Solitudine e comunione

domenica 15 giugno 2008 alle 21:25

Bose, 3-4 novembre 2007

“Conosco due specie di solitudine: l’una che mi rende triste da morire e mi dà la sensazione di essere persa, senza direzione; l’altra, al contrario, mi rende forte e felice. La prima deriva dal fatto che ho l’impressione di non aver più contatto con i miei simili, di essere totalmente separata da ciascuno di loro e da me stessa, al punto da non capire più che senso può avere la vita, mi sembra che non abbia più coerenza e che io non vi trovi il mio posto. Ma l’esperienza di un’altra solitudine mi rende forte e sicura di me stessa, mi sento in comunione con tutti, con tutto e con Dio, mi sento inserita in un grande condividere anche con altri questa grande forza che è in me (Etty Hillesum).

Spesso vediamo solitudine e comunione come antagoniste e cerchiamo la seconda per scappare dalla prima mentre, in realtà, si tratta di accettare una dimensione di solitudine costitutiva del nostro essere umani per accedere alla vera comunione con gli altri: “Chi non sa stare da solo, si guardi dal cercare la comunione. Ma viceversa è vero anche che chi non si trova in comunione si guardi dallo stare solo.

Esclusivamente nella comunione riusciamo a essere soli ed esclusivamente chi è solo è in grado di vivere nella comunione. Sono due cose interdipendenti. Esclusivamente nella comunione impariamo a essere soli nel modo giusto ed esclusivamente nella solitudine impariamo a essere nella comunione in modo giusto.

Non si ha la precedenza di una condizione sull’altra, ma esse si determinano contemporaneamente con la chiamata di Cristo (Dietrich Bonhoeffer). Si tratta di scoprire che si può essere in comunione nella più grande solitudine e nella più intensa comunione scoprire uno spazio di solitudine che custodisce noi e l’altro da ogni assorbimento e fusionalità, che ci fa essere con noi stessi.

fonte: Monastero di Bose

L'obbedienza al dialogo

venerdì 6 giugno 2008 alle 18:37

"Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto dall'alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati. Ma cose che si capiscono perché hanno una ragione, un senso. Prego molto per questo".

Raramente, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, 80 anni compiuti da poco, ha fatto un accenno così diretto, così esplicito, durante un'omelia pronunciata in chiesa, a temi che agitano anche il dibattito politico nazionale. Ma non lasciavano molti dubbi di interpretazione, le frasi pronunciate ieri sera, durante la messa celebrata nella basilica della Natività di Betlemme, davanti a 1300 pellegrini arrivati al seguito del suo successore, l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi.

Il cardinal Martini, parlando a braccio, fra gli applausi dei fedeli, ha sollecitato la chiesa italiana a credere nel dialogo "fra chi è religioso e chi è non religioso, fra credenti e non credenti" aggiungendo di pregare "perché si raggiunga quel livello di verità delle parole per cui tutti si sentano coinvolti".

[…]

Card. Carlo Maria Martini

Vietati gli applausi dopo la predica

domenica 1 giugno 2008 alle 13:46

« Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Re. Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli... Matteo 7, 21-27

E ci sono dei commentatori che ci rassicurano.

Il programma enunciato nel Discorso sul monte rappresenta una splendida utopia, destinata però a non trovare alcun « posto »dove realizzarsi. Stupende parole condannate, ahimé, a non passare mai nei fatti. Pagine di altissima poesia. Ma... la vita concreta è un'altra cosa.

Insomma, un messaggio che può al massimo strappare qualche « oh! » di meraviglia o suscitare qualche sospiro di rassegnata im­potenza. Quanto all'impegno di attuazione, neppure a pensarci. Sono cose fuori dalla portata dei comuni mortali.

Ed ecco allora Hermann garantirci che il Cristo si accontenta della nostra disposizione di spirito e non esige l'azione pratica.

Ecco Kittel che ci spiega come siamo di fronte a un'etica di conversione, per cui le frasi del Sermone hanno semplicemente lo scopo di far prendere all'uomo coscienza della propria miseria, del proprio peccato (al limite... della propria incapacità di ubbidire). Per cui le esigenze morali del Discorso non verranno mai soddi­sfatte. Devono condurci, semplicemente, a piegare le ginocchia in segno di penitenza e a percuoterci il petto in segno di colpa rico­nosciuta.

Faccio notare. Primo: riesce piuttosto difficile ammettere che Gesù si preoccupi di illustrare un programma ritenuto già in par­tenza irrealizzabile. Si presenti con tutta l'autorità del Maestro e Signore soltanto per impartirci una lezione puramente teorica allo scopo di convincere i discepoli circa la loro inguaribile incapacità o di accendere un vago desiderio verso orizzonti che sono loro pre­clusi e ideali non alla loro portata.

Vediamo di essere seri. E improbabile che la missione di Gesù consista nell'aggiungere una pagina di poesia sublime alle molte di cui è già fitta la letteratura.

Sarebbe davvero strano che il Cristo si accontenti di una rispo­sta da parte dell'uomo di questo tipo: « Come sarebbe bello se que­sti precetti si potessero osservare! »

Le prediche del Signore non vengono offerte all'ammirazione, ma all'impegno. Lui non parla perché noi commentiamo: « Che bello! », ma perché ci convinciamo che quel pane è fatto per i nostri denti e quelle parole devono trasformare la nostra condotta.

Secondo. Certo, il Sermone ha anche una funzione di allarme e di turbamento salutare delle coscienze. Tuttavia non è consentito rimanere in una situazione perpetua di rimorso. Fin quando ci si limita a riconoscere di non essere a posto, non siamo ancora... a posto. Conversione non significa soltanto ammettere di trovarsi su una strada sbagliata, bensì operare un mutamento di rotta e comin­ciare a percorrere la strada giusta (non contemplarla da lontano).

Terzo. Cristo si mostra estremamente esigente. Ma le Sue esi­genze sono anche dono, grazia offerta. La Sua Parola, accolta nella fede e in una disposizione fondamentale di obbedienza, contiene in sé una possibilità di attuazione, una potenzialità di realizzazione.

Ascoltando le parole del Signore, non ci ritroviamo unicamente a saperne di più, ma diventiamo più capaci. Perché quella Parola è viva, efficace, creatrice, e produce quello che annuncia, rende pos­sibile ciò che comanda, abilita a fare, potenzia le nostre capacità, dilata le nostre possibilità. In ogni comandamento del Signore è insita una forza di compimento.

Quarto. La conclusione del Sermone sul monte ci indirizza deci­samente sulla strada del fare.

« Non chiunque mi dice: Signore, Signore... ma colui che /a... ». Si direbbe che Gesù provi una specie di impazienza a vedere il suo programma « impossibile » tradotto nei fatti, nella vita. Tra­disca un evidente fastidio dinanzi a manifestazioni e professioni di pietà, dimostrazioni di venerazione, sfoggio di titoli, che non sfo­ciano nell’azione.

Luca registra una frase ancora più severa: « Perché mi chia­mate Signore Signore e poi non fate ciò che vi dico? » (Lc 6, 46).

Insomma, Gesù vuole che l'intenzione si trasformi in azione,

l'ammirazione per il panorama determini la partenza. Esige gli si ubbidisca veramente. Le parole e le preghiere non gli bastano.

E, a spazzar via definitivamente l'illusione che il Sermone rap­presenti un ideale altissimo e quindi... irraggiungibile, ecco la para­bola della casa costruita sulla roccia e di quella edificata sulla sabbia.

Il Signore vuole che i suoi discepoli costruiscano la loro vita precisamente con questi materiali, con queste parole, sulla base dei principi che sono stati indicati.

Il significato è trasparente: la casa fabbricata sulla roccia sono le parole ascoltate e messe in pratica.

L'edificio che poggia sulla sabbia sono le parole soltanto ascol­tate.

La tempesta simboleggia il tempo della prova nella vita dell'in­dividuo e della Chiesa. In quei momenti difficili, il segreto della sicurezza e della tenuta consisterà nell'aver realizzato il proprio essere sulla parola e sulla persona del Cristo.

Il successo o il fallimento di un'esistenza dipendono dunque dalla posizione che si assume nei confronti delle parole di Gesù.

E l'alternativa ne richiama un'altra, decisiva: entrare o non en­trare nel Regno dei cieli.

« In quel giorno... » E il giorno ultimo, quello del giudizio finale. Qui la posta in gioco è estremamente seria: la vita o la morte.

« Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non ab­biamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?" Io però dichiarerò loro:

Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità ».

Allora, dunque, non servirà a nulla poter documentare di aver profetizzato, esorcizzato e compiuto miracoli nel nome di Gesù. Il bilancio attivo delle « opere carismatiche » realizzate non sarà suf­ficiente a farsi riconoscere da Lui.

« Non vi ho mai conosciuti...

L'unico legame che il Cristo giudice riconosce sarà quello dei fatti, dell'obbedienza al suo programma, della pratica del suo inse­gnamento.

« Non vi ho mai conosciuti ». Possiamo tradurre: « Non voglio aver niente a che vedere con voi ».

Gesù « riconosce » unicamente quelle persone che dimostrano di aver avuto a che fare con le sue parole.

Il miracolo più grande che lo impressiona è quello di una vita impostata sui grandi orientamenti del Sermone.

La carriera del discepolo non è punteggiata di prodigi spettaco­lari. Ha una validità in vista della salvezza soltanto se caratteriz­zata dall'obbedienza al messaggio di Cristo.

Per noi. Mettiamoci bene in testa che Gesù non ha parlato, così, tanto per parlare. Ci ha presentato un ideale che non è destinato a rimanere nelle nuvole.

Il Maestro ci indica:

- lo stile di vita che deve « far riconoscere » i cristiani

- la funzione che dobbiamo esercitare nel mondo

- il culto gradito a Dio che dobbiamo praticare

- l'atteggiamento a riguardo dei beni che dobbiamo adottare

- il modo con cui dobbiamo trattare gli altri

- l'alternativa più radicale della nostra esistenza: solidità o rovina.

Ci ricorda che non gli interessano tanto i titoli con cui Lo invo­chiamo. « Non chi dice Signore Signore... ». Desidera Lo confes­siamo con le opere.

Ci informa che non si accontenta di una fede formale e di una religiosità « parolaia ».

Ci ammonisce che il discepolo « approvato » è quello capace di coniugare il verbo « fare ».

Ci fa presente che tutto comincia precisamente quando la pre­dica finisce.

Ci insegna che la strada più bella (anche se estremamente diffi­cile) è quella che reca i segni dei passi.

Ci suggerisce che le parole che contano sono quelle che met­tono in cammino.

Ci precisa che il suo Sermone aspetta non i nostri applausi, ma una nostra decisione.

Insiste nel farci presente che l'etica dei Discorso sul monte è un'etica impossibile ma necessaria.

di A. Pronzato


Attendere Qualcuno

martedì 27 maggio 2008 alle 18:44






La vita di ognuno è un'attesa.

Il presente non basta a nessuno.

In un primo momento, pare che ci manchi qualcosa.

Più tardi ci si accorge che ci manca Qualcuno.

E lo attendiamo.




don Primo Mazzolari


Il rapace in azione

sabato 17 maggio 2008 alle 21:24

Mi pare che una delle prove classiche dell'esistenza di Dio, elaborate da Tommaso d'Aquino, sia quella cosiddetta del moto.

Per caso, non sarà che i cristiani sono essi pure chiamati a « pro­vare » la propria esistenza attraverso il movimento?

Il mistero della Trinità, che siamo invitati a contemplare in questa domenica, ci aiuta a puntare lo sguardo sul Protagonista della vita della Chiesa. Su Colui che, oserei dire, ha il compito specifico di imprimere alla comunità dei credenti quel dinamismo, quella forza, quell'audacia che costringono il popolo di Dio ad ab­bandonare i recinti difensivi, e a spalancare le porte dei vari ce­nacoli.

Lo Spirito Santo è lo specialista del movimento. E « soffio im­petuoso » che spinge sulle strade del mondo, che strappa dagli accampamenti della paura e dai bivacchi della prudenza per scara­ventare lungo le traiettorie impensate della follia evangelica.

Attraverso lo Spirito, Dio è in azione nel mondo.

Quando la Chiesa si affida a quel « vento impetuoso », accetta di lasciarsi letteralmente travolgere da un'azione imprevedibile (« il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va... » Gv 3, 8), irresistibile, che abbatte gli ostacoli, spaz­za via le paure, scuote i pregiudizi, scrolla le sicurezze, fa piegare le resistenze più accanite.

Il vento è inafferrabile. Non lo puoi ingabbiare, amministrare, controllare, sistemare. Lo puoi soltanto assecondare. Devi lasciarti travolgere.

Grazie allo Spirito, la Chiesa cessa di essere una forma imbal­samatrice per ridiventare una forza creatrice e trasformatrice.

Non si limita più ad adeguarsi agli avvenimenti, a prendere atto di ciò che è successo al di fuori di essa, senza di essa, o addi­rittura contro di essa. Crea gli avvenimenti.

Non subisce l'iniziativa altrui. Assume coraggiosamente l'ini­ziativa.

Non si accontenta di agganciarsi al carro della storia al momen­to giusto. Si presenta come forza trascinatrice.

Gli apostoli, il giorno della Pentecoste, non si sono accontentati di non lasciarsi travolgere dagli avvenimenti. Hanno scoperto il ruolo di protagonisti, non appena hanno fatto esperienza del « sof­fio ». Sono stati loro stessi, quel giorno, a « fare notizia ».

Lo Spirito fa capire che c'è un unico modo per non lasciarsi « superare » dagli avvenimenti, per non essere « tagliati fuori »dalla storia. Ed è quello di creare gli avvenimenti, fare la storia.

Una Chiesa che si rinnova, che si muove, meglio, che riprende a muoversi - la Chiesa è pietra, roccia: ma è roccia che cammina! -è una comunità che ha ritrovato la fedeltà allo Spirito, alla vita.

Perché la vita non è possibile senza cambiamento, trasformazione, rinnovamento.

La fedeltà fondamentale è fedeltà al movimento. Senza novità (le novità dello Spirito), le cose non rimangono « come sono », inutile farsi illusioni. Si deteriorano. Degenerano. Senza mutamenti, la vita « non si conserva ». Muore. Molti dimenticano che il nostro potere di conservazione è rigo­rosamente proporzionale alla capacità di rinnovamento.

Una Chiesa fedele al movimento dello Spirito, riesce ad armo­nizzare tradizione e novità, memoria e fantasia.

Ma lo Spirito non riguarda soltanto la vita della Chiesa nel suo complesso.

Deve, vuol avere accesso anche nell'esistenza dei singoli cre­denti.

E sarà bene valutare esattamente i « rischi » di quell'azione.

Ho letto, su un foglio cattolico, un'espressione singolare: « gli svolazzi dello Spirito Santo ».

A me non è mai capitata la fortuna di ammirare gli svolazzi in questione.

Lo Spirito, già duemila anni fa, aveva l'abitudine di presentarsi all'improvviso, annunciato da un rombo, « come vento che si ab­batte gagliardo » (At 2, 2).

No. Non compie svolazzi, non fa giravolte decorative, come una pattuglia acrobatica, sul mio orizzonte spirituale. Non svolge eser­cizi di bella calligrafia sul tuo diario di viaggio

Lo Spirito è turbine, fuoco, non ghirigoro. La sua azione è tut­t'altro che innocua. Scompiglia, lacera, graffia, prende d'infilata i tuoi diligenti foglietti, li disperde lontano. Sui tuoi taccuini lascia degli sbreghi, non dei punti esclamativi.

Allorché soffia il vento - e io l'ho provato nel Sahara -' ti si aggriccia la pelle, ti vien voglia di urlare, non di sospirare.

Siamo nel campo dello sconquasso più brutale, non dell'este­tica. E alle viste un'azione di scasso.

Lo Spirito, quando fa irruzione nella nostra vita, non rispetta niente, trasforma ogni cosa manda all'aria l'ordine stabilito, scon­volge gli schemi che ci sono cari.

Il guaio è che noi, sovente, passiamo il nostro tempo a tampo­nare tutte le fessure attraverso le quali questo vento gagliardo potrebbe passare.

No. Non riesco proprio a immaginare lo Spirito Santo che com­pie svolazzi sulla mia testa.

Lo vedo, e lo temo - devo confessare - in atteggiamento rapace.

L'aquila, quando ha avvistato la preda, non distende le ali. Al contrario, si appallottola, vien giù come un sasso, le zampe strette sotto la coda per fare l'aerodinamica.

Sentiamo la descrizione di un esperto: « L'aquila prima fa la picchiata, poi conclude l'attacco a volo radente; ma tutto avviene come se non passasse nessun tempo, il tempo fosse abolito. L'aquila non cala sulla preda, cala a una certa distanza da essa; la sua calata avviene in un lampo, l'aquila ripiega le ali e precipita, precipitando fa un sibilo come di una pallottola; se la preda ha il tempo di scor­gerla, non ha quello di ricevere nel cervello quello che i suoi occhi hanno visto, e domandarsi che cos'è. Poi come un lampo radendo la terra giunge addosso, afferra... » (V. G. Rossi).

E quando si impenna tiene artigliata saldamente la vittima.

Oppure, ripenso all'immagine classica di san Girolamo: « Ascoltare la Parola significa tendere le vele al vento dello Spirito senza sapere a quali lidi approderemo ».

Una cosa sola so. Che quel vento non si limita a carezzare le vele. L'impatto è terribile. E se non mi aggrappo al parapetto, fi­nisco in mare...

Quando è in azione lo Spirito-vento impetuoso, non hai nep­pure il tempo di domandarti che cos'è.

Ti rendi conto, semplicemente, che è accaduto qualcosa, per il fatto che vieni strappato via...



di A. Pronzato




Marta

mercoledì 7 maggio 2008 alle 22:50

Lc 10,38-42

38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: "Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". 41 Ma Gesù le rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c' è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta".


La visita di un profeta porta sempre con sé una benedizione. A questo deve aver pensato mio fratello Lazzaro la prima volta che ti ha aperto la porta di casa nostra. E dopo, tante altre volte hai varcato la soglia con un passo non più esitante se non per il passaggio brusco dalla luce violenta alla penombra. Scherzavi, dicevi che neppure Abramo era stato tanto sollecito verso i suoi ospiti, ma intanto cominciavi a sentirti di casa. Anche i tuoi discepoli lo sanno che Betania è una tappa obbligata quando siete in giro da queste parti; è per questo che si fanno da parte con discrezione per lasciarti in pace con il tuo amico.


Ma col tempo è diventato sempre più difficile difendere questa intimità: sei diventato famoso, tutti vogliono vederti toccarti parlarti e dicono che appartieni a loro non meno che ad altri. E hanno ragione, perché il Maestro è di tutti. Ma l'uomo no. Anche se non sembra, Lazzaro è un tipo deciso e ha incaricato un servo di stare sulla porta e di non fare entrare nessuno, cosa di cui penso tu gli sia grato. Solo i bambini riescono a sgusciare tra le maglie del servizio d'ordine, ma c'è un tacito consenso. Passano veloce­mente, si fanno benedire e poi corrono da me in cucina, perché dopo averti strappato la benedizione come Giacobbe, vengono a razzolare un po' di cibo come Esaù.


Neppure a me serve il lasciapassare, quando entro con la brocca in mano sono dispensata dal dare spiegazioni. Raramente restate davvero soli, c'è Maria seduta in un angolo che non perde una parola, fissandoti come se fossi un angelo. Credo che nes­suno ti conosca come lei. Ti guarda le mani e potrebbe dire quanti malati hai guarito questa settimana. Osserva una cica­trice e indovina come te la sei procurata. Che male c'è se la vedo lì seduta accanto a te? Beh, c'è che lei è nel posto sbagliato.


Non è una bella cosa nascere donna, ma se almeno tutte stessimo al nostro posto non farebbe poi tanto male. Ora è facile dire che in me parla la gelosia. Vogliamo chiamare gelosia il semplice desiderio di vedere apprezzati i propri sforzi? Chiamiamola pure così. E non mi vergogno a dire che vorrei far finta di inciampare e rovesciarti addosso questa brocca e poi gettarmi ai tuoi piedi confusa e continuare a dire «mi dispiace» mentre ti scuoterei l'ac­qua dai vestiti e passerei le mani sulle tue spalle. Siamo in tanti a volerti bene, ma non tutti sappiamo farlo come tu vorresti. Forse non sono capace di stare lì seduta ad ascoltare, forse sono solo una bambina che vuole attirare la tua attenzione, ma quando gli uomini entrano nel tempio non chiedono la stessa cosa all'Altis­simo? Non credo di avere meno fiducia in te di quanta ne abbia alcun altro. So che puoi fare cose grandissime, ma vorrei che ne facessi anche di più piccole. Penso a questo mentre sono rimasta qui sola.


Tu sei andato via, Lazzaro è andato via e anche mia sorella è uscita. Chi resta qui? Io. Ma la tua presenza si avverte ancora nell'aria, è qualcosa di denso come l'odore del gelsomino che prende alla gola e fa quasi soffocare. Potrei persino pian­gere, intanto che nessuno mi vede. Chissà se un giorno ti vedrò piangere... 0 le lacrime di un profeta sono riservate alle sorti di Gerusalemme? Piangeresti per Marta? Permetteresti alle lacrime di rigare il tuo bel volto? Lasceresti tutto quel che stai facendo per correre qui, a vedere se Marta è stata ancora la più forte, più forte anche della malattia e della morte? Certo che lo faresti, prendendo la mia mano nella tua, subito la febbre mi lascerebbe e tornerei a servirti. Questo solo sa fare Marta, ma ha fiducia in te e crede che tutto ti sia possibile. Verrà un giorno in cui questa casa resterà vuota e di Lazzaro, Maria e Marta si parlerà al pas­sato. Quel giorno, lascerò che sia tu a servirmi.


Da: G.L. Carrega, Un tempo per ogni cosa, Torino 2007.


 













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