Il cireneo

venerdì 21 marzo 2008 alle 10:44


Mentre uscivano, s’imbatterono in un uomo di Cirene, di nome Simone, e lo costrinsero a portare la croce di lui.(Mt 27,32).

Quello era un giorno come tanti altri per Simone: tornava dalla campagna logorato dal lavoro quotidiano.

Eppure, tra la folla curiosa, è proprio su di lui che il centurione fissa lo sguardo e lo sceglie quale compagno di Gesù nella sua sofferenza. Non hai scelto tu, Simone, di portare quella croce, ti è stata data, sei stato costretto.

Non è stato l’amore a guidarti, ma a Gesù hai ugualmente dato sollievo.

Quante occasioni abbiamo noi ogni giorno, come il Cireneo,

di aiutare Cristo a portare la sua croce? Per le strade della nostra città, nelle nostre famiglie, nell’ambiente universitario, tra gli amici: tante persone c

ercano in noi un aiuto, ma noi, molte volte, chiusi nel nostro io e schermati dalla nostra indifferenza, non accogliamo le loro richieste, o facciamo finta di non sentirle.

Non riusciamo a capire che dietro al fratello che ha bisogno di noi c’è Gesù che ci parla, ci cerca, ci invita ad amare.



Ma amare è rischio, amare è mettersi in gioco, amare può significare rimanere soli, ricevere critiche, soffrire; amare è uno stile di vita, quello che distingue un Cristiano dagli altri. Ma amare è anche felicità!

Basta abbandonarsi all’amore, avere coraggio, aprire il cuore e lasciar entrare Cristo, la sua forza e la sua bellezza, per assaporare la felicità, quella vera, quella che viene dagli occhi di un bambino

sconosciuto al quale hai saputo fare una carezza, quella che riempie il cuore dopo la soddisfazione di essere stati utili, di aver fatto del bene gratuito, quella data da un semplice ma sincero “grazie” che, dopo tanto tempo, siamo riusciti a dire a mamma e papà, che hanno regalato la loro vita a noi, ora coscienti che ciò non ci fosse dovuto.

L’Amore è Cristo, per questo chi lo scopre non è più quello di prima: ciò fa paura, ma ne vale la pena.

Perché è l’amore il più grande motore del mondo: come dice Madre Teresa, “ogni volta che dividerai il tuo amore con gli altri, ti accorgerai della pace che giunge a te e a loro. Dove c’è pace c’è Dio!”


Anna Berloco, Livia De Meo, Simona Serra



Che ne farai della sua venuta?

domenica 16 marzo 2008 alle 00:33

Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati! Quante volte ho voluto a raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto! (Lc 13,34).

Tu, tu sei Gerusalemme, la città santa che Dio ha disegnato sulle palme delle sue mani (cf. Is 43,16)! La città amata e benedetta, la città visitata dalla sua Presenza.

Quanto ha fatto stupire i cieli quanto Dio ha fatto per te!
Montagne superbe e spazi sconfinati dell'universo, stelle splendenti e profondità degli abissi hanno visto il loro Creatore e Signore farsi piccolo per te! E sono arrossite, quasi vergognandosene, senza capire cosa stava succedendo.

Lo hanno visto scendere, nascondere davanti a te la Sua gloria e darti una dignità che a loro non è toccata: tu sei in piedi, libera di fronte al Signore dell'universo.

Libera! Per te il Creatore si è fatto da parte, ha ritirato la sua signoria e ha accettato il rischio più grande: conquistare il tuo libero amore, o patire il tuo sprezzante rifiuto, chiuderti nella tua indipendenza e indifferenza.

Quante volte Gerusalemme! Quante volte sono venuto a te nei miei profeti, nei miei messaggeri!
Incontri, persone, parole e segrete ispirazioni, dubbi del cuore o consolazioni inaspettate!
Quante volte sono venuto!

Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata.

Non hai accolto Colui che ti visitava, umile, chiedendo il tuo amore.

Venivo a raccogliere la tua esistenza dispersa, i frammenti del tuo tempo che giacciono a terra slegati e senza senso nè gioia. Venivo a indicarti una strada nuova, totalmente nuova.
E tu non hai voluto. E ancora non vuoi.

Ma ancora vengo. E mi consegno a te. A te che ho fatto più potente di stelle, mare, montagne e universo. Queste realtà non possono non ubbidirmi.
Tu puoi dirmi sì o no se vuoi.

Vengo a te con l'ardore della mia gelosia e la mitezza del mio cuore.
Desidero essere con te, attirarti nel fuoco dell'amore.
E sono disposto ancora a ricevere un altro tuo rifiuto.

Ma ti prego, mostrami il tuo viso (cf. Ct 2,14), chi altri potrebbe accendere di luce i tuoi occhi?

Non lasciare che essi si spengano per sempre fissandosi su ciò che è inutile e vano!





La vera realtà che i nostri occhi non vedono

mercoledì 12 marzo 2008 alle 14:20

Una volta, in noviziato, avendomi la Madre Maestra destinata alla cucina delle figliole, mi affrissi assai di non essere in grado di maneggiare le marmitte, che erano enormi. La cosa più difficile per me era quella di scolare le patate; talvolta ne versavo fuori la metà.


Quando lo dissi alla Madre Maestra, mi rispose che poco alla volta mi ci sarei abituata e avrei fatto pratica. Questa difficoltà tuttavia non scompariva, giacché le mie forze diminuivano ogni giorno e, per mancanza di forze, al momento di scolare le patate, mi tiravo indietro.


Le suore accorsero che evitavo quel lavoro e se ne meravigliavano enormemente, non sapendo che non ero in grado di aiutarle, nonostante mi impegnassi con tutto lo zelo e senza riguardo di me stessa.


Durante l'esame di coscienza di mezzogiorno, mi lamentai col Signore per la diminuzione delle forze. Fu allora che udii dentro di me queste parole: «Da oggi in poi, ti riuscirà assai facile; accrescerò le tue forze».


La sera, venuto il momento di scolare le patate, m'affrettai per prima, fiduciosa nelle parole del Signore. Afferrai la marmitta con disinvoltura e scolai le patate con facilità. Ma quando sollevai il coperchio per farne uscire il vapore, invece delle patate notai nella marmitta interi fasci di rose rosse, così belle che non riuscirei a descriverle. Mai prima d'allora ne avevo vedute di simili.


Rimasi stupefatta, non potendo comprenderne il significato; ma in quell'istante udii in me una voce che diceva: «Il tuo duro lavoro Io lo trasformo in mazzi di stupendi fiori, mentre il loro profumo sale su fino al Mio trono».


Da quel momento cercai di scolare le patate non solo durante la settimana assegnatami in cucina, ma feci di tutto per sostituire le mie compagne durante il loro turno. E non solamente in questo, ma in ogni altro lavoro faticoso cercavo di essere la prima a dare una mano, avendo sperimentato quanto ciò fosse gradito a Dio.


O tesoro inesauribile della rettitudine dell'intenzione, che rendi perfette e tanto gradite al Signore tutte le nostre azioni! O Gesù, Tu sai quanto sono debole, perciò rimani sempre con me, guida le mie azioni e tutto il mio essere. Tu, o mio ottimo Maestro!
(dal Diario di s. Faustina Kowalska)

Dio non è d'accordo con la morte

domenica 9 marzo 2008 alle 11:24

Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà» .
Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà» .
Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno» .
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?» .
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» .
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama» . Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là» . Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» .
Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:
«Dove l'avete posto?» . Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» . (cfr. Gv 11).




(Di Al. Pronzato)

[...] Mentre si avvia al sepolcro, «Gesù scoppiò in pianto».

Direi che mi bastano queste lacrime, questo pianto dirotto. Un Dio che piange la morte dell'amico, che non nasconde i propri sentimenti, che non si vergogna di apparire umano, mi convince quanto il Dio che richiama in vita colui che è morto da quattro giorni. Per me, anche quelle lacrime sono un grande miracolo.

«Vedi come lo amava», commentano alcuni dei presenti.

E poco importa che altri stiano a cavillare, in base a un atteg­giamento ostile pregiudiziale nei suoi confronti: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non moris­se?» In fondo, questi ultimi rendono omaggio all'umanità di Gesù. Dubitano del suo potere soprannaturale, ma non possono con­testare il valore e il significato di quelle lacrime.

E poco prima, di fronte al pianto dell'altra sorella, Maria, e degli amici che la attorniavano, Gesù «si commosse profonda­mente, si turbò...» Due verbi che rendono il Maestro assai vicino alle nostre angosce, al nostro sgomento di fronte al dolore, alla nostra protesta contro la morte.

Neppure il Cristo è d'accordo con il male, non accetta a occhi asciutti il sepolcro. Neppure lui si rassegna facilmente alle separa­zioni più brutali.

Da un Dio che ama in quella maniera « tanto umana », c'è da aspettarsi di tutto in favore dell'uomo.

Al sepolcro Gesù si avvia non come un essere al di sopra delle debolezze dei comuni mortali, ma «profondamente commosso».

Ed è soltanto dopo essere stato in comunione con la nostra de­bolezza, che ritrova il tono imperioso del comando:

- Togliete la pietra!

- Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro gior­ni - gli fa osservare Marta.

Il fetore che esala dal cadavere non è un particolare macabro. Vi si può cogliere un significato teologico.

F l'artefice divino che si ritrova di fronte al proprio capolavoro deturpato, all'uomo che ha scelto la degradazione, la morte, il pec­cato, dal momento che si è sottratto alla «conversazione col pro­prio Creatore», ha rifiutato l'amore.

Nel racconto della Genesi troviamo il compiacimento: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (oppure: bella)» (Gn 1,31).

Qui: «Manda cattivo odore».

Sono i due poli estremi. È l'itinerario percorso dall'uomo lungo la strada della fuga, della disobbedienza. Dagli spazi smisurati del­l'Eden alla prigione del sepolcro.

Ma seguiamo la conclusione della narrazione: «Gesù gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!" Il morto esce, con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto coperto da un sudario».

Quel grido imperioso è rivolto a ciascuno di noi. Cristo non si rassegna ai nostri sepolcri, alla nostra coabitazione con la morte, alle nostre scelte di morte. Lui ci provoca, ossia, letteralmente, ci «chiama fuori». Fuori della prigione in cui ci rinchiudiamo volon­tariamente, accontentandoci di una vita fittizia, impoverita di ideali, di slanci, spoglia dei veri valori. Fuori dagli orizzonti soffocanti. Fuori dalle dimensioni «riduttrici» della nostra grandezza più autentica.

Quella voce ci impone di camminare, spezzando le «bende»in cui ci siamo avvolti oppure che gli altri ci hanno cucito addosso.

La risurrezione comincia quando, ubbidendo a quel comando, decidiamo di uscire alla luce, alla vita.

Quando permettiamo al nostro essere più autentico - finora confinato nel sepolcro delle nostre paure - di uscir fuori allo scoperto.

Quando dalla nostra faccia cadono le maschere e ritroviamo il coraggio del nostro volto «originale».

E intollerabile, per Cristo, che noi fissiamo la nostra dimora in un sepolcro-prigione, prima ancora di aver assaporato il gusto della vita.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio

mercoledì 27 febbraio 2008 alle 10:14

Se dici: Fammi vedere il tuo Dio, io ti dirò: Fammi vedere l'uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio. Fammi vedere quindi se gli occhi della tua anima vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano.
Infatti quelli che vedono con gli occhi del corpo, percepiscono ciò che si svolge in questa vita terrena e distinguono le cose differenti tra di loro: la luce e le tenebre, il bianco e il nero, il brutto e il bello, l'armonioso e il caotico, quanto è ben misurato e quanto non lo è, quanto eccede nelle sue componenti e quanto né è mancante. La stessa cosa si può dire di quanto è di pertinenza delle orecchie e cioè i suoni acuti, i gravi e i dolci. Allo stesso modo si comportano anche gli orecchi del cuore e gli occhi dell'anima in ordine alla vista di Dio.

Dio, infatti, viene visto da coloro che lo possono vedere cioè da quelli che hanno gli occhi. Ma alcuni li hanno annebbiati e non vedono la luce del sole. Tuttavia per il fatto che i ciechi non vedono, non si può concludere che la luce del sole non brilla. Giustamente perciò essi attribuiscono la loro oscurità a se stessi e ai loro occhi.

Tu hai gli occhi della tua anima annebbiati per i tuoi peccati e le tue cattive azioni.
Come uno specchio risplendente, così deve essere pura l'anima dell'uomo. Quando invece lo specchio si deteriora, il viso dell'uomo non può più essere visto in esso. Allo stesso modo quando il peccato ha preso possesso dell'uomo, egli non può più vedere Dio.

Mostra dunque te stesso. Fa' vedere se per caso non sei operatore di cose indegne, ladro, calunniatore, iracondo, invidioso, superbo, avaro, arrogante con i tuoi genitori. Dio non si mostra a coloro che operano tali cose, se prima non si siano purificati da ogni macchia. Queste cose ti ottenebrano, come se le tue pupille avessero un diaframma che impedisse loro di fissarsi sul sole.

Ma se vuoi, puoi essere guarito. Affidati al medico ed egli opererà gli occhi della tua anima e del tuo cuore. Chi è questo medico? E' Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita. Dio, per mezzo del Verbo e della sapienza, ha creato tutte le cose; infatti «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 32, 6). La sua sapienza è infinita. Con la sapienza Dio ha posto le fondamenta della terra, con la saggezza ha formato i cieli. Per la sua scienza si aprono gli abissi e le nubi stillano rugiada.

Se capisci queste cose, o uomo, e se vivi in purezza, santità e giustizia, puoi vedere Dio. Ma prima di tutti vadano innanzi nel tuo cuore la fede e il timore di Dio e allora comprenderai tutto questo. Quando avrai deposto la tua mortalità e ti sarai rivestito dell'immortalità, allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti. Egli infatti fa risuscitare insieme con l'anima anche la tua carne, rendendola immortale e allora, se ora credi in lui, divenuto immortale, vedrai l'Immortale.

Dal «Libro ad Autolico» di san Teofilo di Antiochia, vescovo
(Lib. I, 2. 7; PG 6, 1026-1027. 1035)

Il "grido di dolore" del vescovo di Arbil per l'attacco turco nel Kurdistan

domenica 24 febbraio 2008 alle 10:46

Questo “è un grido di dolore rivolto alla comunità internazionale. Non lasciate che gli aerei turchi continuino a violare i cieli del Kurdistan ed a bombardarne il territorio: gli unici a soffrire sono civili innocenti. Oltre 200 villaggi colpiti, persone appena tornate che scappano di nuovo, violenza e paura: è questo il prezzo dell’aggressione che stiamo subendo”.

Chi parla è mons. Rabban al Qas, vescovo di Arbil, che all'Agenzia AsiaNews condanna l'attacco turco sul Kurdistan iracheno. Il presule, parla a nome dei suoi fratelli vescovi, dei leader religiosi musulmani e soprattutto della popolazione”. I carri armati turchi nel territorio iracheno e gli aerei di Ankara nei cieli “stanno distruggendo tutto ciò che abbiamo così faticosamente ricostruito negli ultimi anni”.

Secondo mons. al Qas, l’attacco sferrato nella notte di ieri dalle truppe turche in territorio kurdo “non è mirato a colpire i ribelli del Pkk i quali non si trovano nei villaggi vicino al confine, la zona colpita dai bombardamenti, ma lontano dalle montagne. Ho visto con i miei occhi 6 aerei turchi attaccare un villaggio cristiano dove non si erano mai viste installazioni militari”.

Appena le truppe sono penetrate nel territorio, “la popolazione è fuggita: questo è ancora più doloroso se si tiene conto di quanti sforzi ha fatto il governo provinciale per far tornare dalla Siria e dalla Giordania tutti coloro che erano fuggiti a causa della guerra. I turchi hanno distrutto dei ponti pedonali, fondamentali per spostarsi da un villaggio all’altro ed hanno concentrato il loro raggio d’azione in zone abitate per lo più da civili cristiani”.

L’Europa e gli Stati Uniti, così come i cristiani ed i musulmani di tutto il mondo, “non possono rimanere indifferenti davanti a quello che è successo. Abbiamo bisogno dell’aiuto e delle preghiere di tutti: deve tornare la pace o la situazione non tornerà mai più alla normalità”. (R.P.)

 













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