fuori del proprio corpo. Realtà del tutto inconscia. Rende incapaci di rapporti stabili e decisioni definitive.

21. IO debole – regredito – mistificato. Buona parte della nostra cultura è una macchina per rimbecillire le coscienze: gli atteggiamenti che si innescano per reazione ai forti condizionamenti sociali dipendono dal nostro stato e grado di percezione della realtà e solitamente conducono a tre tipologie di comportamento solo apparentemente diverse, il conformismo, l'adattamento, o la ribellione. Ma la vera «rivoluzione» si può ottenere soltanto assurgendo al livello della meta-comunicazione.

Comunque, IO debole:

ad opera del potere di persuasione di maghi, sette religiose, presunte possessioni diaboliche; per aver aderito a magia, occultismo, fatture; per la abituale assunzione di droghe o alcool; a causa di manipolatori della comunicazione e, in generale, tutto ciò che fa regredire…

22. Sceneggiata e drammatizzazione. Modalità adolescenziale di enfatizzare situazioni estreme per «godere» di forti emozioni.

23. Su questi nuclei di morte c’è sempre la potenza della Risurrezione di Gesù Cristo: tolto il cancro, e prima lo scopri e meglio è, le dinamiche funzionano, l’amore riprende. Certe volte nelle coppie ne trovi quattro o cinque...anche se per far morire una relazione ne basta uno! Recentemente ho incontrato una coppia; piangevano e dicevano: «Ma noi questi nuclei ce l’abbiamo tutti! Come facciamo?». «Non temete. Già prendere coscienza del bisogno di crescere è importante. Vedrete: Gesù Cristo è davvero potente». II mondo dei fidanzati è dove io opero per portare la salvezza di Gesù Cristo, perché il Vangelo possa penetrare il tessuto concreto delle esperienze vissute. E’ un servizio che dobbiamo rendere alle persone. Un criterio importante è quello che io ricordo ai giovani che incontro: «Sei consegnato in mano al tuo consiglio, che è l’intelligenza che il Signore ti ha dato: occorre farla funzionare. Sei consegnato in mano alla fede, al buon Dio che ti ha messo a disposizione tutto ciò che serve per vivere, per vivere l'amore e per vivere la vita». Vorrei invitare le giovani coppie al nostro Corso per fidanzati, che teniamo alla Porziuncola: regalatevi 12 ore al giorno di ascolto. Le persone che aderiscono trovano vita, capiscono perché Dio interviene, scoprono il senso di tutto quello che accade dentro e intorno a loro.

Per realizzare un simile progetto ci vuole un annuncio forte, un annuncio autorevole: il Vangelo che viene sminuzzato perché possa calare dentro il cuore delle persone. Ed è sempre un’esplosione di vita! Io non mi accontento di vedere due persone che stanno insieme: voglio vedere il fulgore d’amore, un alone di bellezza. La mia esigenza è che la coppia risplenda, perché deve testimoniare agli altri un’esperienza di risurrezione. Deve dare testimonianza, deve inventarsi un modo per essere lievito nella sua parrocchia; deve ripartire con più slancio. La cosa più bella è ripartire nello stile di san Francesco che è quanto di più alto e più sublime possa esistere; perché Francesco ha riformato la Chiesa facendola lievitare dal di dentro con uno stile insuperabile. Non c’è al mondo uomo più umile, più delicato, più concreto capace di indirizzare le persone a camminare verso la conquista del loro bene.

p. G. Marini

Amore come libertà (II)

venerdì 29 giugno 2007 alle 13:46

[...]

Nella mia esperienza, accumulata in anni e anni di lavoro, ho individuato una ventina di nuclei di morte, che si strutturano nel momento in cui un ragazzo e una ragazza si relazionano in una dinamica di coppia: nuclei di morte, cioè realtà che operano un po’ come il cancro, che ti fanno credere che l’amore sta producendo vita, mentre in realtà ti conduce alla morte.

Ecco la mia sintesi:

1. Quando un rapporto non è paritario, là si struttura una dinamica di morte: proprio ieri un ragazzo mi parlava: «La mia ragazza mi dice sempre ’si’ (con tono accondiscendente)... Non la sopporto più». È il rapporto simbiotico: una persona si annulla nell’altra. Invece il Padre Eterno ci ha fatti differenziati, maschio e femmina, anche esternamente... Una volta ho perso cinque minuti per capire se la persona che avevo davanti era maschio o femmina! La cultura tende alla massificazione. Invece, di fronte ad una stessa realtà, maschio e femmina devono avere due reazioni diverse. Per cui quando i giovani affermano «si sono divisi per incompatibilità di carattere», mi faccio una grande risata.

2. Un altro nucleo di morte: la non avvenuta desatellizzazione. Ogni figlio nasce dentro alla dinamica dei genitori; dove si vive come satelliti. A un figlio di vent’anni, molti dicono: «Trovati di che guadagnarti la vita». Invece la cultura odierna dice tutto il contrario: «stai buono figlio mio, coccolato da mammina tua; l’amore è all’ultimo posto: studia, fai questo, fai quello...». State attenti, la non avvenuta desatellizzazione è una piaga sociale! L’ottanta per cento dei giovani stanno a casa, coccolati dai genitori e rischiano di non diventare mai uomini maturi.

3. Egoismo di coppia: può capitare che un ragazzo e una ragazza, una volta che si sono messi insieme, scelgano di tagliare le relazioni con tutte le altre persone. Ho verificato che questo è un tipo di amore che rischia di finire male.

4. Rapporti sessuali prematrimoniali: che lotta, in questo tipo di società! Però quanto è bello, i giovani me lo dicono, non avere rapporti prima del matrimonio! Dice Freud: «II destino della sessualità è l’amore». E qui ce ne vuole... Una volta mi trovavo in una città, tutta la gente della parrocchia ad un certo punto ha cominciato a mugugnare; si è alzato uno e a nome di tutti mi ha contestato. Non ho modificato una virgola del mio pensiero: «Non vengo a dire questo perché sia approvato o non approvato. E’ così: se lo accogli, bene; altrimenti la vita ti presenterà il conto. Perché Dio perdona sempre; gli uomini qualche volta; ma ciò che non perdona sono le leggi fisiologiche, sociali, psicologiche e morali: quelle non perdonano».

5. Comunicazione contraddittoria a doppio legame. Noi generalmente comunichiamo a due livelli: con il corpo invio una comunicazione e con le labbra un altro. Mi trovavo a Torino con quattrocento giovani: avevo detto questo principio e c’era anche una coppia che si doveva sposare. L’anno seguente, quando sono in quella città, sono stato invitato da quella coppia che nel frattempo si era unita in matrimonio. II marito mi dice: «Padre Giovanni, l’anno scorso avevo sentito le tue parole e sono diventate il parametro di tutto il mio relazionarmi con mia moglie. Quando ritorno a casa la sera, mi metto davanti a lei e le dico: ‘Adesso vediamo quante volte ti ho detto una cosa e poi con altri gesti, con altre parole te l’ho contraddetta’».

6. Non conoscenza di sé / non amore a sé: quanta fatica! Nessuno ama se stesso. Perché viviamo in un mondo che dice: «Ho visto una bella ragazza, un bel ragazzo, però quelle gambe, però quel naso... però...». Ciò che conta è recuperare l'unicità del proprio essere e per fare questo ci vogliono ore e ore di contemplazione. Quando avviene questo recupero davanti a sé allora si può esigerlo davanti all’altro. Prima di tutto devi spogliarti di ogni giudizio che porti dentro e dopo devi contemplare l’altro. Se hai questa forza ad un certo punto scopri lo splendore, l’incanto, la bellezza, l'unicità dell’essere! Chi sono? Prima di tutto un corpo: un corpo che è un incanto di per sé. Non godere di questo corpo, questo è il peccato. Non entusiasmarsi, questo è il peccato. Piero Angela ha fatto poco tempo fa una bellissima trasmissione sulla vita. Con lui c’erano degli esperti e alcune donne che si trovavano nei vari mesi di gravidanza. Angela, di fronte allo stupore di quelle immagini, mostrava come dei sussulti di entusiasmo; gli altri apparivano invece freddi e distaccati. Questo è il danno: non essere entusiasti di sé, non godere, non infiammarsi, non dare lode a Dio. Nessuno ama se stesso e il primo segno che la persona non si ama è l’impatto negativo col cibo.

7. L’amore sponsale legato a quello materno e paterno: è la trappola di tutte le donne. Nasce il dinamismo dell’amore e poi, oltre che moglie, gli faccio anche da madre. E pensare che questo atteggiamento viene percepito come un grande amore! Invece è destinato a morire: non c’è bisogno di un profeta, quello muore. È una trappola terribile!

8. Donne che amano troppo: è il titolo di un libro, però esprime bene una dinamica che si realizza quando una persona viene da una storia familiare dove tutto è stato ur1a, strilli, perché il padre tornava ubriaco, perché picchiava... Una ragazza vissuta dentro a una famiglia di questo tipo rischia di non accontentarsi mai dell’amore ricevuto.

9. Non precisata identità sessuale: succede certe volte che nello sviluppo della libido, non giunge a maturazione la fase autoerotica, omoerotica, eteroerotica. Psichicamente regredite, fissate alla fase omoerotica dello sviluppo della libido, certe persone fisiologicamente funzionano come maschio o come femmina. E’ il mondo psichico, però, che è regredito, e perciò provano più gioia a stare con persone del loro stesso sesso che a stare con una persona dell’altro sesso. «Sì mi sposo, funziona, però il mondo sono gli amici!». È il bar, andare a caccia, a giocare... La gioia di quella persona rimane bloccata a questo livello.

10. Consacrazione come rifugio o fuga nel religioso: è una dinamica molto particolare. Alcune persone, trovando ad un certo momento molte difficoltà nella dinamica di coppia, dicono «Mi sa che mi faccio prete... mi sa che mi faccio suora... mi sa che mi faccio frate». Conosco decine di persone che sono arrivate ad Assisi con la fidanzata e dopo anni di cammino si sono consacrati al Signore. Ma c’è stato un punto chiaro e preciso: se Dio chiama su un’altra strada, si verifica che la dinamica di coppia va comunque ottimamente, anzi, a gonfie vele. Se questo non avviene, il rischio è che si stia realizzando una fuga nel religioso che uccide la dinamica dell’amore.

[... continua]

p. Giovanni Marini

Amore come libertà (I)

mercoledì 27 giugno 2007 alle 10:46

Credo che non possa capitare niente di più bello che dedicare tempo, energie, ricerche, studio, preghiera per cercare di far fiorire l’amore perché poi fiorisca la vita. L’amore: quando si relazionano un ragazzo e una ragazza, è come vedere la Trinità in azione, visibile e toccabile. È un fatto bellissimo, anche faticoso, perché alcune volte le situazioni si presentano in maniera tale che è come una provocazione che il Signore fa.

In una pagina della Bibbia (Ez 37) si presenta una realtà di ossa aride e il Signore mette in atto una provocazione: «Figlio dell’uomo, possono rivivere queste ossa?», «Mah, non lo so» e il Signore dice: «Profetizza!». Le ossa si rimettono insieme e poi dopo... la vita! È l’esperienza che faccio tutti i giorni: ore e ore della giornata ad ascoltare persone che presentano i loro problemi, principalmente giovani che vogliono vivere l’avventura dell'amore. Certe situazioni sono cosi estreme che rimani col fiato sospeso! Possono rivivere queste ossa? Signore, tu lo sai; e subito l’intervento di Dio fa calare la sua forza su queste ossa aride. Però, dentro una situazione totalmente nuova che ti si presenta, ti chiedi: «E adesso quale Parola di Dio ricerco? Dove vado a trovare una Parola per queste persone? Come faccio a tradurre il messaggio del buon Dio, che nella rivelazione ha messo la salvezza a disposizione di tutti gli uomini? Qual è la Parola adeguata, quella giusta per questa coppia, per questi problemi, per la loro esperienza vissuta, per le ferite che portano?».

Generalmente occorre, prima di far calare la parola, un altro tipo d'intervento, quello di Giovanni Battista che abbassa i monti e innalza le valli: è necessario bonificare l’area della personalità. Poi la Parola di Dio cala e subito si vede quanto è grande e quanto è potente il Signore, quanto è unico, quanto è originale e quanto è forte la potenza della sua Risurrezione. Che gioia, da situazioni estreme, a situazioni risorte! Le persone generalmente ti dicono: «Ma io sono qui come Lazzaro, una persona sprofondata dentro una tomba, io puzzo a me stesso...», »Vieni fuori!». Perché la nostra non è tanto l’opera dello psicologo, ma è l’intervento di una persona che opera sulla potenza della Risurrezione di Gesù Cristo, tenendo presente tutto quello che le scienze umane ci mettono a disposizione, ma collocandoci ad un altro livello. È bellissimo, fratelli, servire l’amore e servire la vita; è bellissimo avere nel cuore la certezza che non ci sono situazioni umane disperate, tali che la potenza della Risurrezione di Gesù Cristo non possa risolvere. Generalmente il nostro tentativo è sempre questo. Non basta dare buoni consigli.

Volete andare dallo psicologo? Andate: davanti ai miei colleghi mi tolgo tanto di cappello per tutto il bene che fanno, per tutta la preparazione che realizzano affinché la potenza di Gesù Cristo cada su un terreno buono. Noi, però, ci collochiamo ad un altro livello, in situazioni estreme, dove l’unico tentativo possibile è sempre quello di cantare la potenza della Risurrezione di Cristo.

La mia esperienza di anni e anni, di ore e ore di ascolto, la chiamo la «mia università». I giovani mi aggiornano continuamente su quello che accade: sul linguaggio, sulle dinamiche familiari, su ciò che accade nell’ambito della scuola, del lavoro, della società, della cultura... E bisogna ascoltare un paio d'ore per poter parlare dieci minuti. Tutto questo insieme, mi ha donato una grande esperienza che ho trovato utile per fare questa operazione, cioè di portare dalla morte alla vita.

Nello specifico di una famiglia, occorre capire che il suo destino è determinato da quello che accade nel fidanzamento. Alcune volte i giovani fidanzati mi raccontano una storia di stress e non una storia d’amore: si sono talmente violentati l’un l’altro che quello che mi raccontano non è una storia d’amore. Una storia d’amore è la gioia, la felicita, è la vita. Siete stati tanti anni insieme, ma siete stati «amiconi» e l’amore non l’avete assaporato, perché l’amore è una realtà di un coinvolgimento totale.

Le persone ti raccontano le loro difficoltà: raccontano innanzi tutto il fenomeno, quello che succede... lei è cosi, lui è cosi, si comporta in questo modo...: ma questa è solo la superficie. Ci vuole un’altra chiave di lettura, imparando a cogliere quali sono le aree veramente essenziali, quelle che fanno scricchiolare una dinamica sponsale. Poi si devono individuare quali interventi sono stati già fatti. Se questi non hanno dato buoni risultati, è segno che quella strada non la si deve seguire. La prima cosa è chiedere: «Che cosa ti hanno detto? Che interventi sono stati fatti su questa tua situazione?», e quelli ti raccontano: questo è l’intervento che ha fatto il prete, questo lo psicologo, questo la mamma, il parente, l’amico... Piano piano cerco di aiutarli. Perché questi giovani devono essere serviti!

[... continua]

P. Giovanni Marini
 













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