Cristo ci regala la sua pace

domenica 15 aprile 2007 alle 11:07
Una bella riflessione di Alessandro Pronzato...

Gesù si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! » (Gv 20, 19‑31)

Pace è il nome della Risurrezione.

Cristo, quando appare ai suoi amici, usa il termine Shalom, che era saluto familiare per ogni israelita, un'espressione augurale.

La pace era dono di Yhwh e, più che un vocabolo, era un concetto religioso.

Lo stato di pace, in una persona, indicava una condizione di benessere, con un'accentuazione in senso materiale, realizzabile soltanto attraverso un'intima comunione con Yhwh.

Il risorto, dunque, augura la pace.

E si tratta, beninteso, della sua pace.

Fermiamoci a considerare questa pace che dobbiamo possedere in noi stessi, per poterla irradiare sugli altri e diventare così – per usare il linguaggio delle Beatitudini ‑ « operatori di pace ».

Come per la gioia, anche per la pace si può dire che ne esistano in commercio due tipi.

Quella nostra e quella che ci danno gli altri.

La prima ha caratteristiche di inalterabilità. L'altra è all'inse­gna della precarietà e provvisorietà.

Mi spiego con un esempio. Ho assistito personalmente a que­sta scenetta.

Paolo è un simpatico bambino. Un giorno decide di costruire, nel proprio cortile, una capanna. Convoca i compagni di gioco e tutti s'impegnano a collaborare all'impresa. Chi porta i pali, chi una tenda, chi una sedia, chi una stuoia, chi un vaso, chi uno spec­chio.

La faccenda regge per alcune settimane. Un pomeriggio i ra­gazzi bisticciano con Paolo. « Se non ci fosse il mio cortile... », si fa forte lui. «Ma noi abbiamo messo tutto il resto», protestano gli altri. Al termine dell'acceso litigio, ognuno ritira ciò che aveva offerto per la costruzione della capanna. Ognuno recupera precipitosamente e riporta a casa il proprio pezzo. Tutto si sfascia in un attimo. E Paolo rimane col suo cortile vuoto e una scopa!

Ecco. Il problema sta tutto qui. Con quali materiali abbiamo costruito la nostra pace?

Quando qualcuno, in confessionale, si lamenta:

‑ Padre, mi hanno fatto perdere la pace...

Io rispondo:

‑ Se gliel'hanno portata via gli altri, è perché la pace non era sua. Gli altri si sono limitati a riprendersi ciò che avevano pre­stato... Erano nel loro diritto.

Troppe volte la nostra pace è costruita con materiali che non ci appartengono. Qualcuno ci dà un briciolo di stima, un altro ci offre un po' di simpatia, altri ancora un pizzico di apprezzamento per il nostro lavoro, una dichiarazione di accordo con le nostre idee, un complimento, un elogio.

E noi stiamo in pace nella nostra capanna. Tutto fila alla per­fezione.

Non abbiamo il coraggio di riconoscere che quella costruzione è tenuta insieme da materiali d'accatto.

Che la nostra pace dipende, in realtà, da ciò che hanno messo gli altri.

Poi, un giorno, succede un piccolo o grosso incidente. Qualcuno ritira il suo pezzo (uno sgarbo, un'incomprensione, un'osservazione ingiusta, un'indelicatezza, una malignità, un'interpretazione male­vola di una nostra azione). E la nostra pace si sfascia.

Naturale. Non era nostra.

Abbiamo perso, semplicemente, ciò che non ci apparteneva.

La pace che non è nostra dura finché tutto va bene.

La pace nostra, invece, dura anche quando tutto va a rotoli.

« Non ho più la pace... »

Non l'hai mai posseduta veramente.

Quella che avevi era esposta alle intemperie, alle variazioni me­teorologiche, ai capricci altrui, agli umori mutevoli delle persone che ti stanno accanto.

Perché la pace sia nostra, occorre riceverla in dono dal Cristo. Lui ci dà la sua pace. E non se la riprende più. Ci appartiene.

Teniamo presente, però, secondo l'invito di uno studioso ‑ P. Ricca ‑ le caratteristiche fondamentali di questa sua pace che può diventare nostra, se l’amiamo, se la accettiamo.

È una spada che taglia, divide, spezza certi legami. Per cui la sua pace rappresenta la crisi, e forse la fine della nostra pace.

È una pace militante. «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Non possiamo separare questo fuoco dalla sua pace. Non si tratta dun­que di una pace tiepida, ma di una pace che brucia, lascia il segno sulla carne. La pace evangelica chiama al combattimento più che al riposo. Non è un punto di partenza, ma di arrivo.

È una pace diversa. Esclude la paura, scaturisce dalla logica dell'andare oltre, dalla capacità di andare controcorrente.

È, infine, una pace crocifissa. Colui che è la nostra pace, è an­che Colui che è stato tradito, arrestato, consegnato, giudicato, con­dannato a morte, crocifisso. Ossia, la sua è una pace rifiutata. Non è la pace trionfante, come la « pax romana ».

Se questa pace ancor oggi viene annunciata, proclamata, vis­suta, ciò è dovuto al fatto che Dio ha risuscitato il Crocifisso. Per­ciò è ancora presente e operante in mezzo a noi.

La pace che ci dona il Cristo si colloca al centro, nelle profon­dità del nostro essere, non si appiccica semplicemente alla pelle, col rischio di vederla sparire alla minima bava di vento contrario.

Lui è la nostra pace.

Accogliere la pace di Cristo significa accogliere la sua Persona, non soltanto un dono «staccato». La pace è la conseguenza ne­cessaria del dono fondamentale della sua Persona, ed è il segno più evidente che abbiamo spalancato le porte al Cristo.

In tal caso, soltanto noi possiamo perdere questa pace. Sba­razzandoci dell'Ospite. Oppure, che è lo stesso, costringendolo a coabitazioni sgradevoli.

La pace, più che una conquista, è una scelta.

Nel silenzio del deserto è infine sbocciata la vita

domenica 8 aprile 2007 alle 04:10
Ecco, io faccio una cosa nuova!
Essa già germoglia, non ve ne accorgete?
Sì! Aprirò nel deserto una strada,
farò scorrere fiumi nella solitudine!
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
gli sciacalli e gli struzzi,
perché immetterò acqua nel deserto
e fiumi nella steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
(Is 43,19-20)



Prima di cantare alleluia, rimango ancora in silenzio in questo buio mattino di Pasqua. Sono le 3 e sento che c'è bisogno di non disturbare questo nuovo giorno ancora in fasce. Richiede discrezione, attenzione, premura. E' come prendere in braccio una vita appena sbocciata.


Prima di cantare alleluia e per cantarlo in verità, voglio rendermi ben conto di quello che è successo... se ci credo davvero. Altrimenti è meglio tacere. E' più onesto rimanere realisticamente freddi come gli apostoli all'annucio delle donne tornate vocianti dal sepolcro del Crocifisso. Del resto quello che sperimentiamo più spesso è la concretezza della morte, l'angoscia della disfatta, la disillusione delle speranze... e l'incertezza del futuro o i graffi al cuore della solitudine, preludio della morte come solitudine assoluta...


Resurrezione?

Una parola che può essere detta e ascoltata ma difficile da capire (cfr. Mc 9,10).

Eppure voglio fare come Pietro e Giovanni, e senza dire parole correre verso quella tomba. E lì dentro scendere, guardare di nuovo in faccia il deserto della morte, il deserto che è la morte.

Dentro questo deserto ho visto accasciarsi stremato il Figlio di Dio, prostrato dal dolore, immerso nella notte. Come ogni Figlio dell'Uomo, come me, come te. E vedendo Lui così, il mio fratello, ogni mia sorella, l'angoscia ha attanagliato il mio cuore. Questa vita che a volte sembra così difficile, assurda, ingannevole. E ho compatito il Cristo-fratello compatendo in fondo me stesso, osservando magari da lontano (cfr. Mc 15,40) il suo combattimento, la sua solitaria agonia.

Sì, solitaria, perchè il dolore dell'altro è irraggiungibile il più delle volte.

Puoi solo dire che forse hai sperimentato o creduto di sperimentare qualcosa di simile... forse...


E infatti l'ho accompagnato solo per un breve tratto... fino all'orlo di quell'abisso tenebroso che è la morte. Laggiù l'ho visto precipitare, cadere in un grido di dolore (cfr. Mc 15,37).

Era troppo! E mi sono voltato indietro... sono ritornato a casa. Con la fretta di dimenticare, di non pensare. E ora invece mi ritrovo qui, a passare la mano su questa ruvida e fredda pietra su cui era deposto il suo Corpo. Mi ritrovo a spingere la vista avanti verso l'orizzonte di questo deserto... mi ritrovo a cercare ai miei piedi, vicino a me, dei segni di qualcosa di nuovo...

Mi spinge a questo inusitato movimento una parola che adesso ritorna nel cuore, come non abbia secoli e lingua straniera. Come avesse il sapore di una familiarità amorosa, di un sussurro intimo.


Ecco, io faccio una cosa nuova!

Una cosa nuova! Tu Signore, tu solo puoi fare qualcosa di radicalmente nuovo, di mai visto. Spezzare il già-visto che ha reso il nostro cuore duro come la pietra, inattaccabile dagli abbordaggi della Speranza. E allora la Parola insiste:


Essa già germoglia, non ve ne accorgete?


Non mi sto accorgendo di cosa? Che guardando dentro le ferite di questa terra riarsa si scorge un nuovo colore. Il colore della vita! Vita che germoglia, comincia a farsi spazio lì dove non era possibile che il regno della morte! Che il deserto possa davvero rifiorire?


Sì! Aprirò nel deserto una strada, farò scorrere fiumi nella solitudine! Mi glorificheranno le bestie selvatiche, gli sciacalli e gli struzzi, perché immetterò acqua nel deserto e fiumi nella steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto.


Improvvisamente gli occhi si aprono. Stupore! Posso ora seguire il Cristo con lo sguardo dentro quell'abisso che prima me lo aveva nascosto, inghiottito.


Quel grido di dolore con cui spirava nell'assurdo adesso lo avverto come uragano che si abbatte sull'impero della morte.


Non un povero condannato ora vedo, ma un re possente i cui piedi calpestano le porte degli inferi, le cui braccia spezzano tutti i catenacci infernali e ne dischiudono tutte le serrature. Esse giacciono al suolo infrante, aperte.


La discesa agli inferi del Re della gloria ne spalanca tutti i sepolcri, ne fa uscire gli uomini prigionieri. Tutti gli uomini schiavi del peccato e della morte, rappresentati da Adamo ed Eva, sono afferrati saldamente dalle mani del Cristo. Raggiunti nel loro abisso da questa terrificante discesa nelle loro tenebre ne partecipano ora alla vertiginosa ascesa verso il Padre della vita, nella gloria indicibile della Resurrezione.


Resurrezione!


Adesso questa parola comincia ad assumere forma e corpo! La mia croce, il mio deserto non è più lo stesso ora. Ne sono certissimo. Non avevo mai scorto questo germoglio di vita, questo Dio che non ti salva dalla morte, ma nella morte stessa, quando umanamente tu diresti la parola fine.


Acqua sgorga in mezzo a questa aridità spietata. Fiotti di vita, sprizzi di speranza, gorgoglìo di freschezza. Gratitudine. Gratitudine che non ti farebbe barattare un solo attimo dei deserti che hai vissuto per nessuna cosa al mondo.


Ora sai. Ora sei certo. Ancora non osi gridarlo alleluia...


Ancora vuoi assaporare in silenzio questa Vita, che insieme anche alle tue lacrime adesso fa fiorire il deserto...


Gesù è deposto dalla Croce e sepolto

venerdì 6 aprile 2007 alle 23:26
Un'altro pensiero dalla Via Crucis degli studenti di Villa Nazareth...



Diario di Giuseppe d’Arimatea,
membro autorevolissimo del Sinedrio di Gerusalemme

Notte fonda di venerdì di Parasceve. Se solo tutti sapessero crederebbero perché Lui era Dio. L’ho sentito quest’oggi. L’ho capito. Verso sera ho avuto l’ardire di presentarmi dal governatore Pilato perché volevo il corpo dell’uomo che pendeva al centro fra gli altri due, là sul monte del Cranio. Lui quasi non credeva fosse già morto, Gesù di Nazareth. Ebbe un attimo d’esitazione, ma la forza che condusse me da lui condusse lui a consegnarmi il corpo. Ora sento la febbre, qui accanto a queste candele che pure fremono perché sanno che le mie mani hanno avvolto Dio. È venuto con me Nicodemo e nessuno dei due ha strappato fatica alcuna dal suo cuore per calare quel corpo. Mi hanno raccontato che un centurione, poco prima, abbia aperto il suo costato. Ne sono usciti sangue e acqua. Adesso tutto mi è chiaro. Leggo bene le sue parole, quando ebbi modo d’incontrarlo. Adesso capisco. Abbiamo trasferito il Dio cadavere lì vicino, dove cresce un giardino fiorito ed il languore del gelsomino notturno ancora mi prude le membra. Mi pervade la mente la mirra e l’aloè che abbiamo versato sul Dio esangue e martoriato, fra le sue ferite. Financo la sua barba si era rilassata alla morte, le sue palpebre tacevano, ma quasi non recavano contrazione, nessun vestigio della sua eroica fatica. Non temevo la trasparenza del suo palmo, e neanche Nicodemo sembrava atterrito, più sbalordito. Adesso capisco, mie lucerne notturne, adesso leggo il piano di Dio, era lui Dio, quasi ancora in quel corpo. All’interno del giardino abbiamo trovato per il suo santo corpo un sepolcro tutto nuovo, appena scavato nella viva roccia, fresco e buio. È evidente, notte buia, è così come ho capito, adesso tutto riluce!!! Tenendolo per i piedi e per le spalle io e Nicodemo abbiamo rilassato le membra fredde fra la fredda pietra. Ecco: tutto ciò che è illogico per l’uomo adesso diventa chiaro per l’uomo. Lui, Iddio, il figlio di Dio, che è vissuto con me ed ha mangiato erbe con me e con i suoi seguaci e i peccatori di questo mondo, lui il mondo ha messo in croce, senza farlo morire nel mondo però. Ha scelto di sospenderlo fra il cielo e la terra di modo che neanche il suo corpo esalasse a contatto con questa terra, ma lassù, sospeso nel legno dei romani, piallato dai peccatori, artefatto dai traditori. Non è morto sulla terra Gesù, ma sospeso a due piedi dalla terra nera, come nero il cielo e i palmi delle sue mani. Così la terra ha conosciuto solo un dio vivente. Mai carne divina ha toccato da morta la terra…e questo è Amore, fiaccole mie, è tenero Amore infantile, e come di un bimbo (capisco solo adesso) ho raccolto i tessuti per avvolgerlo. Tessuti bianchi, puri, come le fasce di un bimbo appena nato che profumi di olii e di essenze, così il corpo del Cristo sembrava, luceva davanti le fiaccole che, anch’esse, parlavano di lui, della sua morte bianca…finita in un giardino dai bei colori e dalle belle forme, fino all’antro ove riposa adesso. Dio non è morto sulla terra ma è deposto dentro una grotta…tutto è chiaro: i nostri padri ci insegnano che l’oscurità delle grotte serba i segreti della Natura, quelli più intimi…e adesso, come un nuovo ventre, una caverna gelida e silenziosa, intatta e inalterata, nuova e vergine, ospita il corpo bianco di un morto puro, madido delle lacrime di tutta la natura al suo passaggio. Ora capisco tutto: forse che la natura stia gestando Dio per dargli la vita dopo la morte, la resurrezione che lo stesso Dio predicava a me, essere miserevole? Cosa significa tutto questo? Se solo Dio risolvesse la sua morte nella vita, allora tutto sarebbe finito, le mie congetture troverebbero ragion d’essere Verità, e quell’uomo in fasce dentro quell’antro recondito della natura sarebbe davvero Dio che prepara la sua resurrezione…se solo fosse tutto vero…ho fretta di aspettare, di capire se le mie congetture siano davvero la Verità…
Giuseppe d’Arimatea

Francesco Buè

Caduto nell'abisso della nostra morte

alle 16:14
Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno seguiva la sua strada. Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti noi (Is 53,5-6).

Venerdì santo. Venerdì di passione. Una passione con mille sfaccettature, icone di amore come altrettante porte che conducono al Mistero del cuore appassionato di Dio. Tra le tante da meditare e imprimere nella mente e nel cuore, mi soffermo sul pannello tradizionale della Via Crucis dedicato alla caduta. E' l'abbassarsi, il precipitare di Dio nell'abisso della morte. E noi ci sentiamo così raggiunti, consolati, amati. Se la morte è solitudine, il suo farsi così vicino è già pegno di vita nuova.



Posto un pensiero tra quelli condivisi quest'anno dagli studenti di Villa Nazareth durante la consueta Via Crucis da loro animata.



La caduta



Prima ancora che per battermi il petto, prima ancora che per sentirmi colpevole, sono qui con voi questa sera a ripercorrere la via crucis del nostro Signore per sentirmi profondamente amato, per essere consolato e rassicurato.
L’idea di un Dio così come ce lo descrive Isaia, che sta sempre dalla tua parte, quando tutti ti sono contro, ed anche quando tu stesso sei contro di lui; che ti reputa tanto prezioso da dare la sua vita per te, soprattutto quando sei tu stesso a metterlo in croce; che ti ama quando non lo meriti; che ti sostiene e sorregge quando sbagli anziché giudicarti, dà una enorme consolazione.
Eppure spesso quest’idea, con tutta la sua bellezza e verità resta nella testa e non scende a scaldare il profondo del nostro cuore. Non diviene un’esperienza che si fa propria e che non abbandona mai. Alle volte ci sembra troppo bello per essere vero, ed il sospetto cresce, il dubbio resta: “E se non fosse vero?”.
Se guardiamo in noi stessi, alle nostre contraddizioni, ai nostri se e ma, possiamo intuire quale fosse il peso di quella croce.
Di fronte ad un dono così gratuito quanto sconvolgente ci sentiamo disorientati.

Pensiamo di poterlo o doverlo guadagnare, senza capire che proprio perché è dono, arriva quando non senti di poterlo ricevere.
La preghiera che rivolgo al Signore questa sera è che possa far conoscere ad ogni uomo sulla terra quanto sia preziosa la sua vita agli occhi di Dio e che questa consapevolezza possa essere luce e speranza nei momenti dello sconforto e della disperazione.
Amen!


Marco Del Romano



Esegesi della croce

alle 00:23
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?» .
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» . Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!» . Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!» . Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti» . Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. (Gv 13, 1-17).

A differenza degli altri evangelisti Giovanni non riporta il racconto dell'Istituzione dell'Eucaristia ma presenta una scena assente dai sinottici.
Una vera e propria esegesi del Triduo pasquale di morte e resurrezione.
Esegesi, spiegazione, manifestazione del senso di quel Corpo spezzato e di quel Sangue versato per molti, per tutti.
Gesù depone le vesti e consegna la sua vita in riscatto della nostra.
Il senso del suo morire è visibile adesso in quel suo chinarsi ai nostri piedi come l'ultimo dei servi.
Nel suo toccare con le sue mani la nostra umanità. Nel suo lavarla con infinita con-passione.

Un gesto inaudito.
Che imbarazza perchè sconvolge il nostro ordine interiore di valori.
Essere qualcuno per noi significa infatti avere, ricevere, essere degni dei servizi e dei favori di altri. Non essere qualcuno significa l'opposto: sottostare ad altri, dover dare ad altri - invece che a noi stessi e ai nostri desideri - tempo, energie, vita.
Non abbiamo ancora capito chi è Dio. Ma ora possiamo provarci.
Vedendolo chinato ai nostri piedi polverosi, sulle nostre indicibili miserie nascoste, supplicante di lasciarci lavare, dolcemente fermo contro le nostre stolte resistenze.
E anche amorosamente "minaccioso":

Se non ti laverò, non avrai parte con me.

E tu vuoi avere parte con me come io desidero essere con te. Lasciami fare.
Lascia che ti faccia capire che il senso della tua vita è amare fino alla fine (eis telos).
E tutto il resto non è che un mezzo, da assumere o no in base al fatto che ti faciliti questo fine.
Lascia che ti faccia capire che la beatitudine che cerchi è ad un passo da te.
Oltre il sapere... essa sta nel giocarti la vita per ciò che
forse sai già, ma ancora non vivi.

Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.


Vexilla Regis prodeunt, fulget Crucis mysterium

domenica 1 aprile 2007 alle 01:09
Entriamo nel mistero della Settimana Santa accompagnati da un pensiero che p. Pietro Bovati condivide su questo blog:

«Avanzano le insegne del re, rifulge il mistero della Croce», cosi inizia uno dei più celebri inni della Chiesa latina, cantato al venerdì santo. Ma questo canto ben si adatta anche alla liturgia della Domenica delle Palme, che unisce trionfo e Passione.

L’ingresso regale del Signore nella santa città di Davide è il trionfo del re di pace, la vittoria di Colui che viene a salvare il suo popolo, e a portargli riconciliazione, concordia e letizia. Con la processione liturgica, noi imitiamo la folla di Gerusalemme, che andò incontro al Signore con i rami di olivo, cantando: «Benedetto Colui che viene, osanna al Figlio di Davide». E così confessiamo, nei gesti semplici della fede, che Gesù di Nazareth è il nostro Signore, e che la sua regalità si afferma in questo mondo, anche se non è di questo mondo. Umili rami nelle nostre mani, per celebrare il vessillo del Re della terra, il vessillo della Croce, la nobile insegna della pace. Le insegne di Cristo devono tutte essere marchiate dal segno della mitezza, perché Egli, pur essendo di natura divina, per amore si umiliò fino a morire sulla croce (Fil 2,6-8), e, servo perfettamente obbediente alla volontà del Padre, non si è sottratto al supplizio dello schiavo ribelle, per poter riconciliare ogni cosa nel suo sangue innocente.

Questa è la via della pace, questo è il cammino del vero re, il cui Nome è sublime e davanti al quale si inchinano adoranti le potenze del cielo, della terra e degli inferi (Fil 2,10). La via della pace è la via del servizio umile, del dono gratuito che non si ritira di fronte al disprezzo. La via della pace è la via della Croce.

I rumori della guerra ci sono ormai fin troppo familiari, la cronaca riporta quotidianamente fatti anche di estrema crudeltà. Forse abbiamo preso maggiore coscienza di quanta violenza alberghi nei cuori umani, proprio nei nostri giorni, nonostante tante leggi sapienti, tante attestazioni di civiltà. Violenza nei paesi anche a noi vicini e a noi più cari, violenza nelle città bombardate, nelle strade percorse da profughi minacciati, nelle prigioni dove si tortura, nei campi, dove invece del grano si sparge il sangue. Violenza nelle nostre case, nelle segrete pieghe dell’incomprensione e dei frettolosi abbandoni. Violenza dell’indifferenza e della derisione.

Ma la via della pace, l’impossibile via della pace, è stata inaugurata e percorsa, trionfalmente, dal Signore Gesù; e questo è per noi motivo di speranza. Il suo sangue, versato in nome di un odio assurdo, è un sangue puro, è una medicina che risana la violenza. L’odio infernale non è capace di intaccare la purezza limpida dell’amore del Signore per i suoi fratelli. La violenza è inghiottita dalla misericordia. Un nugolo di testimoni, lungo secoli, fino ai nostri giorni, ha intrapreso la medesima strada; il corteo dei martiri avanza glorioso sotto il segno della Croce, guidando il nostro incedere.

Anche a noi, eredi di tanta speranza, è dato infatti di poter indossare la livrea del Cristo, di essere con lui nella via della pace, con gesti semplici di riconciliazione, con la paziente e coraggiosa testimonianza del bene, ad ogni costo; possiamo anche noi dare il nostro sangue, la nostra vita, amando senza attendere ricompense, sopportando le umiliazioni senza condannare nessuno. Anche noi possiamo, per il dono del Cristo, intraprendere la via della Croce, che è la via regale della pace.


Pietro Bovati SJ
(Pontificio Istituto Biblico - Roma)

 













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