Restyling in corso!

venerdì 23 gennaio 2009 alle 12:39

A tutti gli amici che in queste settimane sono passati o ripassati da qui... inutilmente...

Pur essendo sommerso da impegni vari, grazie al carissimo Lorenzo
è in corso un certo restyling del sito!

Entro breve spero di poter ripostare qualcosa...

nel frattempo vi lascio questo pensiero di cui non posso citare la fonte, perchè ne ho perse le tracce...


La preghiera, come la musica, è invisibile e inafferrabile: la possiamo si leggere su un libro o su un pezzo di carta ma, come le note su un pentagramma, per renderla viva per essere veramente quello che dice il suo nome deve essere suonata, parlata con le labbra e col cuore dell’uomo. Ecco perché la preghiera, prima di ogni altra cosa, è dono prezioso di Dio all’uomo: perché è l’arte spirituale che, meglio di ogni altra, ci avvicina a Dio e ci mette in sintonia con Lui.
La preghiera allora è una pratica assolutamente straordinaria, perché con essa di avviciniamo a Dio e Dio a noi. Egli accetta di ascoltarci, di lasciarci parlare. Dio lo sapeva. L’uomo non può bastare a se stesso. Egli è fatto per fiorire in un’apertura all’Altro e, nell’Altro, ai fratelli in una comunione di carità. Per questo, uno degli inviti pressanti di Gesù è "Domandate e vi sarà dato" (Mt 7, 7).

Più di una volta Egli ritorna su questo tema, perché vuole aiutarci. È attento ai nostri bisogni per supplire alle nostre carenze. Aspetta che contiamo su di Lui, che abbiamo bisogno di Lui.
Egli è un Dio di bontà che desidera dialogare con gli uomini, con loro intrattenersi e raccogliere le loro confidenze. Dio accetta così di mettersi alla portata dell’uomo. Per mezzo del suo Figlio, Egli si pone umilmente in mezzo a noi. Egli fa qualcosa di più che ascoltare. Ci prende da parte, con la sollecitudine di un Padre. Dunque, la preghiera autentica non è un semplice atto umano; ma una comunione d’amore di Dio con la sua creatura. Dio è sempre e in ogni tempo disposto a riceverci e non cessa di invitarci a venire a Lui. "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28); "Colui che viene a me, non lo respingerò” (Gv 6, 37). Perché Dio si rallegra di averci accanto a sé; e, se è possibile, in modo permanente.

Un deserto affollato in attesa dell'Aurora

domenica 7 dicembre 2008 alle 14:22

... Apparve Giovanni il battezzatore nel deserto a predicare un battesimo di conversione per il perdono dei peccati...


(Mc 1, 1-8)

Il vangelo, ossia l'annuncio gioioso, comincia con la predicazione di Giovanni il battezzatore.
Quando Dio agisce nella storia, quando Dio si accinge a intervenire nelle vicende umane, appare sulla scena un uomo.
Giovanni è il punto di contatto, la cerniera tra l'Antico e il Nuovo Testamento.

Il riferimento a Isaia (« Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri ») sottolinea lo svolgersi progressivo - continuità e rottura - del piano di Dio. Giovanni svolge la funzione di precursore, ossia di colui che precede, in quanto testimone del passato.
La strada del Signore che sta per venire è ostruita.
Occorre sbloccarla, togliendo l'impedimento costituito dal peccato del popolo. Troppi « sentieri » portano lontano, o da nessuna parte. Bisogna « raddrizzarli », in riferimento al Dio che si fa vicino all'uomo.

Il contesto in cui « proclama » Giovanni è il deserto. Topograficamente dovrebbe trattarsi del deserto di Giuda. Ma più che scoprire un luogo determinato, qui siamo chiamati a leggere un simbolo. Ossia, il deserto come luogo della vicinanza, dell'intimità con Dio. E’ nel deserto che Dio ha parlato al suo popolo. Nel deserto si sono celebrate le nozze tra Dio e il popolo eletto.
È naturale che il tempo della salvezza venga inaugurato ancora nel deserto.
Che cosa « proclama » Giovanni? Qual è il contenuto della sua predicazione? Essenzialmente un battesimo di conversione.


Occorre togliere al termine conversione l'incrostazione moralistica che vi si è sovrapposta, per restituirgli il significato originale di cambiamento di mentalità, inversione di rotta.
E’ l'esigenza di un riorientamento della propria esistenza, di cui la condotta esterna è semplicemente conseguenza ed espressione concreta.


Soprattutto occorre « convertire », mutare i pensieri, riscattarli dalla dispersione, per orientarli in direzione di Colui che, solo, può dare significato alla nostra esistenza.
Questa conversione o ravvedimento rappresenta la condizione per essere accolti e perdonati da Dio.
Evidentemente c'è dell'esagerazione nel fatto che « tutti » escano per accorrere presso Giovanni. Lo stesso Marco, successivamente, obbligherà a ridimensionare la portata dell'espressione.
Viene sottolineata la realtà che il messaggio di Giovanni riguarda tutti, e non una categoria ristretta di persone. La salvezza viene offerta a tutti, non è monopolio di una élite.
Marco, con quel « tutti » mette essenzialmente in evidenza la forza e il successo della predicazione, che attiva un movimento, suscita un interesse, provoca un « esodo » inarrestabile.
Dopo averci offerto una panoramica sull'ambiente e sull'accorrere delle folle, adesso l'evangelista stacca un primo piano della figura del battezzatore.


Giovanni viene descritto, a rapidi tratti, nel suo stile austero. L'abbigliamento è costituito da un mantello di peli di cammello e da una cintura di pelle (che, in realtà, dev'essere una specie di perizoma arrotolato ai fianchi, e quindi sta sotto e non sopra il mantello).
Il riferimento ai profeti, e specialmente ad Elia, appare piuttosto evidente.
Il cibo è costituito dalle cavallette, che i beduini poveri mangiavano abitualmente, anche abbrustolite o saltate (ancora oggi certe popolazioni arabe mangiano la locusta, dopo averle tolto la testa, le ali e la parte posteriore). Il miele può essere quello deposto dalle api nelle fenditure delle rocce, oppure quello vegetale, prodotto dall'essudazione di certe piante, per esempio le tamerici.

Giovanni si preoccupa di precisare che « il più forte » viene dopo di lui, o dietro di lui. Normalmente chi sta dietro è il discepolo, o il servo. Qui il battezzatore avverte che non bisogna lasciarsi ingannare da questo momentaneo invertirsi delle parti: lui che sta davanti è soltanto il servo, anzi non è neppure degno di mettersi in ginocchio a prestare il servizio più umile, nei confronti di Colui che segue.
Insomma, Giovanni, come profeta, crea un'attesa, invita all'attenzione sul personaggio più grande. Non concentra l'interesse sulla propria persona; rimanda a un Altro.
« Io vi ho battezzato con acqua ; Lui vi battezzerà con Spirito Santo ».
Possiamo tradurre più efficacemente: « Io vi ho immersi nell'acqua. Lui vi immergerà nello Spirito Santo».

Ma fermiamoci ancora sull'ambiente esterno.
Strano deserto, questo. Un deserto dove risuonano delle voci e delle grida, popolato di presenze, caratterizzato da un andirivieni incessante.
Giovanni non predica sulle piazze, ma nel deserto.
Per raggiungere gli ascoltatori, fugge dalla città. E si fa raggiungere dalla gente nel deserto. Lui non va verso gli altri, sono gli altri che accorrono presso di lui.
Non si cerca un pubblico, si fa cercare.
Occorre, forse, recuperare questo senso del deserto come luogo dell'incontro, come spazio della comunione. Ritrovare il coraggio della solitudine, della vicinanza con Dio, come possibilità privilegiata di avvicinare gli altri.
« Dal momento che avrai imparato a fare a meno degli uomini, gli uomini si accorgeranno che non potranno più fare a meno di te » ammoniva un monaco antico.
Nel silenzio le parole vengono ripulite dall'abitudine e ritrovano il loro splendore e la loro forza originaria.


Oserei dire che la Chiesa deve scegliere il deserto come luogo della predicazione.
Non per fuggire dal mondo, per evadere da una realtà scomoda, ma per ridare al proprio messaggio quell'intensità e quella profondità, quella risonanza, che sono i segni inconfondibili di una parola che viene da lontano e mette in moto qualcosa.
Nel deserto l'annuncio trova la strada per arrivare al cuore dell'uomo.
Soprattutto se chi lo reca - come Giovanni - evita accuratamente di concentrare l'attenzione e l'ammirazione su di sé, non vuole stupire, non è preoccupato della propria grandezza, non fa questione di prestigio o interesse o successo personali, ma rimanda a un Altro.
Precursore è colui che corre avanti. E’ un uomo che, rivestito di debolezza, si limita ad avvertire che è in arrivo « il più forte ».


La piccolezza, riconosciuta, può essere manifestazione della grandezza.
La miseria ammessa, lungi dall'essere impedimento, può tradursi in trasparenza.
E’ soltanto la presunzione, la supponenza, che si esprime in opacità.
Una Chiesa che si fa piccola, che non annuncia se stessa, si tira in disparte per far passare un Altro, diventa credibile e suscita interesse.


Il deserto è pienezza, comunicazione, vicinanza.
Il contrario del deserto non è la vita, la comunità degli uomini, ma il vuoto e la lontananza.
Coraggio, « usciamo » anche noi. Si tratta di abbandonare le comode sistemazioni, le abitudini, le strutture rassicuranti, per affrontare il deserto... Lasciare i rifugi per uscire allo scoperto. Lasciarsi alle spalle i rumori e le chiacchiere per ascoltare la Parola.


di A. Pronzato

la speranza della semina la pazienza dell'attesa

lunedì 10 novembre 2008 alle 22:01



Stasera all'uscita dall'Università, Roberto il saggio portiere, uomo amante di letture profonde e fonte di consigli "volanti" sempre ricchi di senso pratico e sapienza, mi lascia un foglio fotocopiato senza dire niente. Me lo leggo e lo ringrazio... ma lo voglio anche condividere. Augurando a tutti, non solo di imparare dalla pazienza e dalla speranza che Dio ha nei nostri confronti, ma di avere anche qualcuno che così, quasi di sfuggita e alla fine della giornata pensa di regalarti un parola bella, ricca di senso, una parola di quelle vere, che rendono la vita più vita...
«Per quanto saremo pazienti con te
mai lo saremo quanto tu lo sei con noi,
o Signore:
e allora torniamo come l'uomo dei campi
di un tempo
che seminava
e poi attendeva il giro delle stagioni,
l'avvicendarsi delle piogge e del sole:
così, attenderemo pur noi
i segni della tua venuta.
Signore, è la pazienza forse il dono
che più ci manca:
pazienza davanti ai tuoi silenzi,
pazienza enza per le tue assenze e i tuoi ritardi,
per le moltissime cose che non capiamo:
Signore, fa' che non perdiamo
anche la poca pazienza che resiste.
E anche tu non perdere la pazienza con noi..
tu sei un Dio che pena per l'uomo, come nessuno.
Tu hai detto: nella vostra pazienza
possederete le vostre vite:
sia così, Signore».

(David Maria Turoldo).

Ci sono uomini che osano dire: "Così parla il Signore.."

venerdì 31 ottobre 2008 alle 23:20
Non posso non segnalarvi questo libro...
Se volete sapere come ha parlato e come parla ancora oggi nella storia il Signore Dio nostro...


La Bibbia attesta che Dio parla: parla per suscitare la ricerca, per insegnare all'uomo le sue parole, perché l'uomo nasca alla vita di figlio. Nello specifico, i profeti sono la testimonianza che la creatura è capace non solo di domandare, ma di ricevere il Mistero che si rende conoscibile in parole umane. Ed è in Israele che la profezia si afferma, si trasmette, si fa letteratura, per il bene di tutti.Le pagine del volume sono il frutto di una lettura dei profeti protrattasi diversi decenni, «lettura paziente e amorosa, che ha tentato di capire come il Signore parla, per farne partecipi i fratelli» (dalla Presentazione).
I vari contributi proposti dall'autore, nati in momenti diversi, ma successivamente rivisitati in modo da costituire un percorso di lettura unitario, ben consentono di esplorare le principali dimensioni del profetismo biblico. Due sono gli ambiti di maggiore rilevanza oggetto dello studio. Il primo (cc. 1-4) analizza la questione della definizione stessa del fenomeno profetico. Il secondo (cc. 5-11) esamina il contenuto della parola profetica, sviluppandone alcune tematiche, fra le più rilevanti. Tra queste va sottolineato come il genere letterario assunto dai profeti sia spesso quello della lite giuridica, che non costituisce affatto un verdetto di condanna, ma piuttosto una procedura volta a creare le condizioni per la riconciliazione, per un nuovo rapporto nella verità e nella giustizia.

Pietro Bovati, della Compagnia di Gesù, è professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove insegna ermeneutica biblica, esegesi e teologia dell'Antico Testamento. Ha pubblicato: Ristabilire la giustizia, Editrice Pontificio Istituto Biblico, Roma 1986, 22005; Il libro del Deuteronomio (1-11), Città Nuova, Roma 1994; in collaborazione con R. Meynet, Il libro del profeta Amos, Edizioni Dehoniane, Roma 1995.

Vista la curiosità di Daniela allungo questo post con qualche altro pezzo tratto dalla Presentazione dell'Autore:


L’essere umano sa porre delle domande. Sentendo acutamente la spinta della sua natura intelligente, desidera conoscere, perché avverte che capire il senso di tutto è mediazione di vita. Ma la via del comprendere è l’interrogarsi, e l’uomo sa farlo.

Fin dal primo manifestarsi della coscienza, fin dai primi tentativi del parlare, il bambino chiede il perché dei fenomeni e ne questiona la finalità. Nel dialogo con chi è più grande, il piccolo spinge il suo interrogare fino all’estremo, in maniera talvolta esasperante; e fa l’esperienza dunque che ci sono molte domande che rimangono sospese, constata che ci sono più interrogativi che risposte adeguate. Ma questo non spegne il suo ricercare; il suo questionamento si affina anzi di fronte al mistero, si purifica forse, e, crescendo negli anni, può trasformarsi in ricerca pura del senso ultimo della vita, può diventare ricerca di Dio.

E allora le domande assumono una tonalità diversa, più umile, più attenta: l’uomo sa infatti che non può ottenere risposta se l’oggetto, o meglio se il soggetto che è ricercato non decide lui stesso di venire benignamente incontro, parlando, a chi desidera conoscerlo. La Bibbia attesta di questo evento, narrandone la storia. Dice che Dio parla, e lo fa anzi prima ancora che l’uomo sia in grado di ascoltare e di chiedere. Dio parla infatti per suscitare la ricerca, parla per insegnare all’uomo le sue parole, parla dunque perché l’uomo entri in un dialogo di desiderio, di fiducia, di rivelazione. Dio parla perché l’uomo nasca alla vita di figlio.

I profeti sono la meravigliata testimonianza che l’uomo può cercare e ascoltare Dio, essi sono il segno storico che la creatura non è solo capace di domandare, fermandosi alle soglie del mistero, ma è in grado anche di penetrare nell’abisso della verità, senza perdersi, perché, per amorosa condiscendenza, l’Origine insondabile del tutto si fa conoscere, in parole umane, in discorsi che ognuno può accogliere.

Qualche timido barlume di questa sublime conoscenza è stato intravisto in tutte le culture, fin dai primordi della civiltà. Ma è in Israele, in un lembo minimo della terra abitata, in un piccolo popolo, praticamente ignorato dalla storiografia antica, che questa consapevolezza e questa grazia si sono pienamente manifestate. È in Israele che la profezia si afferma, si trasmette, si fa letteratura, per il bene di tutti.

Noi siamo «i figli dei profeti» (At 3,25); ciò che conosciamo di Dio, quel prodigio inimmaginabile di grazia che l’occhio non può vedere (1Cor 2,9) ci è stato rivelato in parole umane, ed è giunto a noi, generazione dopo generazione, come una magnifica eredità di cui vivere. La divina rivelazione è condensata nelle parole profetiche, pronunciate nello Spirito, per degli esseri spirituali: parole sacre e vitali, che ci dicono la verità e ci chiamano all’essere. Così parla il Signore, e parlando nello Spirito ci comunica il medesimo Spirito.

L’uomo desideroso di verità ricerca nelle più alte forme della letteratura, della filosofia e della teologia quelle aperture di luce che sono la traccia del senso, la traccia di Dio. Molte esitazioni, molti dubbi, molte delusioni si producono però nella coscienza di fronte alla variegata e disparata gamma di voci che pretendono assenso. L’incertezza può frenare il desiderio, può far abbandonare l’impegno per la verità.

A chi vive questa dolorosa esperienza di oscurità, a chi non riesce a trovare in se stesso le risorse per un deciso orientamento di vita, viene in aiuto la parola dei profeti, accolta dalla tradizione credente, riconosciuta nella comunità come vera parola di Dio. A questa parola ognuno «fa bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro» (2Pt 1,19), perché lo sguardo viene affinato dalla contemplazione rispettosa di tale testimonianza, perché il cuore diventa progressivamente capace di discernimento, così che, guidato dolcemente dalla parola di un fratello (Es 7,1; Dt 18,15.18), sappia riconoscere nella sua storia concreta la presenza di Dio. Istruiti dai profeti, i credenti vedono la luce, e la stella del mattino si leva nei loro cuori (2Pt 1,19), appare loro la beata manifestazione della vita vera, che si è consegnata nell’evento del Signore Gesù, vertice sublime della divina rivelazione, il Verbo nel quale Dio ha condensato ogni sua parola.

Eredi di un così prezioso tesoro, noi diventiamo a nostra volta capaci di profezia. Le nostre parole si trasformano nell’assimilazione graduale della Parola, il nostro cuore e la nostra vita si dilatano e si nobilitano a motivo dell’obbedienza alla voce di Colui che rinnova ogni giorno la sua creazione per mezzo dello Spirito (Sal 104,30). «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore», sospirava Mosè, testimone di un dono di profezia fatto a pochi (Nm 11,29); «tutti profetizzeranno» dal più piccolo al più grande, uomini e donne, giovani e vecchi, annunciava Gioele (Gl 3,1-2); e questa profezia si compie nella Pentecoste, quando il credente diventa luogo dello Spirito e principio di parola profetica (At 2,4.17-19).

Un tale progetto divino, corrispondente alle più segrete e quasi inconfessate aspirazioni dell’uomo, un tale disegno, proporzionato al bisogno più radicale della persona di vivere in verità, tale mistero di grazia, concesso largamente a tutti, dovrebbe risultare facile da riconoscere, come aprire gli occhi al fulgore della luce. Eppure «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1,5), eppure il Verbo «venne fra i suoi, ma non fu riconosciuto» (Gv 1,11); Dio manda i suoi servi, i profeti, con paziente fedeltà, con instancabile premura (Ger 7,25), ma gli uomini rifiutano di ascoltare, respingono il dono (Mt 22,5). E questo perché la voce di Dio scuote le foreste (Sal 29,5), penetra nel cuore rivelandone il male nascosto e perverso (Lc 2,35; Eb 4,12), impone scelte coraggiose, e persino il sacrificio della vita. E l’uomo ha paura di morire, l’uomo di fronte a questa luminosità teme di essere accecato, teme di dipenderne, teme di soccombere.

E allora assistiamo al paradosso di una storia che mostra il sistematico rifiuto del rivelarsi di Dio. Proprio ciò che si desidera nel più intimo della coscienza, proprio questo viene respinto, perché difficile, perché incredibile, perché sovrumano. [...] continua...

Stanchezza

sabato 18 ottobre 2008 alle 17:34

"Verrà un giorno in cui


gli uomini saranno così stanchi degli uomini,


che basterà loro parlar di Dio per vederli piangere".




Lèon Bloy

Tutto è pronto! (ma è' una festa non un funerale...)

domenica 12 ottobre 2008 alle 13:39

Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchet­to di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chia­mare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire... Matteo 22, 1-14

Diciamo la verità.
E una parabola impossibile.
Riesce difficile, infatti, ammettere che degli uomini possano ri­fiutare un invito a nozze. Tanto più che si tratta di un re, non di un individuo qualunque.
E poi non c'è proprio nulla da perdere. « Tutto è pronto ». L'invito è all'insegna della più assoluta gratuità. Viene richiesta unicamente la presenza. Anche a mani vuote.
E riesce ancora più arduo comprendere, dopo il rifiuto dei pri­mi destinatari, quell'invito indifferenziato: « Andate ai crocicchi delle strade, e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze ».

Notiamo quel « tutti », senza distinzione.
Di fatto, « usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali ».

Che banchetto regale è mai questo, in cui vengono abolite le differenze, azzerati i ranghi, annullati i meriti, e addirittura i buoni si ritrovano a fianco con delle persone « indegne »?
Non c'è gusto. Via, un minimo di selezione, di classe. Non è bello ritrovarsi intruppati in una combriccola così scalcagnata. Il rango, le benemerenze acquisite, il buon nome, dovrebbero pur va­lere qualcosa.

Se il re premia così anche i cattivi, non vale proprio la pena comportarsi onestamente.
Infine, il terzo elemento « impossibile » della parabola: l'uomo sorpreso senza abito di nozze. Sembra strano che soltanto questo disgraziato sia stato ritenuto «indegno ». Eppure il reclutamento è stato fatto senza guardare troppo per il sottile. Naturale che gen­te presa alla sprovvista, agli angoli delle strade, non potesse pre­sentarsi abbigliata con decoro.
Già. Una parabola « impossibile ».

Perché sono non solo strani, ma addirittura «impossibili » i comportamenti degli uomini nei confronti di Dio. Impossibili ma reali, abituali.
Se Dio convocasse per una puntigliosa resa di conti, oppure per una discussione su alcuni problemi urgenti, non c'è dubbio che lasceremmo da parte ogni cosa, interromperemmo qualsiasi at­tività, ci presenteremmo puntualmente, compresi della gravità del­la cosa.
Oserei dire che se Dio ci chiamasse, come un Padrone esigente, a portare i frutti del nostro lavoro, a pagare ciò che Gli è dovuto, a regolare le nostre pendenze, faremmo la fila alla Sua porta, pa­zientemente. E i servi dovrebbero intervenire per disciplinare l'af­flusso.
Dio, invece, ci sorprende con l'invito a un banchetto nuziale. Che seccatura!
L'ideale cristiano non è una morale opprimente, ma una beati­tudine. Il credente non è uno schiavo curvo sotto il giogo di un codice, ma una persona liberata. L'esistenza cristiana non è una condanna, ma una festa.

E ciò ci sorprende, ci coglie alla sprovvista. Ci irrita.

La giustizia, la severità, la costrizione sono normali, logiche. La gratuita', quella dà scandalo.
Il dono imprevedibile, immeritato, quello non riusciamo pro­prio ad ammetterlo.
E allora non prendiamo neppure in considerazione l'invito. Non lo discutiamo.
Semplicemente, lo ignoriamo.
Ci comportiamo come se quella convocazione alla gioia non fosse mai risuonata alle nostre orecchie.

« Non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari ».
La vita continua affogata nelle solite meschinità, dispersa nelle solite cose insignificanti. Importante è correre, affannarsi, anche se non sappiamo dove si va e perché. Ci teniamo tanto alle nostre schiavitù quotidiane. Meno esigenti, dopo tutto, che non la libertà.
Qualcuno adotta perfino un comportamento villano e criminale
nei confronti dei messaggeri: « Presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero »
Fossero state guardie armate, incaricate di recapitare un man­dato di comparizione, le avrebbero seguite rispettosamente.

Quelli, invece, erano disarmati e recavano un invito. Un'offesa intollerabile.
L'uomo riscopre tutta la sua carica di violenza e di aggressività dinanzi a Chi non impone nulla, offre senza chiedere nulla in cambio.
L'uomo è disposto a pagare.
La gratuità gli è intollerabile.
L'uomo, ahimé, non sa usare le mani vuote per ricevere.

Ma fermiamoci sull'inquietante individuo sorpreso senza abito nuziale.
I commenti si sprecano. E non sempre convincono.
Qualcuno parla di opere buone, di virtù.
Evidentemente ci si dimentica che là dentro sono stipati « buoni e cattivi ». Il re, ovviamente, non ha richiesto il certificato di buo­na condotta. Sarebbe assurdo lo pretendesse a pranzo iniziato.
Mi pare, invece, assai interessante l'intuizione di un commen­tatore contemporaneo, A. Maillot, il quale spiega: quell'individuo ha frainteso sul significato dell'invito. Ha creduto di dover parte­cipare a un funerale, non a un pranzo di nozze.
E il simbolo di quei cristiani che non arrivano a credere che il Regno è un banchetto nuziale. E si vestono, e adottano una faccia come per una sepoltura.
E l'immagine del « credente, ma rivestito di severità, austerità, tristezza, silenzio, mentre invece bisognerebbe indossare l'abito del­la gioia e della speranza. Un uomo che si fa l'idea che occorra por­tare la tristezza del mondo, invece di recare al mondo il sorriso di Dio».
Proviamo a domandarci: il clima delle nostre assemblee litur­giche rivela che siamo seduti intorno alla mensa per festeggiare le nozze del Figlio, oppure che compiamo una mesta, pesante, noiosa cerimonia?

Il nostro volto esprime la gioia dei risuscitati, degli invitati a celebrare la vittoria dei Cristo sulla morte, oppure tradisce la cu­pezza, la sofferenza, la sfiducia, o, peggio, la noia?
Oh, lo so. Qualcuno tirerà in ballo la fame nel mondo, la vio­lenza, la minaccia nucleare, i regimi oppressivi.

Ma questo qualcuno non comprende che la gioia non è evasione. La gioia è una forza. E una sfida. E qualcosa che afferra il cristiano quando celebra l'Eucarestia e lo costringe ad andare a re­carla in un mondo senza pace e senza gioia.
La gioia il cristiano non la tiene per sé. Né la rinchiude all'in­terno della chiesa.
In questa prospettiva, indossare l'abito di nozze significa met­tersi addosso il vestito da lavoro...

A. Pronzato
 













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