Il "grido di dolore" del vescovo di Arbil per l'attacco turco nel Kurdistan

domenica 24 febbraio 2008 alle 10:46

Questo “è un grido di dolore rivolto alla comunità internazionale. Non lasciate che gli aerei turchi continuino a violare i cieli del Kurdistan ed a bombardarne il territorio: gli unici a soffrire sono civili innocenti. Oltre 200 villaggi colpiti, persone appena tornate che scappano di nuovo, violenza e paura: è questo il prezzo dell’aggressione che stiamo subendo”.

Chi parla è mons. Rabban al Qas, vescovo di Arbil, che all'Agenzia AsiaNews condanna l'attacco turco sul Kurdistan iracheno. Il presule, parla a nome dei suoi fratelli vescovi, dei leader religiosi musulmani e soprattutto della popolazione”. I carri armati turchi nel territorio iracheno e gli aerei di Ankara nei cieli “stanno distruggendo tutto ciò che abbiamo così faticosamente ricostruito negli ultimi anni”.

Secondo mons. al Qas, l’attacco sferrato nella notte di ieri dalle truppe turche in territorio kurdo “non è mirato a colpire i ribelli del Pkk i quali non si trovano nei villaggi vicino al confine, la zona colpita dai bombardamenti, ma lontano dalle montagne. Ho visto con i miei occhi 6 aerei turchi attaccare un villaggio cristiano dove non si erano mai viste installazioni militari”.

Appena le truppe sono penetrate nel territorio, “la popolazione è fuggita: questo è ancora più doloroso se si tiene conto di quanti sforzi ha fatto il governo provinciale per far tornare dalla Siria e dalla Giordania tutti coloro che erano fuggiti a causa della guerra. I turchi hanno distrutto dei ponti pedonali, fondamentali per spostarsi da un villaggio all’altro ed hanno concentrato il loro raggio d’azione in zone abitate per lo più da civili cristiani”.

L’Europa e gli Stati Uniti, così come i cristiani ed i musulmani di tutto il mondo, “non possono rimanere indifferenti davanti a quello che è successo. Abbiamo bisogno dell’aiuto e delle preghiere di tutti: deve tornare la pace o la situazione non tornerà mai più alla normalità”. (R.P.)

Quaresima, un tempo per cambiare

mercoledì 6 febbraio 2008 alle 12:24

Quanto raramente si sentono parole come: ho sbagliato, perdonami.
Abbiamo sempre ragione.
Vediamo sempre giusto.
Se qualcosa non va, sono gli altri che sbagliano.
Se qualcosa va, sono io che ho fatto bene.

E se anche per una attimo si affaccia il pensiero di essere fuori strada, con Dio e con gli altri, con le nostre scelte, guai a rischiare di tornare sui propri passi ammettendo l'errore: dobbiamo salvare la faccia.

E allora meglio insabbiare tutto, far finta di niente e andare avanti.
Ma verso dove?

Non certo verso la gioia.

Adesso invece è tempo di sudore e fatica, se lo vogliamo, l'unica strada verso la gioia.

Che c'è già. E' già donata dal Cristo per noi. Basta riceverla.

Ma senza riconoscimento del peccato, non c'è perdono, non c'è riconciliazione.

E' tempo di imparare a riconoscere i propri errori.
E' tempo di chiedere perdono.
E' tempo di cambiare tutto.

E tutto è lì, a portata di mano, basta dire in verità: Sorry, blame it on me

Il Gesù di Paolo e il Paolo di Gesù

giovedì 31 gennaio 2008 alle 13:10

VILLA NAZARETH


Associazione Comunità Domenico Tardini


Settimana invernale di incontro degli Associati e dei Laureati

da domenica 10 a domenica 17 febbraio 2008



Tema degli incontri:


Il Gesù di Paolo e il Paolo di Gesù



Lunedì

Il Gesù di Paolo: una Buona notizia incisa nelle ferite del suo corpo


Martedì

Saulo il fariseo e persecutore del Cristo: lo scandalo della croce


Mercoledì

Afferrato da Gesù Cristo: luce e cecità sulla via per Damasco


Giovedì

L'ansia per il vangelo e per tutte le Chiese: la missione


Venerdì

Paolo "prigioniero" di Cristo: passione, mistica, fraternità


Sabato


Generare la Vita in catene: l'eredità paolina


Mille e ancora mille doni stupendi per cui ringraziare!

sabato 19 gennaio 2008 alle 06:30
Oggi festeggio il dono stupendo della mia vita!!!

Ed è una bella occasione.
Per un grandissimo grazie
a tutti quelli che hanno acceso
il mio sorriso con il loro sorriso,
a chi con la sua vita e il suo amore, la sua fatica e speranza
ha accolto, fatto sbocciare e crescere la mia vita.

Grazie con tutto il cuore!

A chi ha condiviso con me in più o meno lunghi tratti di strada (o finora!)
giochi e ammaccature,
riso e pianto,
gioie e travagli,



a chi ha saputo comunicarmi la speranza nel futuro
e la voglia di costruire insieme qualcosa di bello
senza paura per fatiche e fallimenti
,
a chi mi ha fatto scoprire nel volto del Cristo
il compimento di tutto ciò che di più inesprimibile
il cuore contiene senza poterlo contenere,
a chi semplicemente c'è stato o c'è adesso con la sua presenza,
con la sua parola e con la sua amicizia.

Sono nomi e volti, occhi e sorrisi che rimangono nel cuore
come fresche fonti di gratitudine e di gioia di vivere.

Grazie!

Grazie a chi mi ha fatto intuire cosa significhi Amore
accogliendomi così come sono,
allargandomi il cuore e facendomi fissare la meta,
l'unico Amore verso cui aneliamo e camminiamo,
Lui, che sarà in noi il tutto
e noi tutti saremo in Lui uniti
nella gioia che senza fine celebreremo
con il nostro canto di lode.

Anche Lui in fila con i peccatori

domenica 13 gennaio 2008 alle 11:45

Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed una voce dal cielo disse: « Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto ». Matteo 3, 13-17



di Alessandro Pronzato


Il ciclo natalizio ha un carattere prevalentemente « epifanico »; nel senso di una manifestazione della gloria del Signore nell'uma­nità di Gesù di Nazareth.

Questa gloria, però, appare in un contesto di piccolezza, mo­destia, debolezza. Siamo chiamati a contemplarla in un bambino inerme, che nasce nella più squallida povertà, subito perseguitato, esule, che conduce poi una vita eguale a quella di tanti altri.

E una gloria che riveste i panni più ordinari.

Anche e soprattutto la festa del Battesimo di Gesù possiede una rilevanza epifanica. I fenomeni straordinari che accompagnano l'immersione nel Giordano sottolineano questo aspetto: i cieli aperti, la voce, la discesa dello Spirito Santo.

E l'investitura dall'alto del Messia. Sono le credenziali che il Padre dà al proprio Figlio.

Tuttavia anche qui la gloria viene, per così dire, velata. Per­ché Gesù si presenta al Giordano a farsi battezzare da Giovanni insieme a molti altri « penitenti ». In fila coi peccatori. Confuso nella massa di coloro che riconoscono di aver bisogno di conver­sione. Uno qualsiasi.

Tanto da provocare la reazione di Giovanni. Il quale gli fa no­tare che quello non è il suo posto:

- Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?

Ma l'interessato ha compiuto una scelta precisa:

- Lascia fare per ora...

E Giovanni è costretto a trattarlo come tutti gli altri.

Così, mentre dall'alto Gesù viene indicato come l'Inviato, il Figlio di Dio, dal basso Gesù stesso si colloca dalla parte dei pec­catori, si confonde con loro, sembra faccia di tutto per nascondersi.

Venuto sulla terra non per annunciare l'incombente giudizio di Dio, ma per recare la lieta notizia della salvezza, si mescola con coloro che devono essere salvati.

Disceso per inaugurare non il tempo del castigo; ma la stagione della misericordia, si presenta insieme a coloro che riconoscono di aver bisogno della misericordia divina.

Atteso e presentato da Giovanni in tono minaccioso come il « giustiziere », corregge questa immagine con quella della mansue­tudine.

Segnalato attraverso prodigi eccezionali, Lui preferisce esibire i segni della comune solidarietà.

«In questo gesto del Cristo che si confonde con la folla dei peccatori è già racchiusa quella logica che lo porterà sulla croce a morire per i peccati del popolo » (B. Maggioni).

Indubbiamente, nel dialogo tra Gesù e Giovanni si scontrano due concezioni messianiche opposte. Ed è Giovanni che deve pie­garsi al piano di Dio: « Conviene che così adempiamo ogni giu­stizia ».

Ora, il progetto di Dio è un progetto di umiltà e di misericordia.

Per cui, « adempiere ogni giustizia » vuoi dire sottomettersi alla volontà di Dio, che non è una volontà sterminatrice, ma di salvezza.

Mi pare che la pagina di Vangelo odierna ci inviti a « ricono­scere » Colui che è stato mandato dal Padre, a scoprire il senso della sua missione. O, se vogliamo, a rispondere alla domanda fon­damentale: « Chi è Gesù? »

Questo riconoscimento essenziale, però, è possibile soltanto se ci poniamo nella prospettiva giusta.

E trovando il nostro posto, in mezzo ai peccatori, nella fila di coloro che si incamminano lungo un itinerario penitenziale, nel gruppo di chi sente l'esigenza di conversione, che è possibile stabi­lire un contatto con Cristo.

Vorrei dire che è importante scoprire che non siamo a posto, non siamo ciò che dovremmo essere.

Può essere facile additare le cose che non vanno nel mondo. Denunciare il male che sta fuori.

Si tratta, invece, di accertare le cose che non funzionano in noi, per colpa nostra. Rintracciare il male annidato, non nella casa del vicino, bensì nelle pieghe del nostro essere.

Troppo comodo distribuire colpe all'esterno.

E urgente, invece, riconoscerci colpevoli personalmente, attri­buirci una fetta di responsabilità di fronte a certi guasti.

Non serve a nulla essere insoddisfatti degli altri.

Risulta decisivo essere insoddisfatti di sé.

Possiamo avere numerose e valide ragioni per lamentarci degli altri.

Ma il vero problema è chiarire i motivi che abbiamo per la­gnarci di noi stessi.

Un giorno Cristo ammonirà severamente: « Guai a voi che ora siete sazi » (Lc 6, 25). Ossia, guai ai soddisfatti.

Guai a chi si compiace di ciò che è, di ciò che ha fatto, di ciò che ha ottenuto, delle benemerenze che ha collezionato.

Beati, invece, gli scontenti. Scontenti, non di quello che hanno (o non hanno), ma di ciò che sono (o non sono).

Beati coloro che non hanno da ridire sul conto degli altri. Hanno parecchio da ridire, piuttosto, sul proprio conto.

Beati quelli che sanno mettersi in discussione.

Beati coloro che ammettono di aver sbagliato, di aver provo­cato e di provocare guai nel mondo, nella Chiesa, nella società, oltre che nella propria esistenza personale.

Soltanto questa ammissione, infatti, ha il potere di dare uno scossone ai vari meccanismi che hanno la pessima abitudine di incepparsi.

Il Giordano, al tempo di Giovanni, era popolato di « insoddi­sfatti » che andavano non a controllare il bagno purificatore degli altri, ma a immergersi in quell'acqua perché convinti di aver accu­mulato un bel po' di sudiciume sulla propria pelle (e non soltanto sulla pelle).

E Gesù si è mescolato tra questi insoddisfatti.

E continua a farsi trovare da loro.

Lui non sta dalla parte di chi dice: « Guarda che schifo ».

Ascolta, invece, la voce di chi confessa: « Non ne posso più di me stesso. Non mi sopporto più così ».

P. Claudel garantiva: «Il Signore ha preso l'abbonamento con le tue infermità per guarirle ».

C'è un'unica malattia che Lui non può guarire: la sicurezza. Un unico « caso disperato » di cui non può occuparsi: la sod­disfazione di sé.

Un'unica categoria di persone che non riesce a smuovere: quel­le che si ritengono a posto.

Chi dona con gioia

mercoledì 9 gennaio 2008 alle 22:36

Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.



Ariete è una bambina che dimostra circa 11 anni. E stata abbandonata in un ospedale psichiatrico vicino a Kigali non molto tempo fa. Dopo diversi mesi di ricovero, non riuscendo a rintracciare i genitori, è stata affidata alla nostra "Casa Amahoro". È davvero scapestrata, simpatica, impertinente, irrefrenabile a volte manesca, impulsiva. A tutti si rivolge dicendo «mama wanjye, papa wanjye», «tu sei la mia mamma, il mio papà». Eppure non è così, anche se ci piacerebbe davvero poter colmare il suo vuoto, il desiderio di riavere una mamma tutta per sé.


In questi giorni di vacanze scolastiche, abbiamo riaccompagnato a casa tutti i bambini che vivono qui in casa, 8 bimbi in tutto. Anche Ariete chiedeva di andare a casa. A casa dove? Non sappiamo da dove iniziare a cercarla la tua casa, perché a quel recapito che lasciarono i tuoi non si è mai trovato nessuno. Tutto il giorno chiede insistentemente di andare dal "dottore", quel dottore che forse in ospedale le dava un senso di sicurezza e paternità.


Forse i suoi genitori vivono un dramma ancora più grande che non ci è dato di sapere, ma Ariete è e resta una abbandonata: non possiede nulla, non ha una famiglia che qui è quasi tutto, non ha gli strumenti per costruirsi una vita o un futuro, né qui né altrove. Eppure la sera, durante il vespro, al momento del canto finale, tutto d'un tratto Ariete si alza e inizia a danzare.


Balla con le braccia alzate al cielo e il suo viso ride. Balla come è, con il suo fare maldestro e un po' sgraziato, ma con quei passi al ritmo di tamburo fa nascere una poesia che rigenera i nostri cuori. La sua è una preghiera densa. Una preghiera piena di vita, di gioia, di desiderio, piena del suo sorriso, una preghiera che è tutta presenza.


Questa danza è un canto alla vita che si alza al Padre. Anche se vita incerta, spezzata, sfortunata. È la preghiera di chi nulla ha da vantarsi, nulla vuole supplicare, nulla vuole lamentare, ma offre semplicemente se stesso con la gioia che il Signore ama. Ho riconosciuto davvero queste parole: Dio ama chi dona con gioia.


Ariete dona con gioia tutto quello che ha: se stessa.


Un'operatrice Caritas


 













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