Il lutto (I): che senso ha il mio dolore?

martedì 19 giugno 2007 alle 23:15
Proprio in questi giorni mi tornavano in mente alcune frasi che aveve letto su una rivista che mi chiedevo che fine avesse fatto... magicamente è saltata fuori da chissà dove a distanza di pochissimo, e ciò mi dà accasione di condividere qualche altro pensiero.


Si tratta di una lettera indirizzata alle tre figlie, una sorta di “eredità spirituale”: è questo che Cosetta Zanotti, giovane autrice bresciana, affida alle pagine di “Noi Genitori & Figli”.
Quella che segue è una delicata riflessione sul significato della vita, sul dolore provocato da un grave lutto
- la morte prematura del marito - e sulla ricerca di senso che ne deriva.


Una scrittrice rimasta vedova dialoga con le sue bambine:

accettiamo la sofferenza, essa non è l’ultima parola sulla vita



di Cosetta Zanotti


Carissime Laura, Andrea Grazia e Giulia, inizio questa lettera con un po’ di timore. È la mia riflessione sulla vita. Credetemi, non è semplice esprimere sentimenti e sensazioni che custodiamo nella parte più intima del cuore. Vorrei che leggeste queste righe con l’entusiasmo di chi sta per partire per un lungo viaggio, un viaggio nell’animo di un’altra persona per raccoglierne la memoria, perché tutto ciò che è accaduto e sta accadendo, non può perdersi... Vorrei che “mettesse radici in voi”. Questa è l’eredità che mi piacerebbe lasciare.

Ho deciso di scrivere prima di tutto per me stessa, perché ho bisogno di scaricare il peso di certi pensieri che sono ormai il mio e, di riflesso, se pur inconsapevolmente, anche il vostro pane quotidiano: lo intuisco dai vostri occhi. Ho la sensazione di essere come un grande albero grondante d’acqua dopo un copioso temporale che sente su di sé tutto il peso delle foglie e dei rami bagnati. Si sente quasi schiacciare e non aspetta altro che il sole per asciugarsi. Lui arriva sempre, come la Grazia di Dio, ma l’attesa a volte sembra non avere mai fine.


I vostri sguardi mi interrogano più di mille parole e forse vi chiederete perché non sia in grado di darvi una risposta. Una risposta capace di esaurire il mare di domande che affolla la vostra mente di bambine. Mi auguro che queste righe in un prossimo futuro possano esservi d’aiuto.


HO AVUTO LA SENSAZIONE

CHE PAPÁ FOSSE ANCORA CON NOI.


Oggi siamo andate al cimitero a trovare vostro padre. La giornata era splendida e c’era un silenzio inspiegabile.


Ho avuto la netta sensazione che papà fosse li con noi.

Che in quel momento non fossimo di fronte alla sua tomba, ma fossimo in sua compagnia. Mano a mano cresceva lo sgomento. Ho provato un dolore indicibile, accompagnato però da una gioia immensa. Era come se una voce mi dicesse: «Ci sono, sono sempre con te».


Se avessi potuto fermare il tempo in quel momento l’avrei fatto. Non ho saputo trattenere le lacrime e per mascherare un certo imbarazzo mi sono chinata verso Giulia che giocherellava con i sassi. Vi osservavo. Eravate occupate ad accarezzare la sua foto e poi il crocifisso, a curare i fiori e a raccogliere i sassolini lì a fianco.
M
i sono chiesta se la percezione, così netta, di quella presenza fosse uno scherzo della mente. Potrei ipotizzare che, anche se per pochi istanti, l’immaginazione possa aver avuto il sopravvento sulla ragione, ma non credo sia stato così. Penso piuttosto che la fede sia più “dentro” la realtà di quanto non immaginiamo.
Esiste una dimensione dell’amore che non ha confini né di spazio né di tempo e in quel momento l’ho attraversata. E stato come una vertigine quest’incontro. Così intimo, da farmi credere di essere a metà tra la terra e il cielo.





[... continua]


Entra in scena una donna "leggera"

domenica 17 giugno 2007 alle 14:35

Ed ecco una donna, una peccatrice... venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio pro­fumato. (Luca 7, 36 ‑ 8, 3)

Nella casa di una persona tanto perbene come Simone fariseo, che ha invitato a pranzo Gesù, si introduce all'improvviso una donna.

E’ un'intrusa. La sua presenza non è contemplata nella lista de­gli ospiti. La sua comparsa nella casa di un uomo onesto e reli­gioso ha tutta l'aria di una provocazione. Che sfrontatezza.

Non viene riferito il suo nome. Sappiamo solo il mestiere, che non è certo qualificante. «Una peccatrice di quella città...»

La conoscono tutti. Una donna leggera. Insomma, «una di quelle».

La disprezzano. Ma se ne servono.

Anche i « virtuosi » hanno bisogno di lei, per potersi sentire buoni, per poter dire: «Io non sono sceso in basso come costei».

Ma pure lei conosce gli uomini. Forse meglio degli interessati stessi.

E conosce perfino le donne, attraverso i mariti...

Conosce il marcio di una certa società all'apparenza inappun­tabile.

Conosce le persone «irreprensibili». Quelle che si cospargono di onestà quasi fosse una crema per la pelle. Ma lei sa che sotto la vernice di perbenismo, di moralità, di religione, c'è tutto il resto. No, lei non si lascia impressionare dai lustrini, né dai biglietti da visita.

Gli altri sono costretti a recitare, mettersi la maschera.

Lei ha almeno il merito di portare in giro la propria faccia vera. Non troppo pulita, ma sua.

E, nel profondo, conserva probabilmente un segreto che difende gelosamente.

Un'esistenza sgangherata. Ma, in un angolo, protetto ostinata­mente contro le delusioni in serie e le esperienze più degradanti, c'è un ritaglio di speranza. Speranza di trovare qualcuno che non la consideri soltanto oggetto di piacere. Speranza di poter offrire il proprio cuore, oltre che il corpo. Speranza di ricominciare tutto da capo. Speranza di essere finalmente capita.

Ognuno prega alla propria maniera. La preghiera della pecca­trice, qui, è fatta di silenzio, scandita dalle lacrime. La sua liturgia, intessuta di tenerezza, si serve, quali oggetti sacri, di un vaso colmo di unguento e dei propri capelli. Le cerimonie le inventa lei.

Probabilmente aveva già visto Gesù, l'aveva ascoltato, ne era rimasta sconvolta. Lui le aveva, forse, scoccato uno sguardo di rim­provero e di fiducia. Le aveva afferrato, con mano sicura, quel rita­glio occultato nell'unico angolo «pulito». E da allora era avvenuto il capovolgimento. Agli occhi degli uomini rimaneva una peccatrice. Ma «dentro» era cambiata. Si sentiva, ormai, «come abitata da quell'uomo» (E. Chalet).

Adesso veniva a ringraziare.

I suoi gesti hanno la spontaneità e la sicurezza di una donna che si sente amata.

« A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe... che specie di donna è colei che lo tocca...»

Non ha il coraggio di esprimere ad alta voce la propria opi­nione. Si limita a borbottare « tra sé ».

Dimmi che cosa pensi degli altri e ti dirò chi sei.

Certa gente possiede un'unica coerenza: quella tra i propri pen­sieri nei confronti degli altri e le proprie azioni.

Si pensa male perché si agisce male.

Il «pensar male» a riguardo degli altri è il marchio garantito della nostra capacità a compiere quelle stesse azioni.

Dostoevskij notava che se i pensieri degli uomini avessero un odore, si sprigionerebbe nel mondo un puzzo insopportabile e tutti ne moriremmo appestati.

Il Cristo non soltanto coglieva il puzzo di certi pensieri, ma li leggeva ad alta voce, come in un libro aperto.

‑ Simone, ho una cosa da dirti..

E il fariseo subisce l'umiliazione di vedersi colto in «flagrante delitto di pensiero» e di sentirsi impartire una dettagliata lezione di belle maniere.

Quasi non bastasse, ecco anche la mortificazione di vedersi proporre come esempio (e rimprovero) il comportamento di quella prostituta!

‑ Simone, ho una cosa da dirti...

Tu, praticante, osservante, tu che ti senti a posto e giudichi gli altri. Bada che non hai capito niente. Impara da lei.

Impara ad amare, e proverai la gioia di essere perdonato.

«I suoi molti peccati le sono perdonati, poiché ha molto amato».

A te, invece, «si perdona poco» per il semplice motivo che non ti riconosci peccatore, ti ritieni giusto.

La donna adesso se ne va.

Tutti la ritenevano una donna leggera.

Ma soltanto adesso lei si sente veramente leggera.

Le è stato restituito un cuore nuovo, intatto e fresco come quello di un bambino.

Ora può cominciare ad amare per davvero perché si sente amata.

E il fariseo, che probabilmente aveva invitato Gesù per studiarlo da vicino, se vuol sapere qualcosa sul conto del Maestro, dovrà rivolgersi per informazioni a questa donna.

E, con lui, tutte le persone «virtuose» del mondo.


A. Pronzato


Dov'è il tuo tesoro?

venerdì 15 giugno 2007 alle 08:24


Tutto ciò che ci appaga o crediamo che ci appaghi, finiamo per amarlo e, quando riteniamo di aver trovato il bene migliore, quello diventa il nostro tesoro, che si annida poi nelle profondità del nostro spirito, ma quante illusioni, quante delusioni! Quanti falsi tesori che si dissolvono in un batter d'occhio e tramutano il momentaneo godimento in amara tristezza. Il Signore conosce bene questa umana eventualità e per questo ci ammonisce a non accumulare falsi tesori sulla terra. "Quae sursun sunt sapite"- dice S. Paolo. "cercate (gustate) le cose di lassù", eleviamo cioè il nostro spirito verso i beni che non periscono, che durano oltre il tempo e non riguardano solo il nostro corpo e le vicende che viviamo su questa terra, ma rimangono sempre integri e diventano fonte di felicità eterna. L'uomo d'oggi è spesso prostrato, avvinto e disorientato dai beni di consumo, che vengono proposti con la migliore seduzione pubblicitaria come motivi di benessere e di felicità. Occorre saggezza e divina sapienza per sapersi difendere da questi continui assalti. L'ultima parte del vangelo di oggi ci parla della vera purezza dell'anima, parla dell'occhio che ne è lo specchio. O siamo illuminati dallo Spirito e di conseguenza tutto vediamo nella sua luce, o il nostro sguardo diventa tenebroso, cioè sempre orientato verso il buio e il male con tutte le sue brutture.

Fonte: Monaci Silvestrini

La messa comincia dalla fine

domenica 10 giugno 2007 alle 02:00

Prese i cinque pani e i due pesci e, levàti gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. (Lc 9, 11‑17)

Di A. Pronzato:


Mi impressiona sempre il dialogo che precede il miracolo della moltiplicazione dei pani.

‑ Congeda la folla ‑ suggeriscono i discepoli.

‑ Dategli voi stessi da mangiare ‑ impone perentoriamente Cristo.

Qui viene espresso il nostro istinto, che affiora regolarmente, di sottrarci agli impegni più gravosi dietro l'alibi dell'impossibilità, della sproporzione (« non abbiamo che cinque pani e due pesci » per cinquemila persone!) e l'imperativo di Cristo che ci fa carico della fame altrui.

Il teologo domenicano padre Congar usa una formula assai ef­ficace: « Ogni cristiano, spirítualmente parlando, ha famiglia a carico ». Una famiglia a dimensione del mondo.

Il cristiano, questo responsabile di tutto e di tutti.

Tale responsabilità trova la sua investitura ufficiale nell'Eu­carestia.

Ricevere l'Eucarestia non significa soltanto ricevere il corpo di Cristo. Si tratta di ricevere il sacramento degli uominí, le loro at­tese, le loro esigenze, i loro problemi, i loro drammi.

Non basta comunicare con Lui Bisogna comunicare con mondo.

Non è sufficiente « fare la comunione ». Occorre « fare comu­nione » con i fratelli, ossia realizzare l'unità, essere operatori di pace e di concordia.

Nella festa di oggi l'Eucarestia cessa per una volta di essere il sacramento del nascondimento, per essere esposta, manifestata. Il corpo di Cristo viene portato in processione. « Esce » per le strade.

La processione ha un duplice significato.

Sta a simboleggiare la nostra condizione di « itineranti », pelle­grini, creature che « non hanno quaggiù una stabile dimora », ma sono in cammino verso la vera patria. In questo cammino l'Euca­restia diventa il pane che sostiene, dà forza. Qualcosa di vitale, in­dispensabile.

Ma la processione si snoda attraverso le vie, in mezzo alle case, alle piazze. Ossia, Cristo passa là dove l'uomo abita, vive, lavora, ama, soffre, spera. E viene in tal modo sottolineato il nesso che esi­ste tra Eucarestia e vita.

I drappi, i fiori, le luci, gli addobbi, i colori, sono simboli di ciò che deve avvenire quando una comunità cristiana si nutre del « pa­ne di vita »: la realtà viene trasformata. Le « solite cose » non sono più le stesse: sono toccate da una forza di amore che le cambia dal­l’interno, le fa splendere, dà loro un significato.

L'Eucarestia, ossia tutto viene cambiato radicalmente.

Eucarestia non è « stare » con Cristo in un rapporto intimisti­co. Significa « uscire » con Lui per le strade, inserirsi nell'avventura degli uomini.

Non basta credere alla « presenza reale ». Occorre assicurare la presenza reale di Cristo nel mondo attraverso la nostra testimonianza, il nostro impegno a soddisfare la fame degli uomini.

Al termine della Messa, il prete ci congeda con la formula­« La Messa è finita: andate in pace! »

Sono sempre tentato di correggere: andate, perché la Messa non è finita. Non finisce mai.

Questo, infatti, è un inizio. Non una conclusione.

Si tratta, senza dubbio, del momento più difficile della Messa.

Si va, non perché è finito qualcosa, ma perché sta per comin­ciare qualcosa.

Il congedo non vuol dire: « Bravo avete fatto il vostro dovere di cristiani esemplari, potete andarvene tranquilli », ma: « E’ ve­nuto il vostro momento. Adesso tocca a voi ».

Quindi, non segnale di riposo, ma segnale di mobilitazione.

Non « missione compiuta, ma « partenza per una missione de­licata ».

Vedo, talvolta, qualcuno che «esce» dalla Messa con l’aria sod­disfatta di chi ha fatto il proprio dovere. Qualcosa come: « Per og­gi questa faccenda è sistemata, questa pratica è sbrigata ».

No. Celebrare l'Eucarestia significa assumersi un impegno che viene assolto « dopo », lungo la giornata.

Significa continuare.
Significa agganciarsi alla vita quotidiana.
La Messa finisce come azione liturgica e comincia come celebra­zione della vita.
Finisce il rito e ha inizio il gesto vitale.
Ci si alza da Mensa e si attacca a lavorare, a costruire il Regno.
Insomma: si porta fuori ciò che si è ricevuto.

Si porta fuori ciò che siamo diventati.

Nella cappella di un monastero svizzero nei Grigioni è stata realizzata proprio quest'idea della « continuitá » della Messa. Dal massiccio altare partono fasci di raggi. Una specie di torrente che precipita sul pavimento, si allarga, sbocca all'esterno e invade i corridoi, le sale...

Come a dire: tutto comincia di qui e finisce fuori. Meglio: non finisce.

L'altare è un punto di partenza. Ma l'avventura non può mai ritenersi conclusa. La missione non è mai compiuta.

Non è possibile fissare un termine alle sorprese.

« La Messa è finita; andate in pace! »

E’ brevissima, e relativamente facile la strada che porta a Messa.

Ma diventa interminabile e ardua quella che porta la Messa, l’Eucarestia alla vita.

E gli unici segnali sono quelli dell'attesa...

Per favore, oggi non ripariamoci, « devotamente », sotto il fa­stoso baldacchino.
Usciamo allo scoperto.
Ci accorgeremo che anche Lui viene con noi. A scoperchiare i tetti.

Non aspetta altro.

Cristo non è venuto per «stare al riparo ». E’ impaziente di condividere l'esistenza reale degli uomini

La vita di Dio (II): quando le parole non bastano all'Amore

giovedì 7 giugno 2007 alle 12:30
Caro Anonimo, mi chiedi quando la Chiesa ha cominciato ad usare il termine "Trinità" e così mi fai scrivere volentieri due cose su quello che avevo riflettuto e condiviso con alcuni amici domenica scorsa in cui appunto si celebrava nella liturgia il mistero della SS. Trinità (e che non ho postato per mancanza di tempo).


Le parole ci piovono addosso e ci rimbalzano nella testa ogni giorno con un'invadenza impressionanante. Ne siamo invasi: pubblicità, discorsi, libri, giornali, televisione, prediche, politica, teoria... (blog!)...
Ci siamo noi stessi abituati a parlare su tutto e di tutto.. e siamo ormai portati a collegare così strettamente parole e verità che quando abbiamo "pensato" bene, riflettuto bene, teorizzato bene su qualcosa ci sembra di aver già fatto tutto!
Ma la realtà è ben altro rispetto alle nostre parole...

Mi colpiva nel vangelo di domenica scorsa questa parola del Signore. Parlava ai suoi discepoli in un momento supremo di rivelazione, prima della sua Passione: "molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete ancora capaci di portarne il peso, ma quando verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,12-13).

Un invito a rendersi conto che sopra la nostra testa rimangono un'infinità di cose che non sappiamo, a rimanere aperti alla domanda e alla meraviglia. Quando pensiamo di sapere qualcosa e quel qualcosa ce lo facciamo bastare per sentirci qualcuno o imporci sugli altri, ci siamo tagliati fuori da questa possibilità di discepolato della Verità senza fine...

Aperti alla meraviglia significa essere attenti a quel linguaggio che supera ogni parola umana.
Quel linguaggio che Dio preferisce.

Parlare di Dio Trinità significa usare un concetto consolidato nella tradizione teologica, frutto di ascolto orante e di riflessione di intere generazioni di cristiani e non ci deve assolutamente soprendere che non ci sia nella Bibbia. Perché?

Beh, prima vi farei una domanda... Chi è Dio per voi, avete una definizione semplice?
Quella che è un po' sulla bocca di tutti e molto scontata è: Dio e amore!
Verissimo e giustissimo.
Forse non c'è definizione migliore... ma ha il limite appunto di essere una de-finizione, una de-limitazione... ma di che? Cosa c'è dentro? e soprattuto oltre questi limiti?

Il modo di rivelarsi di Dio è sempre oltre le definizioni. Che comunque servono, altroché, ma vengono dopo. Dopo l'esperienza di un altro tipo di linguaggio. Partire dalla definizione è pure possibile, ma fermarsi lì senza imparare questo linguaggio è un grande inganno che non porta a niente di bello.

Ma di che linguaggio parlo? Provo a dirlo come lo capisco io...

Sapete che nel vangelo non c'è mai scritto che Dio è Trinità.. e questo non vi sorpenderà tanto, anzi qualcuno dirà: visto che la Chiesa, i preti si sono inventati un sacco di roba?

Bene. Ma non c'è nemmeno scritto nei vangeli che Dio è amore!
Non scherzo, non c'è proprio scritto.
"Dio è amore" lo dice non Gesù ma già la Chiesa nella persona dell'apostolo Giovanni in una sua lettera (1Gv 4,8.16). Certo anche questa è Parola ispirata da Dio... ma colpisce che i vangeli, che più di ogni altro scritto dovrebbero svelarci il mistero del Dio fatto uomo non arrivino a tale "definizione" sublime! Perché?

Penso ai nostri genitori.
Non è che prima che nascessimo si sono messi lì a teorizzare come ci avrebbero voluto bene.
E quando siamo nati non si sono messi a farci "catechesi" e proclami su come intendevano farci del bene, su quello che avrebbero fatto per noi. Non ci hanno riversato addosso astrazioni e concetti, idee o teorie.
Prima che noi fossimo in grado di ripetere mamma o papà ci hanno prima di tutto accolto (e di questi tempi già nascere e non essere abortiti per i più svariati motivi è una grazia), ci hanno nutrito, abbracciato, sorriso, e pulito tutte le volte che ce la facevamo addosso....
Certo, almeno così sarebbe dovuto essere per tutti. Ma la delicatezza di questo "insegnamento" senza parola è così grande che tutte le volte che qualcosa non ha funzionato si sono riportate ferite che segnano per tutta la vita. Ferite che rimangono a prescindere dalle parole che dicono che va tutto bene.

Apro il vangelo allora. E vedo una Parola che per parlarmi si fa muta, piccolo infante (in-fans: che non parla). Il Figlio di Dio che si fa servo e nasce nella povertà, nella persecuzione e negli stenti di una vita nascosta.

Un Dio che prende la mia carne, la mia umanità, con tutti i suoi limiti, con la sua morte.
Un Dio che cammina e mi cerca, affaticandosi, sulle strade che io percorro tutti i giorni sbadatamente.

Un Dio che tocca le mie profonde ferite, che circonda di tenerezze chi sa solo pensare freddamente a se stesso. Un Dio che per me è rinnegato, sputato, condannato, affisso al legno della vergogna...

e seguendolo fino in fondo, passo passo non sentirò mai la parola amore...
No.
Fino a quando sotto quella croce forse mi si potranno aprire gli occhi.
E capire che quella parola non sarebbe mai bastata.
E' una parola che esplode se colmata da questa vita donata senza fine per me.

Giustamente un discepolo, Giovanni, sotto la croce, la può imparare e ridire ai suoi fratelli.
Ma lui che é Amore si comunica come vita e non come teoria dell'amore.

Lo stesso dicasi quindi per quest'intima vita di Dio che si rivela nel Cristo.
Guardando Lui vedo l'imponenza grandiosa della sua umanità e il suo vivere totalmente per un Altro. Il Padre. Lui che dice di essere con Lui una cosa sola, nell'unico Soffio di Vita che è lo Spirito che comunica a noi sua Chiesa questa stessa vita divina.

La Scrittura ci consegna un'esperienza. Esperienza che si fa vita nella Chiesa di tutti i tempi. Esperienza in cui lo sguardo amante e ragionante fissa il suo sguardo e cerca a tentoni delle parole che possano balbettare qualcosa di questo Mistero.

La parola latina "trinitas" (equivalente del greco trias) è una di queste. La usa per primo Tertulliano (morto verso il 220) per affermare l'unità divina ed evitare contemporanemente di pensare che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo siano la stessa persona, cosa che poteva succedere marcando troppo il concetto di "unitas". Per approfondire la questione si possono consultare tanti testi specializzati. Io suggerisco questo, che unisce rigore e chiarezza: L.F. Ladaria, Il Dio vivo e vero. Il mistero della Trinità, ed. Piemme, Casale Monferrato 1999, 3a ed. 2004.

I musulmani ci dicono: Dio è uno, come può avere un Figlio?
Noi rispondiamo: Dio è Amore, come può essere solo?

Dio è in se stesso Amore, a prescindere dal fatto che abbia creato e amato noi.
E' in se stesso Comunione di Persone, nella perfetta Unità e Distinzione.



La vita di Dio

domenica 3 giugno 2007 alle 15:14

C'è un modo errato di pensare alla Trinità che ha impedito finora di percepire la forza che si sprigiona da questo mistero. Consiste nel pensare alla Trinità come una cosa, come una realtà tutta fatta e conclusa in se stessa. Il Padre - si immagina - ha generato, all'ini­zio dell'eternità, il Figlio (come se l'eternità avesse un inizio!) e poi il Padre e il Figlio insieme hanno spirato lo Spirito Santo; si è costituita cosi, una volta per sem­pre, la Trinità che dura immobile in eterno. Ma la Tri­nità non è una cosa; è un processo, è qualcosa che è sem­pre in atto e che sta avvenendo ora! In Dio, ogni atto è eterno, non passeggero; in lui non c'è « ieri» e nep­pure « domani », ma solo un « oggi » eterno: Tu sei mio Figlio: oggi io ti ho generato (Sal. 2, 7; Atti, 13, 33; Ebr. 1, 5). Oggi dunque il Padre genera il Figlio; oggi essi, insieme, spirano lo Spirito Santo. Tutto è in atto, nulla è cessato; non bisogna pensare alla Trinità come a un vulcano spento, ma come a un vulcano attivo che emette tuttora fiamme di luce, di sapienza, di amore. Al co­spetto di « questa » Trinità vivente e attiva che noi ci troviamo in questo momento; è essa che in questa festa celebriamo e rivolti alla quale diciamo: «Gloria al Pa­dre, al Figlio, allo Spirito Santo: al Dio che è, che era e che viene» (Accl. al Vangelo).

R. Cantalamessa

 













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