I fili d’erba crescono anche nella steppa

lunedì 5 febbraio 2007 alle 09:30
Lultima lettera di don Andrea Santoro, resa nota dalla sorella Maddalena

Oggi posto lultima lettera scritta da don Andrea Santoro martirizzato a Trabzon, in Turchia, esattamente un anno fa, il 5 febbraio 2006. Lha resa nota sua sorella Maddalena che lha consegnata ad Avvenire. La lettera, terminata circa 10 giorni prima di venire ucciso ed indirizzata a tutti gli amici, è stata pubblicata sulle pagine di Avvenire il 5 marzo 2006.



Carissimi,

voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c la pioggia. Inoltre è giusto vedere il filo d'erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.

Ecco dunque alcuni fili d'erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell'ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumorosi. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4-5 ragazzi, sui 14-15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: «Ma sei qui perché ti hanno obbligato?». «No, sono venuto volentieri, liberamente». «E perché?». «Perché mi piace la Turchia. Perché c'era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani». «Ma sei contento?» (hanno usato la parola mutlu che in turco vuol dire felice). «Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi, sono ancora più contento. Vi voglio bene». A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: «Anche noi ti vogliamo bene». Dirsi «ti vogliamo bene», dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi?

Lo getti e poi lo lasci fare…E non è forse vero che «se ami conosci Dio» e lo fai conoscere e se non ami, quand'anche possedessi la scienza o parlassi tutte le lingue, o distribuissi i beni ai poveri, non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?

Un altro filo d'erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l'irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l'altro ancora che voleva trascinarmi.

Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte mi fa ancora male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano tre giovani sui 25-30 anni. Uno mi ha chiesto: «Si ricorda di me?». Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. «Sono venuto a

chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni». «Va bene, gli ho

detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro». Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa.

Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del vangelo esposta nella bacheca:

«Amate i vostri nemici» e allora ha capito perc lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c un

detto: «Getta i fiori a chi ti getta i sassi». Quindi ha continuato: «Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l'avevamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?». «Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto

al prossimo. Diciamo però anche che se l'innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da

Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia». A quel punto hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C'è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall'Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto!

Qualche altro filo d'erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato

e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano. Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con

molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: «Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri».

Un'altra volta entrano due ragazze: «Padre mi riconosce?», mi fa una. «Si, certo!». «Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?». «Sì, è così». «Maometto - mi fa - l'ha usata è vero,

ma solo come ultima possibilità…». «Gesù - le rispondo - neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male p male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?». «No, acqua». «Ecco, appunto. Ma non è facile. Questo però è il vangelo. Nelle mani di Gesù non c'è la spada,

ma la croce». Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non

solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano

in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa e su ogni campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sullaereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, cerano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava lidea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.

Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo derba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il «mio» Fondatore, quello che non usa né la spada né spine, ma ha subìto e luna e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, dellinimicizia, dellostilità. Gli chiedo di farmi grazia del «suo» Spirito per tenere a bada il mio.


Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di «piccoli provocatori» di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei «piccol che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li «scandalizzan cioè quanti sono per essi

«motivo di inciampo e di induzione al male». Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo

«parlare male» dellunica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che «tutti i turchi

fanno cose turche». Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione

di Gesù: «Tutto il mio vicinato mi è addosso anche i monelli hanno ribrezzo di me mi danno la baia» (Giobbe 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e

accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.

Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon, mi ha parlato del pianto dei suoi bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con linsegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza.

Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. «Se mi assalgono e io rispondo sono ancora cristiano?», mi chiedeva preoccupato e pensoso. «Sì gli rispondevo perché il Signore capisce

la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito locchio per occhio e dente per dente. Noi

siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: Rimetti la spada nel fodero. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza".

Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito allostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle «premure» della polizia che pur garantendogli piena libertà («la Turchia è uno stato laico, sei libero», gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio...

Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché «pagana e idolatra», e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente «liber e davvero «sorella».

Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, lumiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena

di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre

sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dellIslam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno

rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è

quando si è daccordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun

cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o lassetto giuridico degli stati.

La ricchezza del Medio Oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere «terra santa» per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla

«rivelazione» di Dio oltre che da unaltissima civiltà. Anche la complessità del Medio Oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che «si rivela» e che

«appassionatamente» si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo «luminoso», «unico» e

«malato» del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio.

La chiarezza va unita allamorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme,

in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere «signor della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un vangelo che proibisce lodio, lira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si

fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé lorgoglio e lodio, in un Dio che attira con lamore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un «vantaggio» che può sembrare

«svantaggioso» e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo.

Diceva S.Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli, non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di «questo» Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come «cristiano», «sale» nella minestra, «lievito» nella pasta, «luce» nella stanza, «finestra» tra muri innalzati, «ponte» tra rive opposte, «offerta» di riconciliazione? Molti ci sono ma di molti di più cè bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!

Vi lascio ringraziandovi dellaccoglienza nelle tre settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze.

Ringrazio Dio per quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso.

La mente sia aperta a capire, lanima ad amare, la volontà a dire «sì» alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare p la steppa che i fili derba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventa cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea, Trazbon 22 gennaio 2006



I miei occhi hanno visto il Re

sabato 3 febbraio 2007 alle 23:20
Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria».
Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo.
E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti».
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare.
Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato».
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!» (Is 6, 1-2. 3-8).

Isaia nel tempio è sovrastato dalla Presenza.
Non si può vedere Dio e vivere dice Dio stesso a Mosè in Es 33,20. Eppure la sua vocazione coincide con questa misteriosa esperienza: "I miei occhi hanno visto il Re!".
Isaia ne sente tutta la "santità", è come schiacciato dalla totale alterità di Dio, dal suo essere sublime, eccelso, dal suo essere purezza e grandezza e maestà assoluta.
Verità e luce assoluta, davanti al quale tutto è trasparente.
Tutto è ombra al suo confronto.
Ohime! ('oy liy, in ebraico). Geme dolorosamente Isaia.
Sono perduto!
Sono un uomo dalle labbra impure!
Di fronte al manifestarsi di Dio vedo tutta la mia meschinità, la mia falsità.
Le mie labbra sono impure, ossia non dicono la verità.
Non la dicono perchè dentro di me vivo nella menzogna, nell'apparenza.
Amo l'apparenza e quindi senza che me lo sia mai detto vivo di menzogna.

Eppure!
E nonostante questo!

I miei occhi vedono il Re!
Ma rimane vero quanto detto: chi fa tale esperienza di Dio non può continuare contemporaneamente a vivere.
Non può continuare a vivere la vita cui era abituato.
Qualcosa deve morire. Per una rinascita.
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare.
Ci vuole un fuoco che distrugga in te l'uomo vecchio.
Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato».
E' un carbone ardente che toccando le labbra di Isaia le consuma perchè abitate dalla falsità e contemporaneamente le rinnova, perchè possano attestare la verità. E' tutto il suo essere ad essere rinnovato da questo incontro sconvolgente.
E un incontro identico e la medesima esprienza tocca un giorno ad un comune pescatore di Galilea, Simone figlio di un certo Giovanni. Così ci riporta il vangelo di domani Lc 5, 1-11.

In riva al mare di Galilea Gesù parla alla folla che lo circonda e fa ressa da ogni parte intorno a lui. Vede due barche ormeggiate. I pescatori dopo un'intera notte passata inutilmente a pescare per guadagnarsi da vivere, stanchi e amareggiati riassettano le reti. Cosa sarà passato nei loro pensieri tutta quella notte e quel mattino? Forse Simone avrà imprecato più del solito, forse contro Dio stesso e la sua ingiustizia. Perchè? Perchè? Gli avrà gridato. Come facciamo noi tante volte. Ma poi quell'insolita richiesta da quella specie di strano rabbino, di prestargli la barca. Ci mancava solo questo! Dopo il fallimento, la scocciatura di tutta questa gente capitata con questo maestro proprio qui! E che vuole la mia barca! Non si sa come, Simone acconsente. E piano piano, prima forse distrattamente, poi più incuriosito o attratto da non si sa bene cosa... cominicia ad ascoltare veramente, con i suoi mille dubbi.

Gesù finisce di parlare. Si volta proprio verso di lui. Lo guarda. E poi, quella rischiesta assurda: "Prendi il largo e calate le reti per la pesca".

Simone ha un sussulto. Non capisce più niente. Tutta la sua lunga esperienza, la sua ragione "scientifica" gli diceva che era pazzesco, anzi una presa in giro, da parte poi di uno che sarà stato pure maestro della Torah, ma in fatto di pesca il maestro era senz'altro lui - Simone - e lui aveva di che insegnare. Cosa sono queste "ingerenze"? Ognuno stia nel suo campo.

Eppure.

Eppure quelle parole che aveva ascoltato non le aveva mai sentite prima. Ma se lo avessimo domandato a lui alla sera dello stesso giorno: ma che parole erano? Cosa ha detto oggi questo maestro di così sconvolgente? Simone forse non se lo sarebbe più ricordato... Già, non erano tanto delle parole in sè ad averlo colpito... (e infatti l'evangelista non ha trovato testimoni che le potessero ridire...) ne aveva sentite tante in sinagoga, come noi a messa. Era stata una immersione. Come quando ci si butta in mare. Si era ritrovato immerso in un'atmosfera che non aveva mai sentito e che cominiciava a crepare quel muro impenetrabile che aveva messo tra sè e quel Dio così ingiusto.

«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

Con questo suo gesto Simone, come secoli prima Isaia, entra nel tempio. E' vermanente come se entrasse nel tempio.E anche lui fa l'esperienza indicibile della "visione" di Dio.

E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore».

Come Isaia. Così Pietro. Avverte la santità di Dio. Tutta la sua miseria, il suo aver accusato Dio di fregarsene di lui e della sua famiglia. Si sente un verme. Allontanati da me! Sono uno schifo.

Come quando quel giorno, dopo aver promesso fedeltà incondizionata a Lui, per vigliaccheria avrà ancora imprecato e spergiurato per tre volte di non averlo mai conosciuto.

Anche quel giorno e forse ancora di più, Simone, o meglio, kefa - Pietro - la roccia (!) così Gesù stesso l'aveva chiamato, farà esperienza della santità di Dio. Incrociando il Suo sguardo.

Lo sguardo del Re.

Lo sguardo della santità stessa di Dio: l'Amore incarnato.

Sentire tutto il proprio peccato. Sentire quanto non sei amore. Quanto sei fatto di egoismo. Come non sei capace di fedeltà. Di perseveranza. Di spenderti per qualcuno che non sia il tuo interesse. Come non sei capace se non di pensare a te stesso. E agli altri in funzione di te. Se ti servono a qualcosa. Fosse solo per racimolare un po' di affetto... o un po' di gloria...

Eppure!

I miei occhi hanno visto il Re!

O meglio: Lui ha guardato me, proprio me!

Questo sguardo è quel carbone ardente preso con le molle dalla santità del mistero di Dio, dall'abisso del suo essere. Amore.

Un fuoco che ti fa morire. Muore finalmente l'uomo vecchio che non sa amare.

Rinasce in te la tua vera identità. Non temere!

«Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini».
Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Con lui... dovunque egli vada (Ap 14,4) ... noi ci saremo?



Ammazzateci tutti

venerdì 2 febbraio 2007 alle 22:00
Posto tale e quale il post di oggi dal blog di Beppe Grillo che vi consiglio caldamente di frequentare quando siete online...


Reggio_Calabria_17-2-07.jpg

Una lettera dalla Calabria di Rosanna del Movimento Ammazzateci Tutti. Il 17 febbraio a Reggio Calabria i nostri ragazzi sfileranno contro la mafia. Non lasciamoli soli.

Caro Beppe,
mi chiamo Rosanna, ho 23 anni e sono la figlia di un giudice di Cassazione calabrese ucciso poco prima di Falcone e Borsellino. Ma non è per parlare di me che ti scrivo.
E’ trascorso più di un anno dalle grandi manifestazioni di Locri scaturite dalla rabbia per l’omicidio del Vice Presidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno, ciliegina sulla torta dopo decine di delitti impuniti perpetrati nella Locride ed in tutta la Calabria.
Dopo un anno e mezzo in Calabria si continua a morire, a pagare la mazzetta, a sopravvivere soggiogati dalla ‘ndrangheta.
Dopo un anno e mezzo noi ragazzi siamo ancora qui a combattere per contrastare ogni forma di mafia, da quella di strada a quella dei Palazzi, e riprenderci la nostra terra.
...
Molto spesso ci si sente immuni al problema ‘ndrangheta, finché non ci troviamo a doverne affrontare la prepotenza. Ce ne accorgiamo al momento di aprire un’attività, quando ‘qualcuno’ bussa alla tua porta chiedendo un ‘contributo’ per lasciarti lavorare, poi il ‘contributo’ diventerà un quarto, metà, tre quarti del guadagno dell’attività e sarai costretto o a scendere a compromessi o a chiudere ed andare via. Tutto normale, preventivato, anche se completamente assurdo. Tutto consumato in silenzio.
Come quando ammazzano qualcuno a te caro e sai chi è stato, ma quel nome è troppo pesante da dire, così come diventa troppo rischioso chiedere che sia fatta giustizia, perché certi nomi sono impronunciabili. E allora si ingoiano bocconi amari e si continua la solita vita.
Oppure può succedere che un giorno un ragazzo si senta umiliare dai compagni perché non ha la maglia firmata e non l’avrà mai perché in famiglia si fanno i salti mortali per arrivare a fine mese e allora, per dare una mano, per sentirsi qualcuno e farsi rispettare eccolo rivolgersi al ‘capetto’ di turno, eccolo ipotecare la sua vita, vendere la sua dignità per diventare ‘qualcuno’. Che importa se poi rischia di finire in carcere per spaccio o per aver ucciso un uomo? Che importa se avrà buttato nel fango la sua coscienza?
Perché, sia chiaro, alla fine chi ci rimette è la povera gente, non ‘lorsignori’.
No, quelli guardano dall’alto delle loro ville al Nord, sicuri ed al calduccio! C’è chi paga per loro.
In Calabria è rimasta solo la spietata manovalanza, quella che si occupa di tenere sotto controllo il territorio e soggiogare, sostituendosi allo Stato, i calabresi. E’ quella a cui ci si rivolge per comprare i propri diritti, quella che alimentiamo con l’ignoranza e la paura.
...
Ed è proprio questo il senso della manifestazione che noi ragazzi del Movimento Ammazzateci tutti stiamo promuovendo per il prossimo 17 febbraio a Reggio Calabria.
Noi vogliamo mettere in pratica le parole del Giudice Borsellino: “Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”
Perché se continueremo a rivolgerci al ‘capobastone’ per ottenere i nostri diritti, se lasceremo che la ‘ndrangheta continui ad interferire nelle nostre vite con arroganza e prepotenza, se ci faremo ingannare dai suoi diabolici sorrisi, non riusciremo mai a liberarci dal suo giogo.
...
E’ la prima manifestazione auto-convocata che organizziamo a Reggio Calabria, la prima completamente auto-finanziata, anche se non nascondo che vorremmo fare appello a tutti i calabresi, commercianti, imprenditori, mamme e papà, perché ci aiutino anche economicamente nell’organizzazione della manifestazione, vorremmo infatti chiedere una sorta di ‘pizzo legalizzato’, ovvero un contributo economico con tanto di certificato di acquisizione da parte loro di una ‘azione antimafia’ dal nostro virtuale pacchetto azionario.
...
Le mafie non sono un problema solo del Sud, ma sono il cancro dell’Italia intera e, finchè si continuerà a fare il loro gioco ignorando e girandosi dall’altra parte, non potremo mai estirpare questa malattia. Per questo il nostro appello non vuole fermarsi solo ai calabresi, ma vuole essere un richiamo per TUTTI gli italiani onesti, perché c’è sempre, in ogni regione, qualcosa che prende il nome di ‘mafiosità di comportamento’. E’ il pensare di poter essere diversi rispetto agli altri, il pretendere di poter comprare e vendere dei diritti, il curarsi esclusivamente del proprio bene anche a scapito degli altri.

Abbiamo attivato un blog per la manifestazione, lì potrete trovare tutte le informazioni utili “work-in-progress” fino al 17 febbraio. L’indirizzo è http://17febbraio.ammazzatecitutti.org
Un mio, seppur virtuale, abbraccio.”

Rosanna Scopelliti
figlia del giudice Antonino, ucciso da Cosa Nostra a Campo Calabro (RC) il 9 agosto 1991.
Movimento "E ADESSO AMMAZZATECI TUTTI"
giovani uniti contro tutte le mafie
www.ammazzatecitutti.org

Testo completo della lettera
 













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